MUGHINI TI VOGLIO BENE! - IL SUO NUOVO LIBRO È UNA FORMIDABILE CAVALCATA SU E GIU’ PER IL NOVECENTO SCRITTO CON UNA PASSIONE “FAZIOSA”, QUINDI VORACE, BRILLANTE, COLTA - DALLA POLITICA AL ROCK, DALL’ARTE AL DESIGN, SI PUO’ ESSERE PIU’ O MENO IN DISACCORDO CON MUGHINI MA DI CERTO HA COMPRESO A COSA SERVE LA CULTURA: A SAPER SPENDERE BENE I SOLDI - ANTICIPAZIONE: LA SURREALE FONDAZIONE DE “IL MANIFESTO”….

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo alcuni brani del nuovo libro
della firma di Libero Giampiero Mughini. Esce oggi per Bompiani Addio, gran secolo dei nostri vent'anni. Città, eroi e bad girls del Novecento (pp. 392, euro 17).

Era un pomeriggio di fine gennaio 1971 quando ci demmo appuntamento innanzi a un notaio nella casa romana di Lucio Magri, a piazzetta del Grillo. Quella che è stata fino all'ultimo la sua abitazione, da dove all'età di 79 anni Magri è uscito e ha chiuso la porta per avviarsi nella città svizzera dove il 29 novembre 2011 aveva preso un appuntamento con la morte. Un gesto che me lo ha reso immensamente fraterno, e di cui era oscena la ridda dei commenti pro o contro.

Solo il silenzio si addiceva a una decisione talmente risoluta, a una disperazione talmente totale da non volere continuare nemmeno per un'ora una vita che sino all'altro ieri era stata ricca e intensa. E comunque per tornare al Magri vivo e vitale di quel pomeriggio di fine gennaio 1971, eravamo in dodici a dover firmare innanzi al notaio la costituzione della cooperativa che avrebbe pubblicato il nascente «quotidiano comunista» dal nome il manifesto. A farne da gruppo propulsore erano i magnifici sette che nel novembre 1969 erano stati tutti espulsi dal Pci, chi in un modo chi in un altro.

E perché insorti troppo accanitamente contro i carri armati russi entrati a Praga nell'estate 1968; e perché s'erano messi a fare macchia a sé nel corpo del partito, quel peccato mortale della religione comunista chiamato "frazionismo", a cominciare dalla pubblicazione nel giugno 1969 del primo e risonante numero (sessantamila copie vendute) di una rivista mensile dal titolo il manifesto che fece da incunabolo del quotidiano. A quella loro rivista avevo collaborato, ovvio che mi piacessero molto dei comunisti italiani che bestemmiavano ad alta voce l'Urss. (...)

In una foto che conservo, scattata da Paola Agosti nell'autunno del 1970, c'è un Magri bellissimo di fronte a un me stesso teso e arruffato, i nostri due volti in primo piano. Ci eravamo incontrati all'uscita del Teatro Eliseo, dove quelli del manifesto avevano fatto una promozione del loro mensile. Poco dopo mi arrivò il loro invito, a esserci anch'io nell'avventura del quotidiano. Da cui la firma innanzi al notaio di piazzetta del Grillo. Sarebbe stato il primo lavoro a tempo pieno della mia vita.

I magnifici sette erano un gruppo di uomini e donne speciali, da quanto eccezionalmente intensa era stata la loro esperienza politica nel Partito comunista dell'immediato dopoguerra. Per tutti loro il pci del secondo dopoguerra era stato una casa, un tempio, una fortezza, un modem di quando il modem non era stato ancora inventato. Un modem che decuplicava le scoperte dei siti dell'Italia reale, le possibilità di incontrare il meglio fra le persone e i personaggi del loro tempo.

Essere comunista negli anni del dopoguerra aveva voluto dire poter pronunciare ventiquattro ore al giorno, e tutti i giorni, la parola «noi» con orgoglio, sicuro che stavi penando per il benessere prossimo venturo di milioni di persone. (...) Nei tre mesi in cui ho lavorato nella redazione del manifesto, dividevo la mia stanza con Massimo Caprara, che era nato nel 1922 e che dal 1944 era stato per vent'anni il segretario personale di Palmiro Togliatti oltre che parlamentare comunista per quattro successive legislature.

(...) Nella stanza che dividevamo, lui da una parte e io dall'altra di un tavolo, non mi pare ci dicessimo gran che. Era un uomo elegante ma che se ne stava come in disparte, forse perché non del tutto convinto né degli uni né degli altri. Di tutto il gruppo fondante del giornale è quello che si allontanerà di più dalla matrice originaria, sino a rovesciare - nei suoi libri e nei suoi articoli - il suo giudizio sulla storia del Partito comunista italiano. E questo sino alla ripulsa la più acre del mondo politico che un tempo era stato pienamente il suo. Convertitosi al cattolicesimo, Caprara è morto a 87 anni nel 2009 da anticomunista radicale.

La redazione originaria del quotidiano era al quinto piano di un palazzone nella romana via Tomacelli, e lì è rimasta sino a qualche anno fa. Le prime riunioni di redazione le facemmo al buio se non per la luce di qualche candela, perché l'allacciamento dell'energia elettrica non funzionava ancora. La sala adibita alle assemblee di redazione era sulla sinistra di chi entrava, alla fine di un corridoio che attraversava come un fiume l'intero giornale.

Fra redattori, collaboratori e gente che lavorava in segreteria eravamo ogni volta non meno di venticinque- trenta persone, di cui molti prendevano la parola. Il volto di Pintor Di quelle riunioni ricordo la grazia tagliente degli interventi di Luigi Pintor, il volto affilato e intenso di sua figlia Roberta che ascoltava in piedi (somigliantissima al padre, è morta di tumore a 49 anni), le magnifiche gambe di una Ritanna Armeni ai suoi debutti giornalistici e alla quale non finivo di raccomandare di indossare gonne sempre più corte, un Giusy Trevisani che del fatto di essere un grafico geniale non se la tirava nemmeno un po', il settarismo forsennato di alcuni dei collaboratori più giovani. Di Lucia Annunziata ventenne, che in quel momento non mi pare abitasse ancora a Roma, ricordo una nostra conversazione sul balcone di una delle stanze della redazione. Lucia no, lei non era settaria.

Una delle prime assemblee di redazione fu dedicata a quale dovesse essere la paga di chi lavorava a tempo pieno al giornale, una paga rigorosamente eguale dal direttore all'ultima delle segretarie di redazione. Centocinquantamila lire al mese, questa la decisione. Magri prese la parola a dire che non si poteva pagare di più chi lavorava in un giornale la cui ambizione era "organizzare gli studenti e gli operai". A dire il vero, e per quanto mi riguardava, mai un solo minuto della mia vita avevo pensato di organizzare gli studenti e gli operai. Già era una fatica boia tentare di organizzare la mia di vita.

E poi avevo sufficiente considerazione degli studenti e degli operai da pensare che non avessero alcun bisogno di essere organizzati da me. Per fare che cosa? Solo che il meglio di quell'assemblea doveva ancora avvenire. Era stato appena deciso di pagare tutti allo stesso modo, dal direttore Pintor all'ultima segretaria, quando per l'appunto prese la parola una delle segretarie di redazione.

A dire che in un giornale "comunista" l'egualitarismo doveva essere totale e non poteva riguardare solo la paga, e bensì anche i ruoli. Ad esempio scrivere gli editoriali del giornale dovevano poterlo fare tutti, tanto il direttore quanto l'ultima delle segretarie. Tutti. Un silenzio di tomba seguì il suo intervento. Pintor non aprì bocca. Nessuno prese la parola a dire che doveva essere esattamente così, oppure che la richiesta della simpatica ragazza non stava né in cielo né in terra, salvo forse a Disneyland.

Nessuno che ci provasse a intaccare le false verità della loro religione laica, in questo caso la panzana dell'egualitarismo assoluto. Erano passate poche settimane, sufficienti a rendermi conto che in quella redazione ero l'uomo sbagliato al posto sbagliato. Avevo incontrato un gruppo di uomini di valore che erano stati espulsi dal Pci ma che ipercomunisti erano e volevano restare, laddove io comunista non lo ero affatto. Tutto del loro lavoro e della loro creatività giornalistica era indirizzato a quel fine, «organizzare gli studenti e gli operai», fare un quotidiano ultrarosso alla sinistra del Pci e politicamente competitivo nei suoi confronti.

(...) Compagni, addio. Passarono un paio di giorni, e Magri mi si avvicinò criticandomi per avere chiamato al telefono un po' di gente variamente di sinistra a chiedere che cosa ne pensassero dei pochi numeri del quotidiano finora usciti. Alcuni di quei giudizi erano negativi. Seppur garbatamente, Magri mi rimproverò di averli messi in pagina. Feci allora pochi e rapidi gesti. Mi alzai, misi a tracolla la borsa che usavo allora, aprii la porta della redazione e me ne andai. Al pomeriggio del 1° maggio 1971 la mia lettera di dimissioni era sul tavolo del direttore del manifesto. Gli avevo scritto due cartelle fitte fitte.

(...) Uno o due giorni dopo Pintor mi fece chiamare dalla segreteria di redazione. Entravi al giornale e la sua stanza da direttore era di fronte, lievemente sulla sinistra del corridoio. Restammo a parlare per una quindicina di minuti, lui e io in piedi. E del resto era difficile immaginarsi Luigi seduto, o forse sì: seduto innanzi alla tastiera di un pianoforte, la cosa che amava di più a parte il giornalismo. Era agile, nervoso, ti guardava negli occhi, elegante di un'eleganza che non aveva bisogno di nulla per risultare tale. Ovviamente non tentò nemmeno una parola per farmi cambiare decisione.

Ci accordammo perché il mio diventasse da un lavoro a tempo pieno una collaborazione, settantamila lire per scrivere ogni mese un po' di pezzi. Il mese successivo scrissi quattro o cinque scemenze, incassai le settantamila, stop così. Mai più fatta una telefonata al giornale, mai più messo piede alla redazione di via Tomacelli. Da allora in poi e per anni se il mio nome compariva in qualche articolo dei collaboratori più giovani del manifesto, sempre era accompagnato da un insulto che voleva essere sferzante.

Una volta che il direttore del quotidiano era Valentino Parlato - e Valentino è sempre stato ai miei occhi una sorta di fratello maggiore, un amico potenziale il quale sarebbe bastato un niente perché si trasformasse in un amico reale, uno cui mai ho smesso di volere bene - e che sul manifesto era uscito non ricordo più quale apprezzamento particolarmente offensivo nei miei confronti, gli mandai un biglietto dicendogli che mai e poi mai in un giornale da me eventualmente diretto sarebbe uscito un analogo e altrettanto offensivo apprezzamento nei suoi confronti.

Non mi rispose. Quel pomeriggio del maggio 2003 in cui a piazza Farnese eravamo una piccola folla a dare l'ultimo saluto a Pintor, morto di tumore a 78 anni, intravidi Valentino, gli andai vicino e gli strinsi la mano. Parole no, in morte di Luigi non c'erano parole possibili.

 

GIANPIERO MUGHINI INMUGHINATO GIANPIERO MUGHINI FA LE CORNA GIANPIERO MUGHINI E VINCENZO VITA - Copyright PizziLUCIO MAGRIluigi pintorVALENTINO PARLATO GIANPIERO MUGHINI MARINA RIPA DI MEANA - copyright Pizzi

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