NON “PUBBLICO” PIÙ - LA SVELTINA EDITORIALE DI EGO-LUCA TELESE LASCIA PER STRADA 19 GIORNALISTI E MOLTI COLLABORATORI, ALCUNI DEI QUALI MAI PAGATI - IL PROGETTO DEL QUOTIDIANO SENZA SOLDI PUBBLICI (E SENZA NOTIZIE) MUORE DOPO TRE MESI DI PUBBLICAZIONI CON UNA VENDITA MEDIA DI 4 MILA COPIE AL GIORNO - SERVIREBBE UNA RICAPITALIZZAZIONE DA 500 MILA € MA ORMAI I GIORNALI DI CARTA-STRACCIA SONO MORTI CHE CAMMINANO…

Francesco Persili per Dagospia

«La carica dei 101». Al secondo piano di Lungotevere dei Mellini, sede di Pubblico, non ci sono cuccioli dalmata, ma solo il cane di Stefania Podda, che gira tra corridoi, scatoloni da cui spuntano vecchi giornali ingialliti (29 ottobre 1997, Maurizio Costanzo su Rep. annuncia la tv delle idee) e il tavolo con i computer, le copertine cult del quotidiano e le copie del documento in cui l'assemblea dei redattori fa la cronaca di quello che definisce, senza infingimenti, un «giornalicidio».

Non ha lieto fine la favola di Pubblico, il giornale "dalla parte degli ultimi e dei primi" che dopo aver superato il traguardo dei cento numeri dal primo gennaio non sarà più in edicola. Se non arriva una ricapitalizzazione nelle prossime 24 ore, la società editrice verrà posta in liquidazione e quello che uscirà il 31 dicembre, il numero centouno di Pubblico, sarà anche l'ultimo.

Un'impresa durata appena tre mesi, quella del quotidiano fondato da Luca Telese, il direttore-editore finito, insieme all'ad Tommaso Tessarolo. sul banco degli accusati. L'assemblea dei redattori ha parlato apertis verbis di «disastro imprenditoriale».

Nella conferenza stampa di chiusura del giornale si fa la conta delle opere e delle omissioni, degli inserti (Orwell, Pupù, Socrates e Yanez) e delle copie vendute (circa quattromila), si almanaccano gli errori di gestione a partire dal capitale sociale (appena 748mila euro) «inadeguato per reggere una programmazione economica di almeno sei mesi e si mette in evidenza la mancanza di un piano di marketing.

«I soldi erano pochi ma i bilanci non sono in rosso. Ci avevano assicurato che saremmo arrivati fino in primavera - spiega Paola Natalicchio, membro del cdr di Pubblico - la decisione di sospendere le pubblicazioni ha colto di sorpresa i 19 giornalisti, i tre poligrafici e le decine di collaboratori, alcuni dei quali non sono stati mai pagati, o sono stati pagati solo per alcuni articoli.

Avrebbe dovuta essere una festa e non l'ultimo atto di un giornale che si appresta a chiudere alla vigilia della campagna elettorale. Ad ascoltare la rabbia e lo sconcerto della redazione ci sono anche Filippo Sensi, vicedirettore di Europa, Marco Damilano (L'Espresso) e Fabio Martini (La Stampa) mentre Boris Sollazzo, giornalista precario, rilancia la battuta venata di amarezza dell'autrice satirica Francesca Fornario: «Doveva essere il giornale dei primi e degli ultimi. Ma ha finito per crearne. Di ultimi».

La prima uscita di Pubblico (titolo d'apertura: Obtorto Call) festeggiata al teatro Vittoria a Testaccio e accolta da un successo da 43 mila copie in edicola sembra lontana un secolo. C'è chi, come il caporedattore Fabio Luppino ha lasciato in lacrime l'Unità dopo 25 anni perché credeva nel progetto di Pubblico e adesso si dice orgoglioso di una redazione «che è riuscita a chiudere 100 numeri in orario».

«È come quando ti lasci con qualcuno senza che ci sia mai stato un bacio», Christian Raimo, responsabile dell'inserto culturale Orwell, va in punta di metafora: «La vicenda di Pubblico somiglia a quelle storie che durano tre mesi e poi richiedono sei anni di chiarimenti». Durissimo nei confronti del management è il segretario dell'Associazione Stampa Romana, Paolo Butturini (Mi aspetterei delle scuse da parte di chi non si è dimostrato all'altezza del ruolo) mentre Paolo Natale, ex presidente della Fnsi, oggi candidato di Sel, sotto un manifestino in cui è scritto Raccontiamo l'Italia del coraggio riflette sul fragile pluralismo italiano («Per i giornali di idee e tendenza, arriveremo al punto in cui parleranno solo i giornali che hanno dietro grandi gruppi editoriali. Trecento delle cinquecento emittenti locali sono al tracollo. Altro che agenda Monti dove il tema dell'informazione non compare...») e parla di contributi pubblici e di aiuti alle start-up.

La solidarietà di Beppe Giulietti e di Articolo 21 si intreccia con la speranza da parte della redazione - dopo l'interesse del grande risanatore di Pmi, Mastagni, naufragato per motivi sconosciuti - che ci possa essere l'intervento in extremis di un'azienda seria in grado di salvare il giornale.

Sembra rassegnato Telese che si affaccia in redazione alla conclusione della conferenza. Ha la faccia di uno che ha capito e un principio di tristezza in fondo all'anima, nel guardare la sua Atlantide, Ego-Luca non riesce a trattenere la malinconia raccontando di un'avventura in cui aveva investito una parte della sua vita (e dei suoi risparmi): «Malgrado tanto affetto, non ce l'abbiamo fatta. Non avevamo dietro una casa editrice o un grande partito che potessero sostenere le nostre perdite».

Davanti alle accuse, il conduttore di In Onda non si tira indietro: «Non avevo nascosto a nessuno il rischio di quest'avventura. Come direttore ho maggiori responsabilità e pago il prezzo più grande. Perdo, in un colpo solo, lavoro e capitale. Ma capisco che sia dura per tutti».

Le ha provate tutte Telese. Dalla breve campagna pubblicitaria alla riduzione del prezzo di copertina. Dopo aver polemizzato con lui in tv (fare l'imprenditore non è così semplice) anche Flavio Briatore si era lasciato fotografare con la copia di Pubblico in mano come avevano fatto anche altri personaggi e svippati dello showbiz. Tutto inutile.

Si guarda intorno il direttore-editore di Pubblico, stringe idealmente in un abbraccio i suoi compagni di viaggio («una redazione di talenti straordinari»), racconta di passioni amicizie amori nati nelle stanze di Lungotevere dei Mellini e si lascia sopraffare dai ricordi di chi ha costruito questo giornale pezzo dopo pezzo caricando con la sua macchina, perfino, i mobili dell'Ikea per arredare l'ufficio. Quello che la vulgata antipatizzante ha definito un «tentativo presuntuoso» è stata «la speranza» di Ego-Luca, dopo la diaspora dal Fatto Quotidiano: fare un giornale senza finanziamento pubblico.

«In tempi di crisi, era questa la nostra sfida: un giornale pubblico in tutto tranne che nel finanziamento». Ma di fronte ad una vendita media di 4mila copie con il pareggio di bilancio fissato a novemila copie (poi ottomila) perché non sono stati adottati provvedimenti immediati? «Di errori ce ne sono stati tanti - ammette Telese - con il senno di poi, è molto facile trovarne . Ma il Fatto Quotidiano ha raggiunto obiettivi di vendita con regole simili alle nostre».

Si può ancora salvare il giornale? «Il primo passo è la ricapitalizzazione - spiega con un filo di voce Telese - Pubblico non ha alle spalle né palazzinari, né partiti. Chiunque può rilevarlo. Serve, come minimo, mezzo milione di euro. Cinque giorni di lavoro, in pratica, di Veronica Lario...». Ma non c'è nessuna voglia di scherzare sull'assegno di mantenimento che il Cav deve corrispondere alla sua ex moglie. A Pubblico si lotta per un altro mantenimento. Quello del posto di lavoro.

 

 

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