1. IL PARTITO RAI TEME LA ROTTAMAZIONE E DICHIARA GUERRA A PITTIBIMBO: I SINDACATI, SINISTRATI DI USIGRAI IN TESTA, PREPARANO LO SCIOPERO GENERALE E UN GRUPPO DI DIPENDENTI VUOLE CONTESTARE RENZI GIOVEDÌ PROSSIMO DA BRU-NEO VESPA! 2. IL CONTRAPPASSO DEI CINQUESTELLE: MENTRE RENZI È DIVENTATO IL NEMICO NUMERO UNO DELL’ODIATA RAI, BEPPE GRILLO SBARCA A “PORTA A PORTA” CON TUTTI GLI ONORI! 3. LA METAMORFOSI DEI GRILLINI: VOLEVANO OCCUPARE VIALE MAZZINI E IL FESTIVAL DI SANREMO, ORA SONO DIVENTATI I PALADINI DELLE TORRI DI RAIWAY E DEI 13MILA DIPENDENTI RAI! 4. MATTEUCCIO CONTINUA A FARE CAMPAGNA ELETTORALE SUL CORPACCIONE CORPORATIVISTA DELLA RAI E I CONDUTTORI STRAPAGATI: “NON CI POSSONO ESSERE SACCHE DI SPRECHI E STIPENDI DA FAVOLA QUANDO C’È TANTA GENTE CHE NON ARRIVA A FINE MESE” 5. GUBITOSI DISPERATO: SCONFESSA FLORIS E PROVA A CERCARE RENZI AL TELEFONO, MA IL PREMIER NEANCHE GLI RISPONDE! LA MINACCETTA DEL DG: “SONO PRONTO A DIMETTERMI SE IL MIO AZIONISTA NON MI PARLA”. A BORDO CAMPO SI RISCALDA CAMPO DALL’ORTO

1 - IL PARTITO RAI PREPARA LA PROSSIMA IMBOSCATA: TUTTI A VIA TEULADA GIOVEDI' PER L'OSPITATA DI RENZI DA VESPA
Scrive Chiara Paolin sul "Fatto Quotidiano": "Dopo una giornata lunga e rabbiosa, sono tutti d`accordo sul piano d`azione: "Renzi registra il giorno giovedi 22 maggio 2014 alle ore 18 il suo intervento a Porta a Porta: via Teulada deve essere essere intasata, Renzi deve passare con la macchina tra ali di gente incazzata!!!". Sono quelli di IndigneRai a lanciare il grido di battaglia dalla loro pagina Facebook, gente che lamenta la costante denigrazione della tivù di Stato a fronte di una mole di lavoro sempre più convulso".

2 - RAI, LA STRATEGIA DEL PREMIER: TAGLI E SFIDA A GRILLO SUGLI SPRECHI
Maria Teresa Meli per "Il Corriere della Sera"

«Andiamo avanti: su questo la gente sta con noi»: dopo il diverbio con Giovanni Floris e l'offensiva sulla Rai, Matteo Renzi, come gli è abituale, non innesta la retromarcia. Anzi va avanti spedito. Nemmeno il siparietto con i tecnici di Ballarò gli ha fatto cambiare idea. Il premier ha cercato di convincerli della bontà delle sue tesi. I suoi interlocutori gli hanno replicato seccamente: «Gli sprechi in Rai sono minori di quello che lei pensa e noi guadagniamo meno della concorrenza». Il presidente del Consiglio ha motteggiato così: «Allora non votate Pd».

E QUELLI, DI RIMANDO: «RENZI, STAI SERENO».
Dunque, Renzi non arretra. Eppure la sua sortita sulla tv di Stato, una volta tanto, non è stata studiata a tavolino. È nata sul momento. Sull'onda di quello che il presidente del Consiglio ha considerato un uso improprio del servizio pubblico da parte di un conduttore con un super stipendio che difendeva interessi corporativi. Il che non significa, ovviamente, che il premier non abbia in mente, e da tempo, di cambiare il pianeta Rai. «Deve essere un'azienda aperta al mercato e all'innovazione, non l'attuale struttura mastodontica e dispendiosa. Occorrerà ridisegnare le sue funzioni, ci vorrà una nuova governance», continua a ripetere ai collaboratori e agli esperti della materia con i quali è solito confrontarsi sull'argomento.

«NESSUNO VUOLE FARE UN FAVORE A MEDIASET»: Renzi giudica quanto meno «risibile» l'accusa che gli viene rivolta da una fetta del cosiddetto partito Rai. Però ritiene che, come sia necessario «mettere mano agli sprechi della politica e della burocrazia, occorra fare altrettanto con la tv di Stato». Vuole dire questo, il presidente del Consiglio, quando sostiene che anche la Rai è chiamata a fare la sua parte nell'ambito della «non più rinviabile spending review». Del resto, il segretario del Partito democratico, che ha dei particolari sensori rispetto a ciò che si agita nella società italiana, ha capito che in questa sua battaglia l'opinione pubblica non lo lascerà da solo né tanto meno gli si rivolterà contro.

Anche perché su un punto il premier è chiaro: «Non ho la minima intenzione di impadronirmi della Rai - continua a ripetere a tutti - non ho nessun interesse a farlo, non è questo il mio obiettivo e non è questo ciò a cui penso quando immagino una tv di Stato trasformata, moderna e competitiva».
Siccome non ci sarà «nessun editto bulgaro né fiorentino», Renzi è sicuro che gli italiani saranno dalla sua, perché in tutti è diffusa una grande diffidenza per certi «sprechi» del servizio pubblico, per alcuni «mega-stipendi», per le lottizzazioni e le difese corporative dei sindacati interni.

Ciò non significa che a viale Mazzini come a Saxa Rubra non ci siano «ottimi professionisti», anzi, ce ne sono tanti, ma è il sistema che non funziona, secondo il presidente del Consiglio. Il quale non sembra troppo spaventato nemmeno per la rivolta del «partito Rai», che ieri gli si è scagliato contro con particolare virulenza.

Piuttosto, un atteggiamento del genere lo stimola allo scontro, tanto più perché è convinto di stare dalla parte del giusto, «perché - ripete spesso ai suoi - non ci possono essere sacche di sprechi e stipendi da favola quando c'è tanta gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese». E poi, sottolineano i renziani, volete mettere la soddisfazione, di strappare a Grillo questa bandiera? Anzi, di costringere gli uomini del Movimento Cinquestelle a difendere l'«odiata» Rai facendosi scavalcare dal premier in questa battaglia?

3 - GUBITOSI: "MEGLIO ANDARE VIA SE L'AZIONISTA NON VUOLE PARLARE CON IL SUO DG"
Goffredo De Marchis per "La Repubblica"

C'è un muro tra Matteo Renzi e il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi. L'amministratore di Viale Mazzini lo cerca tutti i giorni e tutti giorni il premier sfugge. «Non è possibile che io non riesca a parlare con il mio azionista. Che ci sto a fare allora?», è lo sfogo registrato da alcuni suoi interlocutori politici. Il direttore delle relazioni istituzionali Alessandro Picardi continua a lavorare per un avvicinamento ma con risultati nulli. Da martedì sera però questo gelo è diventato un problema ancora più serio.

A Giovanni Floris, Renzi ha risposto a muso duro che i 150 milioni di risparmi chiesti alla tv pubblica sono confermati, che «i sacrifici devono farli tutti», che il «futuro della Rai» è appena cominciato. E chi oggi parla di scontro tra il conduttore e il capo del governo non ha visto quello che è successo dietro le quinte di Ballarò. Alla fine del programma, un gruppo di cameramen e tecnici ha circondato Renzi, gli ha chiesto conto del taglio. Ne è nato un battibecco con alcuni momenti di tensione chiuso con la macumba lanciata dai lavoratori: «Matteo stai sereno» .

Al settimo piano di Viale Mazzini, dove si trovano gli uffici del direttore generale, non è dispiaciuto questo nervoso incidente diplomatico. Unito alla protesta durissima dell'Usigrai, il sindacato dei giornalisti ("la Rai non è né nostra, né dei conduttori. Ma neanche del premier», ha tuonato il leader Vittorio Di Trapani), apre per un Renzi un nuovo fronte sindacale. E se il premier si rifiuta di trattare con Gubitosi, a Gubitosi prendersi una piccola rivincita per interposta persona.

Renzi, dopo il voto europeo, vorrebbe aprire il dossier Rai. Il suo obiettivo è una riforma della governance che allontani i partiti attraverso la scelta di un amministratore unico. Il premier ha già in mente l'uomo giusto: Antonio Campo Dall'Orto, ex capo di Mtv, non a caso "parcheggiato" nel consiglio di amministrazione di Poste. Ma una revisione della legge Gasparri è difficilmente gestibile in questo Parlamento. Ecco perché Renzi aspetta, non pensa di sostituire Gubitosi almeno fino alla scadenza naturale (il prossimo anno), lo lascia a lavorare sul piano industriale, e insiste: «Io non sono interessato alle nomine».

Dalla Rai sono arrivate molte offerte in questo senso. Un'ipotesi di promozione a vicedirettore generale di Luigi De Siervo, amico d'infanzia di Renzi, qualche contatto con il "giglio magico" (i fedelissimi toscani di Renzi) sulla sostituzione alle testate regionali e al Gr, scelte poi in autonomia dal dg. Ma i vertici di Viale Mazzini vorrebbero capire se il governo ha intenzione di mettere mano ai pezzi grossi: Tg1, Tg2, Tg3. Il colpo basso dei 150 milioni però ha rotto un equilibrio già precario. Il taglio viene confermato dal viceministro al Tesoro Enrico Morando che immagina uno sconto sul futuro: «Il governo ridurrà l'impatto sulla spending review negli anni successivi». Basterà a ricomporre il dissidio?

 

 

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