PIER FRANCESCO… PUNGITORE - È UN “BAGAGLINO” DI VELENI, PINGITORE: “I MIEI SPETTACOLI FACEVANO ANCHE IL 45% DI SHARE, OGGI SEI CONSIDERATO UN FENOMENO SE ARRIVI AL 16. LA TV VITTIMA DEI FORMAT È LA MORTE DELL’INTELLIGENZA. SERIE TUTTE UGUALI: SIAMO AL 300ESIMO OSPEDALE, AL 400ESIMO COMMISSARIATO DI POLIZIA… NON C’È RISPETTO, SPETTATORI TRATTATI COME CRETINI - FACCIO ZAPPING: VEDO TUTTO, SENZA GUARDARE NULLA”...

Tommaso Labate per "Il Riformista"

Non ha la voce triste. Forse un po' stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» - omettendo come tutti quelli "del settore" di specificare «per cento» - in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino.

«Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell'intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall'estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell'autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l'ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s'è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte.

«E pensare che anche l'ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall'ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c'era posto», ha ricordato l'altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell'economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall'altra parte del Tevere è cominciata l'ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant'Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all'epoca ha trentun'anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»).

«Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c'era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po' per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell'autunno del 1965, nasce - in onore di Anton Giulio Bragaglia - la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un'ingiunzione degli eredi dell'artista che era scomparso cinque anni prima.

«Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all'egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del "lungo viaggio attraverso il fascismo", fecero un'operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra».

Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni!». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L'anno prima, la compagnia s'era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

Dove sta Zaza'. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all'estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C'era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali».

Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un'azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d'accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D'altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982).

Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell'Allenatore nel pallone, la pellicola di quell'Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L'anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d'eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell'intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L'incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica.

Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l'audience. Poi, nel 1993, quando l'economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo "tra color che son sospesi"».

Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I "professori" ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L'anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all'apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L'INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima - Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie.

Escono dall'anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull'efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant'anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c'è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all'apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell'agguato di via Fani.

La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall'avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all'inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po' la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti).

ACQUA PASSATA. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall'estero. La morte dell'intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia...

Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c'è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L'ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L'altra sera hanno rimandato I soliti ignoti...». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

 

 

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