1. A NOI LE POLEMICHE SULLA “VITA DI ADELE” CI FANNO UN SAFFO! QUANDO MAI SI VEDONO SULLA SCENA, IN UN FILM NORMALE, DUE BELLISSIME RAGAZZE CHE HANNO UNA STORIA D’AMORE, CHE SCOPANO, E NON C’È UN RISVOLTO DI TRAGEDIA O DI COMICITÀ? 2. IN ITALIA, QUANDO SI VEDE UNA COPPIA LESBICA NEI FILM DI BRIZZI O PAPALEO, C’È SEMPRE UN PO’ DI BARZELLETTA, O BISOGNA FARE I CONTI CON UN PAESE FORTEMENTE CATTOLICO 3. IL REGISTA FRANCO-TUNISINO KECHICHE INVECE CI MOSTRA CHE I DIVERSI ALLA FINE SIAMO NOI E NON LE SUE RAGAZZE, CHE POTREBBERO BENISSIMO ESSERE NOSTRE FIGLIE 4. LUI È RIMASTO FERITO DALLE TERRIBILI DICHIARAZIONI DELLA PROTAGONISTA LEA SEYDOUX. MA AVERLA MASSACRATA, FACENDOLE SUPERARE OGNI LIMITE SUL SET È QUELLO CHE HA PORTATO IL TRIPLICE PREMIO A CANNES, “UN GIORNO DI TOTALE FELICITÀ”

Marco Giusti per Dagospia

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche

Arriva in sala il film più scandaloso dell'anno e, soprattutto, quello che ha già fatto incazzare femministe, lesbiche e credo pure i guardoni che pretendevano qualcosa di più. I critici internazionali no. A Cannes, anzi, dove il film ha avuto la Palma d'Oro, i critici più o meno barbogei, più o meno etero (vabbè...) sono stati risvegliati dal loro torpore dalle grandi scene di sesso tra le due protagoniste e lo hanno esaltato a dovere.

Ad ogni modo, per poter rispondere alle maggiori accuse che sono state mosse al film, soprattutto alla domanda infernale "può un regista maschio inquadrare due donne che fanno l'amore senza avere lo sguardo di un voyeur?", è meglio che ognuno vada a vedere il lungo, sofferto, ma a tratti anche esaltante La vita di Adele ( il titolo completo è Le Blue est une coleur chaude - La vie d'Adèle chapitres 1 et 2) del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche interpretato dalle bellissime Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux e si faccia una propria opinione.

Kechiche è stato così attaccato, prima dall'autrice del fumetto, Julie Maroh, da cui ha tratto il film, che si è sentita tradita, poi perfino da una delle sue attrici, Léa Seydoux, anche se a Cannes sul palco della premiazione non sembrava proprio sconvolta, che si è dovuto difendere più volte. Così a Serge Kaganski sulle pagine de Les Inrock ha spiegato il suo film:

"Volevo filmare una storia d'amore. Volevo anche filmare due donne, due attrici, il loro mistero, la loro bellezza. Ho visto molte tematiche possibili. Per esempio l'azzardo, il destino. Lo avevo già affrontato in La faute à Voltaire o L'Esquive, e mi sarebbe piaciuto approfondire questo temo in La vie d'Adéle. C'era anche la questione dell'engagement artistico e politico, attraverso il personaggio di Emma, che inizia Adèle. Alla fine, è una storia di iniziazione, ma a un livello più personale, intimo. Il film mostra un personaggio, Adèle, che si confronta con un mondo che non è il suo.

All'inizio, è Emma che tira Adèle verso l'alto, che la spinge al determinismo sociale. Ma, finalmente, il personaggio di Adèle si dimostra talmente libero, da come era all'inizio, che era conflittuale spingerlo verso qualche cosa che non desiderava affatto. Adèle non vuole brillare forzosamente, non vuole attirare la luce su di lei, vuole svilupparsi in un altro modo, più discretamente, grazie al suo lavoro più terreno. E' Adèle Exarxhopoulos che ha spinto il personaggio verso quella libertà. Tra Adèle e Emma io non so quale sia il personaggio più libero. Emma è condizionata dalla sua educazione, il suo milieu".

Al di là delle polemiche, piuttosto pretestuose, quello che desiderava Kechiche non era affatto provocare il pubblico con le scene di sesso, ma seguire un personaggio alla ricerca della sua libertà e sviluppare una storia d'amore che inizia e finisce, ma dentro la quale Adèle cresce in tutti i sensi e capisce quello che realmente vuole. Ovvio che quando hai due attrici così giovani e belle e cechi di ottenere da loro con ogni mezzo la realtà di una storia d'amore, i problemi te li cerchi.

Perché attorno a queste scene, che ci sembrano così naturali e forti, ma che non ci possono lasciare certo indifferenti, si è creato lo scompiglio. Del resto, il primo a essere così innamorato delle sue attrici, è proprio il regista, che costruisce tutto il suo lungo film sui volti e sui corpi delle due attrici.

"Quando si trova un buon formato, una buona focale, il viso vive, e scrive un altro linguaggio che non è quello delle parole", ha detto Kechiche, "Ci si può perdere nella ricerca di quello che nasconde un viso. Quando scelgo i miei attori, questi sono sempre persone che hanno un viso che mi fa vibrare, che potrei guardare e riguardare per delle ore o dei mesi sul monitor. Se non fanno vibrare me, non faranno neanche vibrare lo spettatore."

Qualsiasi cosa si pensi del film, non si può non trovare straordinario il lavoro che Kechiche ha fatto con le due ragazze, magari massacrandole sul set, ma i risultati finali sono strepitosi. Se Adèle Exarchopoulos, era una vecchia conoscenza per il regista e quindi gli è rimasta fedele, Léa Seydoux ha fatto delle terribili dichiarazioni che lo hanno molto colpito.

"Spero che un giorno prenda coscienza dell'importanza di questo ruolo e della qualità del suo lavoro. Una tripla Palma d'Oro consegnata da una giuria con Steven Spielberg presidente è qualche cosa di importante. Hanno riconosciuto il lavoro delle attrici, il mio. Nella vita, gli istanti dove si ha tutto per essere felici sono rari, e la Palma d'Oro era uno di questi".

Beh, la premiazione di Cannes con le due ragazze in lacrime assieme a Kechiche è qualcosa che va oltre l'aver fatto un buon film, anche perché il film, malgrado le critiche dell'autrice e di molte femministe, era davvero liberatorio riguardo alla storia lesbica. Ma quando mai si vedono sulla scena, in un film normale, due bellissime ragazze che hanno una storia d'amore, che scopano, e non c'è un risvolto di tragedia o di comicità?

In Italia, penso ai film di Brizzi e un po' anche a quello di Papaleo con le coppie lesbiche, deve tutto passare un po' per barzelletta, come risvolto comico, o comunque fare i conti con un paese che rimane fortemente cattolico. In questo le notti d'amore di Adèle e Emma in quel di Lille ci portano avanti anni luce. E' come se Kechiche ci avesse mostrato che i diversi siamo noi e non le sue ragazze, che potrebbero benissimo essere nostre figlie. Ci rivela qualcosa, un po' come accadde in L'impero dei sensi, il capolavoro di Oshima, che non può non turbarci e aprirci.

Nel film, e qui riprendo quanto ho scritto da Cannes, Adèle e Emma sono una quindicenne che vuole diventare maestra e una ragazza più grande che vuole diventare artista. Le seguiamo nell'arco di qualche anno. In quel di Lille si incontrano, si amano appassionatamente, si lasciano, crescono.

Nella prima ora in realtà seguiamo solo Adèle , che è la vera protagonista del film, a casa, a scuola, dove studia "La vie de Marianne" di Marivaux, che sarà un po' la fonte di ispirazione per il suo personaggio di eroina romantica alla ricerca confusa dell'amore, mentre Francis Ponge ne spiegherà la forza passionale. Poi nei suoi primi incontri con un ragazzo carino che lascerà, con un'amica di scuola che non se la sentirà di andare fino in fondo e infine con Emma dai capelli blu, più grande e lesbica dichiarata. Un po' tutta la prima parte del film è giocata sul blu come colore di ricerca di realizzazione di sé, dei propri desideri e come voglia di cambiamento.

La prima lunghissima scena di sesso fra le due ragazze, costruita per stordire lo spettatore, sarà uno shock anche per la piccola Adèle che si troverà a convivere con la propria passione e le proprie estasi. Poco dopo capiremo anche che non basterà la passione per vivere insieme, viste le diversità fra le due. Adèle viene da una famiglia di origini operaie, non erudita e non aperta alle diversità sessuali, Emma da una famiglia più intellettuale e comprensiva. Ma, mentre Emma è concentrata sull'arte come realizzazione della propria personalità, Adèle è legata a sogni più piccoli ma più concreti e vede la scuola e i bambini come il suo unico futuro.

Così, quando andranno a vivere insieme, Emma tenderà a lasciare sola Adèle, che si sentirà esclusa dalla sua vita e si troverà in difficoltà negli incontri con gli amici intellettuali di Emma. Finirà per tradirla con un collega maschio e, scoperta, non verrà perdonata. Dopo tre anni, le ragazze si incontreranno di nuovo, più matura Emma, con famiglia lesbo e sempre legata ai suoi terribili lavori artistici, sempre fragile e romantica ma concreta nel lavoro Adèle. Kechiche fa di Adèle un'eroina moderna in grado di dividere il lavoro di maestra dalla sua vita passionale.

La priva dei piccoli sogni inutili della borghesia e le concede una passionalità tutta femminile che è il vero motore del suo personaggio e del film. Adèle Exarchopoulos, ripresa con continui primi piani che riescono a cogliere ogni cambiamento di sentimento e di espressione, è incantevole nei panni di Adèle e Léa Seydoux, che ha un ruolo più ingrato, la segue con estrema generosità.

Anche se il film poteva durare meno delle sue tre ore, va detto che, assieme a Jeune et jolie, è l'unico tra quelli visti a Cannes che abbia saputo mettere in piedi con intelligenza un personaggio femminile ancora acerbo alla ricerca di sé con tutte le sue paure e i suoi errori. Entrambi segnano anche la nascita di nuovi attori di talento. In sala dal 24 ottobre.

 

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