CARACAS, LA TUA TOMBA - CON LA PRESIDENZA DEL DITTATORELLO MADURO, DUE MILIONI DI ITALIANI IN VENEZUELA NON VEDONO L’ORA DI SCAPPARE - OGNI GIORNO AL CONSOLATO ITALIANO ARRIVANO CENTO RICHIESTE DI NUOVI PASSAPORTI

Omero Ciai per ‘La Repubblica'

«Come un prigioniero», dice Antonio. «Perché se potessi vendere quello che ho me ne andrei subito», aggiunge. «Ma adesso, con la crisi, l'inflazione, la criminalità dilagante, realizzare qualcosa da quello che hai costruito con una vita è semplicemente impossibile». Antonio fa il barbiere. Come moltissimi campani arrivò qui nella seconda metà degli anni cinquanta, quando il Venezuela aprì le porte all'emigrazione europea. Lui e sua moglie, Damiana, hanno due figlie, laureate in medicina.

«Non possiamo andarcene e non vogliamo restare. In tutti e due i casi stiamo rischiando di perdere tutto», conclude. Gli italiani registrati nei consolati sono 140 mila, ma in realtà la cifra degli italo-venezuelani sfiora i due milioni: «Anche i due milioni è mezzo», precisa Jean Pietro Cattabriga, presidente della Camera di commercio.

Al Consolato italiano di Caracas ammettono che negli ultimi tempi è in forte crescita la richiesta di nuovi passaporti. Anche cento ogni giorno. La lunga coda di tutte le mattine lo conferma. D'altronde, il clima nel paese è sempre più pesante. Proprio ieri monsignor Diego Padron, presidente della Conferenza dei vescovi venezuelani, ha attaccato duramente Maduro non esitando a parlare di «governo totalitario». Ha aggiunto, il monsignore, che «è un errore voler risolvere la crisi con la forza. La repressione non serve».

Riccardo ha trentasei anni e ha una agenzia di viaggi. I suoi genitori emigrarono dal Trentino, piccolissimi, con i loro padri. Ora lui e sua moglie hanno deciso di andarsene a Panama. È qui in fila per i documenti. «Perché Panama?». «Perché in questo momento è la soluzione più facile. Grazie ad un accordo intergovernativo, con il passaporto italiano ci danno subito la residenza. Poi magari quando la situazione in Venezuela sarà cambiata, torneremo».

«Vado a Panama anch'io », dice Giovanna che lo segue nella coda. «Molti cercano di andare negli Stati Uniti, ma ottenere un permesso è più lungo e difficile ». «E tornare in Italia?», chiedo. Giovanna sbuffa, «Alcune famiglie lo fanno, dei miei parenti sono ritornati a Catania dopo quarant'anni, hanno dovuto svendere tutto quello che avevano qui. Io - sorride - preferisco cercare altre opportunità».

Nei prossimi tre mesi, fra aprile e giugno, la penuria è destinata ad aumentare. Oggi manca il 47 per cento dei beni di prima necessità, un prodotto su due. Ma il peggio deve ancora arrivare. È di ieri la notizia che l'Iveco ha sospeso la produzione. Per le difficoltà
a importare componenti industriali l'azienda italiana è stata costretta a fermare
l'attività dei suoi 400 dipendenti.

Che i sentimenti nella comunità bianco, rossa e verde facciano l'altalena fra l'inquietudine e l'angoscia lo conferma anche Michele Buscemi, presidente del Comites. A Caracas da 58 anni, Buscemi ha insegnato Economia all'Università. Poi ha lavorato nell'import- export. «La criminalità e lo scontro politico esasperato rendono tutto più incerto. Ma in Italia non c'è alcuna consapevolezza di quello che stiamo vivendo qui».

Gli anziani, in maggioranza, sono i più determinati a resistere. Come Luigi, il libraio. È arrivato qui da Torino quand'era un ragazzino. Povero e in cerca di fortuna. Ha aperto tre librerie. Cresciuto una figlia che ormai vive negli Stati Uniti. «Chávez ci ha rovinato», dice Luigi. «Ho già dovuto chiudere due librerie e non riesco a venderne i locali. Questo governo vuole imporre a tutti una miseria che chiama socialismo, una dittatura populista».

Tra gli italo-venezuelani più giovani c'è anche chi non ha, per ora, intenzione di cedere. Vittorio, genitori veneti, 30 anni, è uno degli avvocati che gratuitamente difendono gli studenti arrestati nei due mesi di proteste antigovernative. «Ho paura, ma non voglio andarmene», dice. Quello che Vittorio teme sono la censura e il clima da caccia alle streghe per le manifestazioni contro Maduro.

«La repressione è stata brutale, e anche inattesa. Ci sono casi di tortura in carcere. Nessuno di noi immaginava che potesse essere utilizzata tutta questa violenza contro chi protesta per la politica economica del governo». Anche Giulia si sente italiana. Ma per lei un passaporto per sentirsi sicura è solo un miraggio. Sua madre nacque a Roma, ma in Venezuela dovette rinunciare alla nazionalità italiana.

Eppure fra tante incertezze non manca qualche ottimista: «Vuole sapere quello che penso? Non ho alcuna intenzione di andarmene perché questo è un paese pieno di petrolio e di opportunità. E il regime chavista alla fine cadrà, è inevitabile. Ma mi raccomando non mi citi per nome, meglio evitare pubblicità. Non si sa mai».

 

MADURONicolas Maduro HUGO CHAVEZ E ERNESTO SAMPER GIAP E CHAVEZ LE PROTESTE IN VENEZUELA

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