IL FESTIVAL DEI GIUSTI – DAL BERLUSCONI VISTO DAI “TRADITORI” NON SI IMPARA NULLA DI NUOVO. ANCHE PERCHÉ DOTTI E SOCI NON DICONO EVIDENTEMENTE TUTTO QUELLO CHE POTREBBERO DIRE (LA SCENA MADRE DI “S.B. IO LO CONOSCEVO BENE”? LO SCHIAFFO DI D’AGOSTINO A SGARBI) - “UN ENFANT DE TOI” DI JACQUES DILLON E’ UN FILM DI ALTISSIMO LIVELLO, BENE ANCHE “A GLIMPSE INSIDE THE MIND OF CHARLES SWAN III”, IL SECONDO FILM DA REGISTA DI ROMAN COPPOLA CON CHARLIE SHEEN E BILL MURRAY - RICCO E COMPLESSO “DRUG WAR”, IL GANGSTER MOVIE DI JOHNNIE TO....

Marco Giusti per Dagospia

"La passion, c'est la guerre" taglia corto Aya, la magrissima Lou Doillon, nelle prime scene del film diretto dal padre Jacques Doillon, "Un enfant de toi", presentato stamane in concorso al Festival di Roma. Aya è divisa fra due uomini, il suo ex, Louis, Samuel Bechetrit, col quale ha fatto una bimbetta, Lina, e un biondino dentista, Victor, Malick Zidi. Louis non è affidabile, è bugiardo e infedele, corre dietro a tutte le ragazzine, ne ha già un'altra, Gaelle, Marilyne Fontain, che sembra molto più adulta di lui, ma è talmente vanesio che appena Aya chiama lui le corre dietro.

Victor ha capito che la sua storia è in pericolo, Aya è troppo concentrata nel riprendersi il suo ex che, prima o poi, cadrà nelle sue braccia. Doillon, come in tanti suoi film precedenti, per tutti il bellissimo "La pirate" con Jane Birkin, la mamma di Lou Doillon, e Maruschka Detmers, è totalmente preso, assieme al suo direttore della fotografia, il grandissimo Renato Berta, nel seguire ogni piccola emozione dei suoi personaggi, ogni movimento di occhi, di mani.

Toglie qualsiasi musica. Il gioco è nei dialoghi, nei rapporti, nella possibilità di dominare gli altri, di possedere gli altri per pura passione. Quello che fa scattare la guerra è la decisione di Aya di avere un bambino col suo nuovo fidanzato. Ma va subito a dirlo all'ex, perché sa che lui farà di tutto per non farglielo fare. Perché se lei restasse incinta di un altro lui scomparirebbe dalla sua vita. Film di altissimo livello, "Un enfant de toi" potrebbe durare anche più delle due ore e passa che dura. I suoi personaggi sono instancabili, dei guerrieri.

Doillon sa come farli recitare, come farli muovere alla perfezione, come un balletto. Il cinema di Paolo Franchi è proprio lontani anni luce. Uno scherzo elegante, gradevolissimo, anche se di poca consistenza "A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III", il secondo film da regista di Roman Coppola, che si ripresenta al pubblico dopo lo sfortunato "CQ", una sorta di metafilm sul mito del "Diabolik" di Mario Bava girato a Roma più di dieci anni fa con un cast che spaziava da Massimo Ghini a Silvio Muccino. In mezzo anni tanta produzione per la sorella Sophia, "Somewhere" e per gli amici di famiglia Spike Jonze e Wes Anderson.

Roman Coppola è un vero dandy, guardate come è attento a ricostruire una Hollywood di trent'anni fa che non esiste più, con i suoi grafici fuori di testa, le Cadillac, gli abiti sempre perfetti, il culto delle copertine dei vinili, i registratori portatili che pesavano venti chili. Possiamo adorare questa simpatico viaggio nella mente di Charles Swan III, interpretato da un perfetto Charlie Sheen, talmente a pezzi e bevuto perché la fidanzata Ivana, Katherine Winnick, lo ha lasciato, che decide di vendicarsi buttando dalle colline di Hollywood tutte le scarpe che lei ha lasciato in giro per casa.

Solo che nel tentativo di liberarsene finirà per precipitare, con la sua macchina giù da una scarpata fino a entrare dentro una piscina. Lo porteranno in ospedale e lì inizierà a sognare assurde situazioni hollywoodiane che vedono protagonisti lui e i suoi amici, Kirby, entertainer alla Lenny, Jason Schwartzman, e il depresso Bill Murray, che pensa che il suo matrimonio sia finito. I tre, nei sogni, se la vedranno con le donne, più o meno tutte quelle che ha incontrato nella sua vita Charles Swan III.

E' la parte più divertente e fantasiosa del film, specialmente il sogno western, con Bill Murray che si lancia in un'imitazione di John Wayne in "Sentieri selvaggi" alle prese con una tribù di sole femmine. Quando Charles uscirà dall'ospedale e cercherà di ricontattare la sua ex, la storia si farà un po' più ovvia, ma il film vive tutto nella ricostruzione della Hollywood degli anni '80 e nel grande cast di parenti e amici stretti della famiglia Coppola.

Oltre ai protagonisti troviamo Stephen Dorff, il protagonista di "Somewhere", la vecchia e ingrassata Colleen Camp, una delle conigliette di "Apocalypse Now", come moglie di Bill Murray, Patricia Arquette. Niente di eccezionale, ma il raccontino ha una sua bella leggerezza e eleganza, come dimostra il gran finale con attori e troupe che si presentano al pubblico. Ricco, complesso, piuttosto avvincente, anche se nulla di veramente innovativo, "Drug War", il gangster movie di Johnnie To che abbiamo visto ieri sera.

E' un gioco tra guardie e ladri tra gang di fabbricanti e trafficanti di cocaina e la squadra di poliziotti che cerca di intercettarli. Grandissimo inizio con un gruppo di trafficanti costretto a evacuare (indovinate come?) gli ovuli di coca dopo che i poliziotti li hanno arrestati. A un certo punto un poliziotto ricorda a un capo della banda che in Cina si rischia la pena capitale per il traffica di 50 grammi di cocaina, figurarsi per queste quantità industriali. "Drug e War" e "Back to the 1942" dimostrano che i nuovi grandi film spettacolari mondiali si producono in oriente, soprattutto in Cina, dove riescono a fare sia grandi gangster movie che grandi e complessi film storici. Hollywood, per non dire Cinecittà, sono ormai luoghi del passato.

Non ha del tutto convinto una parte del pubblico il pur interessante documentario "S.B. io lo conoscevo bene" di Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella, che tentava di raccontare in 90 minuti scarsi l'ascesa e la caduta di Silvio Berlusconi attraverso i racconti di una parte di ex amici, da Vittorio Dotti a Paolo Guzzanti, da Paolo Cirino Pomicino a Paolo Pillitteri. Ovvio che se si parla di Berlusconi, sia da politico che da imprenditore, qualcosa di divertente e di preoccupante, prima o poi viene fuori e ovvio che, se si attinge a qualsiasi repertorio, in questo caso da quelli di France 2, della Cinq, della 7, ci sia molto da vedere.

Purtroppo, a parte il raccontino di Guzzanti che incontra Berlusconi mentre sta organizzando "Fuori Italia" e presenta come fossero due "trampolieri" i liberali Martino e Urbani ("Abbiamo anche i nostri liberali"), non si impara nulla di nuovo. Anche perché Dotti e soci, "infamoni" e traditori ma fino a un certo punto, non dicono evidentemente tutto quello che potrebbero dire. Così nulla si sa dei veri inizio di Berlusconi, dei suoi rapporti con Dell'Utri e di tutte le altre amenità che Travaglio e Co. non smettono da anni di ricordarci.

Alla fine il ritratto che viene fuori di Berlusconi è un po' da esportazione, un po' edulcorato. Certo, ci sono grandi momenti di televisione del paese, come la nascita di Canale 5 con Mike alla Sipra, c'è il celebre schiaffo di Roberto D'Agostino a Vittorio Sgarbi (andrebbe replicato almeno una volta al mese in tv), c'è il congresso del PRI con (mio suocero) Oscar Mammì fra Spadolini e Giorgio la Malfa che preparano la legge sulla tv alla presenza di Berlusconi, ma è come se questi vent'anni di potere berlusconiano, che molti di noi hanno vissuto sulla propria pelle, appartenessero a qualcun altro. Altri momenti pelosi si vivevano in Sala Sinopoli.

Era ancora calda la visione della topa di Isabella Ferrari nel film di Paolo Franchi "E la chiamano estate", che arrivava freschissima dal Brasile la copia restaurata di un film molto raro di Glauber Rocha coprodotto da Italia e Francia, "Der Leone Has Seven Cabezas", girato nel Congo Brazzaville nel 1969, subito dopo il capolavoro "Antonio Das Martes" da un Glauber in fuga dal proprio paese e dalla dittatura militare. "Der Leone", interpretato da un cast che andava da Giulio Brogi a Jean-Pierre Leaud, da Gabriele Tinti a Rada Rassimov, sorta di godardata sul Terzo Mondo, sul bisogno della rivoluzione africana contro il capitalismo americano e bianco, è un film dalla lavorazione complessa e faticosa, anche perché il Congo del tempo era una sorta di polveriera.

Ma la cosa che noi piccoli cinephiles ricordavamo di più è che il film mostrava il nudo integrale della bellissima Rada Rassimov e questo nudo venne oscurata da pecette dalla censura del tempo. La copia restaurata riporta le nudità e il pelo da foresta selvaggia di Rada Rassimov al suo originario splendore.

Non solo. Incontrando all'uscita della proiezione la stessa Rada Rassimov, mi ha confermato che già nella proiezione di Venezia del 1970 qualcuno volle coprire quelle parti scandalose. Sembra che le avessero coperte sbruciacchiando la pellicola con le sigarette, inseguendo quella celebre foresta. Un altro mito svelato. Il film è un po' un delirio da post 68, ma incredibile e coltissimo. Imperdibile. Soprattutto per i fan di Rada Rassimov

 

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