IN BARBA AI “MULTICULTI” - IL ROMANZO DI TOM WOLFE, AMBIENTATO IN UNA MIAMI DIVISA IN TRIBÙ, SMONTA LA FAVOLA USA DELL’INTEGRAZIONE A TUTTI I COSTI

Giordano Tedoldi per "Liberoquotidiano"

Esce oggi il nuovo romanzo di Tom Wolfe, Le ragioni del sangue ( Mondadori, pp. 600, euro 21). Il titolo originale, Back to blood, letteralmente «Tornare al sangue», gioca con un modo di dire della lingua inglese, «back to black» (la pronuncia delle due espressioni è assonante) che significa «tornare ai vecchi vizi», e non per caso quello era il titolo del più noto album della immensamente talentuosa quanto sfortunata cantante Amy Winehouse, che usciva e ricadeva nella dipendenza da sostanze stupefacenti.

Una traduzione che tenesse conto di tutto ciò dovrebbe intitolare il romanzo «Tornare al vizio del sangue». Un ritorno alle collisioni create dalle naturali differenze tra gli uomini, enfatizzando le appartenenze di razza, di ceto, ma ancor più tenendo fermi i loro pregiudizi, i loro vizi, le loro passioni, che li definiscono non meno delle loro virtù e dei loro principi.

Wolfe, per questa sua allergia a bersi la favola per cui la cultura unisce, crea dialoghi armoniosi, appiana i dislivelli, è uno scrittore realista, ma viene considerato un cinico reazionario. Basterebbe scorrere le critiche ricevute dal romanzo negli Stati Uniti. Certo, Wolfe ha prestato il fianco: ambientato a Miami, il romanzo racconta la storia del poliziotto cubano Nestor Camacho con la passione del body-building, assegnato alla pattuglia marittima, e della sua fidanzata arrampicatrice sociale Magdalena.

Notare che Nestor è Nestore, uno degli Argonauti, e Magdalena è la peccatrice Maddalena (ma c'è chi ha scritto che ricorda le madeleine di Proust, quei biscottini le cui briciole stanno sempre tra le pagine di qualunque libro, a sentire certi intelligentoni). Questi rinvii un po' cheap fanno parte dell'arsenale dei romanzieri satirici di razza (da Swift a Joyce), ma non vanno più, ricorrervi ancora è decisamente una provocazione. C'è poi un giornalista del Miami Herald che, nell'era fragile del giornalismo digitale, sembra uscito dai fumetti di Superman anni '50, a metà tra l'indossatore vanesio e il Robert Redford de I tre giorni del condor.

La politica - che non è semplicemente corrotta, il suo vero vizio è di essere accidiosa e demagogica, comprendete il realismo? - è messa in scena con il sindaco di Miami, un cubano che però odia Nestor perché lo mette nei pasticci con la sua comunità (e dunque il suo elettorato) dopo aver arrestato un immigrato cubano, ovviamente «esule anti-castrista».

C'è poi un vanaglorioso capo della polizia, nero, che si compiace del suo collo taurino e delle sue medaglie; non manca lo psichiatra che cura le dipendenze sessuali (ma non la sua) e la cui sensibilità erotica distorta lo fa eccitare solo quando la troupe televisiva che deve intervistarlo bussa alla sua porta: il torbido truffatore russo Sergej Koroliov, che spaccia Malevich e Kandinskij falsi al museo di arte contemporanea. Va bene che Wolfe voleva scrivere un romanzo «sul tema dell'immigrazione», ma così si esagera.

L'immigrazione, secondo le buone maniere correnti, è argomento da riservare al corruccio moralistico alla falsa freddezza documentale degli scrittori che odiano quei supporti esagerati e immaginifici che sono i romanzi. E che quindi tradiscono la realtà proponendone una evirata.

Accusare Wolfe di non aver scritto un reportage, ma un'opera di immaginazione fa un po'ridere, lui che non è famoso per aver inventato un personaggio fittizio, come Updike ha inventato Coniglio o Philip Roth ha creato Zuckerman, ma per aver coniato l'espressione «radical-chic», quando si intrufolò in un party di sostegno alle Black Panthers organizzato da Lenny Bernstein nel suo appartamento di Park Avenue, dove si servivano tartine al Roquefort ai sediziosi afroamericani. Lui che fu tra i capofila del new journalism.

Eppure i critici hanno biasimato il fatto che Wolfe abbia solo «rasentato la superficie» di Miami, e c'è chi s'è addolorato perché il libro non è ambientato tra le baracche di Mumbai, come ha fatto Katherine Boo col suo Belle per sempre (in Italia da Piemme).

Il tic neorealista, per cui è meglio la storia di uno straccione senza lavoro (e se gli manca anche una gamba tanto di guadagnato) che quella di una donna in Ferrari, quale la bellissima ispanica che appare in apertura de Le ragioni del sangue, vale anche all'estero. Perciò sappiate che, se lo acquistate, la critica americana l'ha giudicato un romanzo «non riuscito», i personaggi sono «strillati», c'è un'ossessione sui muscoli «bombati », gli uomini sono tutti avidi e palestrati e le donne tutte troie.

Che ne dite? Mi pare ci sia da divertirsi. Senza contare che Wolfe scrive da Dio, con una lingua esclamativa che ricorda il commento a un incontro di wrestling. E anche qui, non è mancata la faina per cui la prosa non è quella del Tolstoj de La morte di Ivan Ilich: l'ha scritto James Wood sul New Yorker, ed è un problema che affligge Wolfe e qualche altra centinaia di migliaia di scrittori.

Ma Tolstoj non scriveva di un poliziotto cubano che si compiace di avere un bel culo perché gli consente di rimorchiare le jebitas, o di Magdalena che si concede allo psichiatra erotomane di successo, i suoi russi erano contadini o nobili e non boss mafiosi. Né frequentava, in completo bianco da gelataio, locali di lap-dance, come ha fatto Tom Wolfe per scrivere questo romanzo. Le differenze, queste cose così ostiche alla comprensione degli intellettuali.

 

TOM WOLFE E IL SUO LIBRO IL RICHIAMO DEL SANGUE IL LIBRO DI TOM WOLFE IL RICHIAMO DEL SANGUE tom wolfe blue TOM WOLFE Tom Wolfe

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