SALLUSTI RISCHIA DI FINIRE IN CARCERE PER UN ANNO E DUE MESI PER UN ARTICOLO CHE NON HA SCRITTO CHE RIGUARDAVA UNA TOGA TORINESE - MAI TOCCARE I MAGISTRATI, IN ITALIA: CON LORO SI PERDE SEMPRE. SI DANNO RAGIONE TRA LORO E SI ASSEGNANO PURE RICCHI RISARCIMENTI. E IL NOSTRO PAESELLO È L’UNICA SEDICENTE DEMOCRAZIA DOVE I GIORNALISTI POSSONO FINIRE IN GALERA PER UN ARTICOLO SBAGLIATO, O ANCHE SEMPLICEMENTE SGRADITO A LORSIGNORI...

1- SALLUSTI RISCHIA DI FINIRE IN CARCERE PER UN ANNO E DUE MESI
Valerio Cattano per "il Fatto Quotidiano"

L'Italia è l'unico Paese europeo dove un giornalista rischia il carcere per ciò che scrive. Nelle democrazie occidentali, e negli Stati Uniti, il reato di diffamazione è regolato dal codice civile. Nel Regno Unito, è stata approvata una riforma, tre anni fa, a conclusione di un dibattito acceso; un confronto duro fra opposte fazioni, ma alla fine, la legge è passata. In Italia un giornalista può andare in galera anche per vicende surreali come quella che sta vivendo Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, per una vicenda che risale al 2007.

All'epoca Sallusti era direttore responsabile del quotidiano Libero (Vittorio Feltri, invece, era direttore editoriale); in qualità di responsabile Sallusti fu querelato da un magistrato di Torino, Giuseppe Cocilovo, per un articolo che non era stato firmato dal professionista.
In primo grado il direttore fu condannato a una sanzione pecuniaria di 5.000 euro e a un risarcimento di 30.000.

Il 26 settembre, mercoledì prossimo, saranno i giudici della Cassazione a occuparsi della condanna di Sallusti. La Suprema Corte entra nel merito di possibili vizi procedurali, non può certo riformulare la condanna. La sorte del giornalista è dunque legata a possibili storture giuridiche; se non ve ne fossero, la Cassazione non potrà che confermare la sentenza d'appello. Si dirà: cosa volete che siano un anno e due mesi, da scontare ai domiciliari, per un professionista? Non è così facile, perché le conseguenze per il giornalista sarebbero gravi. E il caso è emblematico per riportare sotto i riflettori il fatto che l'Italia è l'unico paese occidentale dove i reati a mezzo stampa si perseguono in via pena-le.

I giudici fanno il loro mestiere: ci sono le norme e loro le applicano. Il punto sta in una riforma mai fatta, che doveva essere un punto fermo di qualsiasi governo, di destra, di centro o di sinistra. A chi ritiene che depenalizzare significa dare carta bianca ai giornalisti, che così potranno scrivere qualsiasi nefandezza, si può portare ad esempio ciò che è avvenuto proprio in Gran Bretagna con i tabloid di Murdoch. Nelle democrazie moderne la libertà di stampa è requisito fondamentale: l'Onu e il Consiglio d'Europa hanno più volte sottolineato l'anomalia italiana, l'ennesima che fa dello Stivale una nazione di serie B.


2- DEMOCRAZIA NEGATA PER LEGGE
Vittorio Feltri per "il Giornale"

Un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia. Infatti l'Italia non è un Paese democratico né liberale: l'unico in Occidente a non esserlo. Noi siamo uguali alla Corea del Nord, simili alla fallita Unione Sovietica. Tutto dalla vita mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sulla tastiera della Olivetti. Vi racconto ciò che sta per accadere: il nostro direttore responsabile, Alessandro Sallusti, è sul punto di essere arrestato. Ha ucciso un persona, premeditando il delitto? Ha rapinato una banca? Ha violentato una bambina? Ha scritto un articolo contro Gesù o contro Maometto?

Nossignori. Nel 2007, in quanto gerente di Libero , aveva la responsabilità oggettiva di quanto quel quotidiano pubblicava. Poiché un dì vennero stampati sul medesimo foglio un pezzo e un commento su una vicenda giudiziaria, nei quali era citato un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, questi, ritenendosi diffamato, sporse querela. Il commento in questione non era stato vergato da Sallusti, ma da un altro autore che lo aveva firmato con uno pseudonimo. Non importa. La legge considera responsabile di ogni riga storta (uscita sul giornale) il direttore. Il quale pertanto è stato processato a sua insaputa. Perché a sua insaputa?

L'avvocato dell'azienda editoriale si era distratto e non aveva tutelato l'imputato. Che, in primo grado, fu condannato a una pena pecuniaria: 5mila euro. Routine. Si paga, di solito, e buona notte. Incidenti di percorso. La sentenza però fu appellata dalla parte lesa. Trascorre un po' di tempo,e si celebra il processo di secondo grado, ancora senza l'avvocato di fiducia, assente ingiustificato: ha disertato l'aula per smemoratezza o altro, non si sa; lui non è più rintracciabile.

Automaticamente, gli subentra un legale d'ufficio che forse non si prende molto a cuore la storia, cosicché il verdetto è micidiale. La pena pecuniaria di 5mila euro, e sottolineo 5mila euro, viene trasformata in pena detentiva: un anno e due mesi di prigione. Uno pensa: vabbè, c'è la condizionale. Col cavolo. Niente condizionale, perché i direttori di giornale - tutti - sono pieni di cause, ne perdono molte, quindi accumulano precedenti su precedenti, e addio sospensione della pena.

Mercoledì sera, a Sallusti - che cade dalle nuvole - comunicano che il 26 settembre, cioè mercoledì venturo, la Cassazione esaminerà il caso; non entrerà nel merito, ma controllerà la regolarità formale del giudizio di secondo grado. Se non avrà nulla da eccepire, la sentenza sarà immediatamente esecutiva. E il nostro direttore verrà arrestato e chiuso in una cella come un delinquente e dovrà scontare il castigo.

Inammissibile, assurdo. Segnalo ai lettori che l'Italia è l'unico Paese europeo - che dico? occidentale - in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile. Solo le dittature più efferate usano sistemi di questo tipo: un modo violento allo scopo di reprimere ogni tentativo di criticare il regime. Nelle democrazie appena appena decenti, la persona offesa da un giornale si rivolge al tribunale civile e chiede un congruo risarcimento, poi, eventualmente, accordato dal giudice.

D'altronde - esemplifico se qualcuno mi dà gratuitamente del cretino, o mi attribuisce un'azione cattiva che non ho commesso, non ho interesse che chi mi ha insultato o diffamato vada in galera; mi preme piuttosto che egli paghi in soldoni il suo errore. In effetti, ripeto, succede così in tutto il mondo civile, o quasi, tranne che nella nostra piangente penisola. Ma non per colpa dei magistrati, che si limitano ad applicare la legge. A volte la applicano con mano lieve, altre con mano pesante. Ma non si inventano nulla. Applicano il codice e basta.

La legge fornisce loro dei mezzi e delle armi, che vanno dal temperino al mitra. In alcune circostanze adoperano il primo, in altre il secondo. Ma non si tratta di abusi. Essi rimangono nell'ambito del consentito. Non è con loro che noi (io) polemizziamo. Ma con i dementi che, dopo 60 e passa anni di finta democrazia, mantengono in vita, per accidia e menefreghismo, alcune pagine del codice fascista.

Sì, fascista. Non vanno linciati i giudici «esagerati», che agiscono comunque in base alle regole, ma chi quelle regole non ha mai avuto il coraggio, e la sensibilità civile, di modificare, adeguandole ai canoni della democrazia liberale. Tra costoro metto anche Silvio Berlusconi che, incoscientemente, non ha provveduto quando avrebbe potuto farlo, imponendosi sui fetenti da cui era circondato, a revisionare il succitato codice. Giuro: a me aveva promesso che avrebbe depenalizzato i reati di opinione. Invece non è riuscito a combinare niente perché la lobby degli avvocati, potente e massiccia in Parlamento, si è opposta. Già: cause che pendono, cause che rendono.

Risultato. I giornalisti vanno in galera perché i rischi del mestiere sono questi in Italia: non di pagare con i risarcimenti, come sarebbe giusto, ma di pagare con la detenzione. Vergognatevi tutti, politici dei miei stivali. Si vergognino Berlusconi, Prodi, D'Alema, Amato, Ciampi, Fanfani (anche se è morto), Andreotti, Emilio Colombo, Craxi (anche se è morto), De Mita. Tutti i governi, di destra, di centro e di sinistra. Non solo hanno mandato in malora il Paese: hanno anche ucciso la libertà di stampa nella culla. Io me ne frego. Mi ribello a questa gente che ha pensato solo ai fatti propri, e ha abbandonato i giornalisti, lasciandoli alla mercé di una legge iniqua, fascista e tirannica, pur pretendendo che continuino a fare il loro mestiere.

Ma quale mestiere? Come si fa a lavorare serenamente se uno di noi, Alessandro Sallusti, per un articolo che neppure ha scritto, è in procinto di finire dietro le sbarre per un anno e due mesi? Qui non c'entrano le posizioni politiche di ciascuno di noi. Possiamo essere nel giusto o no, possiamo essere simpatici o antipatici, ben retribuiti o ridotti alla fame: non è questo che conta. Conta piuttosto che si distingua fra criminali e gente che nella propria attività, pur sbagliando, non merita il carcere.

Cari politici del menga, svegliatevi. Date un segnale che non siete lì a difendere l'indifendibile, e se non potete salvare l'Italia dalla crisi, salvatela almeno da certi obbrobri. Cambiare una legge odiosa non costa niente: due righe da depennare comportano sì e no l'investimento di 20 euro. Non c'è più un centesimo perché avete già raschiato il fondo della cassa? Ve li do io. Attenzione: se Sallusti sarà associato alle carceri, non la passerete liscia. Oltre a non fare bella figura, rischierete gli sputi di tutti noi. P.S.:caro Alessandro,siamo solidali con te, e come te ci sentiamo vittime di una classe politica capace di tutto e buona a nulla ( Leo Longanesi).

 

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