sandro mayer gene gnocchi

GNOCCHI FRITTI - IL DIRETTORE DI "DI PIU'", IL MITOLOGICO SANDRO MAYER FA LO SHAMPOO A GENE GNOCCHI: SEGUENDO FLORIS SU LA7, PIÙ CHE PER VERO INTERESSE PERSONALE, PERCHÉ È UN PROGRAMMA DI LA7, RETE CHE APPARTIENE AL MIO STESSO EDITORE, URBANO CAIRO, GNOCCHI NEL TENTATIVO DI FARE SATIRA, HA DETTO CHE SONO SALITO SUL CARRO DEL M5S - NON E’ COSI’ E NON POTRA’ MAI ESSERE: IN PASSATO, FRA ME E GRILLO, E’ SUCCESSO QUALCOSA CHE NON HO DIMENTICATO. A SANREMO 1989. DISSE CHE ERO UN…” 

Sandro Mayer per “Di Più”

 

sandro mayer parrucchino

Signor Gene Gnocchi, la chiamo signore e le do del “lei”, anche se nel mondo dello spettacolo non si usa, ma non la conosco, o almeno, non ricordo di averla mai incrociata in studi televisivi: se è successo, evidentemente lei non mi ha lasciato alcun segno. I miei lettori si domanderanno allora: “Ma se non lo conosci, Sandro, perché gli scrivi?”.

 

Le scrivo perché lei sembra invece conoscermi molto bene. Infatti su La7 durante diMartedì, programma televisivo giornalistico condotto da Giovanni Floris, e sottolineo giornalistico perché nel seguito di questa lettera sarà importante, lei si è occupato di me, mostrando di sapere molto sulla mia vita e la mia carriera attuale; lei sa di me perfino cose che io non so.

 

gene gnocchi

Lei dirà: “Era satira”. Se lo era, non si capiva: era satira quella di Maurizio Crozza, che era a diMartedì due anni fa. E le premetto che me ne intendo perché sono stato spesso oggetto di satira e, mi creda, lei non sa quanto io abbia goduto. La satira mi diverte davvero e, se fatta su di me, mi lusinga, perché, essere al centro di una presa in giro in un programma importante, è sinonimo di successo e di popolarità.

 

E, infatti, quando fanno ridere usando il mio nome come fece Luciana Littizzetto a Che tempo che fa o quando addirittura mi imitano, sempre con la presa in giro, in trasmissioni come Quelli che il calcio, come faceva il bravissimo comico Ubaldo Pantani, io sorrido e mi dico: “Allora sei qualcuno”, anche se poi mi domando: “Ma come può un ex scugnizzo napoletano essere diventato qualcuno?”. Insomma, quando un mio comportamento o una mia dichiarazione diventano oggetto di satira fatta da persone che la satira o l’ironia la sanno fare, io, mi creda signor Gnocchi, gongolo.

 

SANDRO MAYER

Io però non ho capito che cosa lei faccia. Fa satira? Se la facesse, dovrebbe comunque avere un copione che prenda spunto da una verità, da un fatto concreto, vero. Ma lei nel programma giornalistico, ripeto giornalistico, diMartedì non parte da una notizia vera per poi ricamarci su e farci ridere; eppure lei si esibisce accanto a Giovanni Floris, da tutti considerato un grande giornalista: chieda a lui che cosa è una notizia, perché, essendo considerato grande, certamente le saprà rispondere.

 

Vede, io capisco subito quando a fare satira è il bravissimo Maurizio Crozza. Riconosco subito le imitazioni satiriche fatte dalla brava Virginia Raffaele. Lì, francamente, rido e applaudo. Ma perché? Perché il fatto sostanzialmente è vero. È vero che Belen è la regina del gossip, però la Raffaele esaspera il concetto e ti trascina alla risata. Mi ha fatto ridere perfino Baglioni quando ha fatto l’imitazione della Raffaele che imita Belen: è successo a Sanremo, ricorda?

 

GENE GNOCCHI

Francamente guardando diMartedì, almeno per quanto riguarda me, non capisco da dove prenda spunto la sua rubrica e quindi non mi fa ridere. Ma veniamo ai fatti. L’altra sera stavo tranquillamente seguendo diMartedì davanti alla TV, più che per vero interesse personale, perché è un programma di La7, rete che appartiene al mio stesso editore, Urbano Cairo. A un certo punto è apparso lei con la rubrica “La posta di diMartedì” e lei, parlando delle ultime elezioni, ha detto: «Vediamo le persone che sono salite sul carro dei vincitori».

 

Per primo ha messo il bravo giornalista Maurizio Belpietro. Va avanti e lei dice: il nome del secondo? Cari lettori, sono io. Lei, signor Gnocchi, ha detto: «Sandro Mayer è un altro che è salito sul carro dei vincitori, dopo i risultati elettorali del 4 marzo mostrando simpatia per il Movimento 5 Stelle».

 

E poi, ma me lo lasci dire, è una battuta vecchia di cinque anni e già sfruttata da molti, ha fatto vedere me in una foto quando ero senza capelli, e poi quando i capelli me li sono fatti ricrescere: le trasmissioni importanti, signor Gnocchi, dovrebbero dare immagini nuove, non ripescare sempre le stesse cose. Sui miei capelli, vede, si è già riso tanto!

SANDRO MAYER

 

Lei arriva ultimo, anche se, nel programma, Floris ha riso ancora. Comunque lei non mi ha fatto ridere perché, signor Gnocchi, mancava il fatto vero. Cioè, lei dove ha letto o sentito che io sono per i 5 Stelle? È un falso e gliene sto per dare la prova, anche se, alla vigilia delle elezioni, mi sono occupato sul giornale dei 5 Stelle, come degli altri partiti, in un contesto generale.

 

Ma sa perché la sua è clamorosamente una balla? E sa perché non è bene dire di un direttore di giornale che sale sul carro di un vincitore? Perché un direttore di giornale deve stare al di sopra delle parti e deve avere lo stesso atteggiamento nei confronti di tutti i partiti, soprattutto se il giornale, come Dipiù, ha un numero di lettori grande ed entra quindi nelle case di gente che ha simpatie diverse: per il Pd, per la Lega, per il Movimento 5 Stelle, per Forza Italia.

 

GENE GNOCCHI

Quindi, un direttore che si schiera da una parte o da un’altra, non è buon direttore, perché invece deve fare contenti tutti i suoi lettori. Ma torniamo al fatto. Lei è partito da una invenzione e questa non è satira. Ma perché è impossibile che ci sia verità in quello che ha detto? Visto che è in una trasmissione giornalistica chieda a Floris se è vera la notizia da cui parte la sua satira: lui certamente lo sa.

 

Del resto, signor Gnocchi, bastava aprire Internet su un qualunque cellulare al nome “Sandro Mayer” e accostarlo al nome “Grillo” o “Movimento 5 Stelle”, e avrebbe subito capito perché è impossibile rendermi simpatizzante di quel movimento. Se lei avesse battuto su quel semplice tasto, avrebbe trovato subito un fatto molto vero che rende non credibile la sua satira. Quel Festival di Sanremo 1989.

 

SANDRO MAYER

Nel 1989, infatti, durante il Festival di Sanremo, Grillo fece un intervento davanti a ventidue milioni di telespettatori, che durò circa un quarto d’ora, e lì attaccò molte persone alla ribalta: Martelli, il Partito Socialista, Al Bano. Ma la violenza verbale più forte la usò contro di me, perché mi definì addirittura “coglione”.

 

A quel tempo io ero giovane e non ero pronto a entrare nella satira di un grande personaggio come Grillo, e addirittura durante il Festival di Sanremo. Non ero né grande né mi sentivo grande: anche se già dirigevo un giornale, allora diffusissimo come Gente. Quindi vissi l’episodio come una grande ferita che, poiché ne parlo con il sorriso, si è poi, ma dopo molto tempo, rimarginata.  Ma perché quel “coglione”?

 

Avevo intervistato a Domenica In, perché avevo una rubrica, nell’edizione del programma guidato da Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, il papà di un bambino di sette anni che era stato rapito e che era tornato a casa dopo una lunga prigionia. Il papà venne in televisione con il bambino e io feci la mia intervista, preciso, al papà. Durante il colloquio, a volte, Boncompagni, che era il regista, inquadrava il volto del bambino, visibilmente sconcertato.

GRILLO A SANREMO

 

Ci furono molti sbagli: l’intervista stessa, un grande dramma affrontato in un programma di intrattenimento, ma soprattutto la presenza del minore in studio. Allora, però, non c’erano controlli sull’apparizione dei bambini in video. L’intervista fu molto attaccata, ma poi sappiamo che, negli anni seguenti, sono nati addirittura programmi che hanno avuto per protagonisti dei bambini. Certo non è mai stato fatto un male diretto, però è anche vero che a volte partecipare da piccoli a gare canore e poi finire nell’ombra può creare illusioni di cui si soffre per tutta la vita.

 

Ma questo è un altro discorso, che non riguarda noi, signor Gnocchi. L’ho riportato soltanto per farle capire perché entrai, sia pure da quasi sconosciuto e quindi non meritevole di un palco come quello di Sanremo, nel discorso satirico di Grillo: ero un “coglione” per avere fatto quella intervista. Per la cronaca, le dirò pure che lei, uomo dello spettacolo, dovrebbe ricordare quell’episodio perché il monologo fu il motivo per il quale poi la televisione di Stato non invitò più Grillo nei suoi programmi.

 

GRILLO BAUDO

Oggi, se succedesse tutto questo, ci riderei su perché siamo sempre lì: essere oggetto di satira da parte di un grande comico come Grillo l’ultima sera del Festival di Sanremo, davanti a ventidue milioni di persone, vuole dire che sei una persona di successo. Ma allora, come le ho detto, ero più giovane, impreparato, non risi e anzi me la presi molto. Me la presi soprattutto perché il giorno dopo ero sulle prime pagine di tutti i giornali.

 

Per concludere, io da quel momento non ho mai più avuto rapporti con Beppe Grillo e di lui non conservo un bel ricordo. Immagino che, anche a lui, in tutto questo periodo non sia mai importato nulla di me. Chissà se sa che, dopo ventinove anni, sono ancora qui a dirigere giornali e con una popolarità molto più grande di quella che avevo nel 1989: dopotutto, evidentemente, tanto coglione non ero e non sono.

 

GRILLO E BAUDO

Io, come vede, ho riflettuto su di me e sono arrivato a una conclusione. Cerchi di riflettere anche lei adesso e arrivi anche lei a una conclusione sulla sua satira. E faccia anche riflettere le persone che le stanno intorno, perché io mi domando come mai in una trasmissione giornalistica come quella di Floris, quindi fatta da giornalisti, nessuno controlli, battendo semplicemente un tasto del computer, la verità dei fatti che si stanno per narrare o che si stanno per prendere in giro. Insomma, signor Gnocchi, la sua non era satira, perché, ribadisco: la satira parte da un fatto vero per fare ridere.

 

Ma qui ha fatto ridere soltanto, come ho sentito in sottofondo, il conduttore Floris che si è fatto una risatella, ma sa di che tipo? Tipo quella che fa il bambino di dieci anni all’oratorio quando il nonno va in palcoscenico e racconta le barzellette ai bambini per intrattenerli ma nessuno ride, e allora si sente solo quel risolino forzato, quasi da ebete, del nipotino.

E concludo, signor Gnocchi, io non sono mai salito sul carro dei vincitori, perché, mi permetta un atto di presunzione: con la mia professione, sul carro dei vincitori ci sono sempre stato e sempre ho guidato io.

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