MEGLIO FINIRE IN OVERDOSE CHE AVERE A CHE FARE CON IL SADICO MICHELANGELO ANTONIONI. PAROLA DI PINK FLOYD - LA COLONNA SONORA DI ‘’ZABRISKIE POINT’ FU “UN INFERNO BELLO E BUONO” - L’AMORE DEL “VIOLINISTA MANCATO” PER LA MUSICA LO RENDEVA UN PERFEZIONISTA INSOPPORTABILE -IL CHITARRISTA DEI GRATEFUL DEAD JERRY GARCIA LO CHIUDE NEGLI STUDI DELLA MGM, DOVE LA SCENA D’AMORE DI GRUPPO NEL DESERTO VIENE PROIETTATA DI CONTINUO, SENZA UNA PAUSA…

Sandro Cappelletto per "la Stampa"

"This Antonioni creature is not normal. He is a sadist». Per John Fahey, chitarrista e compositore statunitense, Michelangelo Antonioni era un sadico. L'opinione dei Pink Floyd, chiamati a scrivere la colonna sonora di Zabriskie Point , non è diversa: «Troppo triste, troppo forte, c'era sempre qualcosa nei nostri pezzi che mancava per raggiungere la perfezione. Lavorare con lui era l'inferno, bello e buono!».

Ed ecco il terzo indizio, lampante, che raggiunge la forza di una prova: «Prima ancora che gli strumentisti abbiano eseguito le batutte iniziali, lui, seduto in cabina accanto al tecnico, fa vibrare l'interfono e, con voce irritata, a tratti afflitta, esclama: "Giovanni, non si può fare a meno di questo strumento? E questo brano, perché non lo eliminiamo?". Nei confronti della musica, si comporta come un uomo che odia una donna perché la ama troppo». Parole di Giovanni Fusco, che soffrì con lui per sette colonne sonore, da Cronaca di un amore a L'eclisse.

Il libro, appena uscito per Marsilio, che Roberto Calabretto dedica a Antonioni e la musica (20 euro, 206 pagine), è montato come un racconto giallo: stabilito che il carnefice di decine di musicisti è lui, quale strategia aveva in mente, per costruire la sua colonna sonora ideale?

«La musica è un amore perduto. Un amore che non ho dimenticato. Da bambino non me ne rendevo conto, ma con il passare degli anni ho sentito molto il vuoto che aveva creato in me la rinuncia a quel mezzo di espressione», dice di sé il regista, nato a Ferrara nel 1912 e scomparso a Roma nel 2007.

Non sopportava di veder ridotta la musica a commento, a riempitivo, a un effetto cui ricorrere per aumentare il riverbero di una situazione emotiva del film. Non la riteneva una serva delle immagini, distanziandosi in questo dalla persuasione dominante e condivisa anche da Ennio Morricone, per il quale invece «la prima qualità di un compositore di colonne sonore è porsi al servizio del regista».

Nel 1964 per Deserto rosso Antonioni - ed è il primo a farlo - chiede a Vittorio Gelmetti una colonna sonora di effetti elettronici, una «trasfigurazione dei rumori reali», la sola compatibile con lo smarrimento dei protagonisti e con la loro percezione della «realtà»: i suoni e i rumori della vita esistono in quanto e nel modo in cui i personaggi li ascoltano. La meta è chiara, e Antonioni la raggiunge per tappe progressive: «Fino a quando la musica può essere scissa dal film per essere incisa in un disco che abbia una sua validità autonoma, allora devo dire che quella musica non è musica per il cinema».

Gli darebbero molto fastidio i concerti di «colonne sonore» diventati oggi abituali e frequentatissimi, con o senza la proiezione delle immagini del film, o perfino, come ha recentemente fatto Nanni Moretti con i prediletti Franco Piersanti e Nicola Piovani, con parole, quelle dei dialoghi e della sceneggiatura.

Calabretto evidenzia la sempre maggiore presenza nei film di una musica «diegetica», cioè intrinseca alla narrazione e al suo sviluppo (l'autore si innamora di questo termine caro agli studiosi di semiotica): e dunque spazio ai complessi pop e rock che suonano, ai musicisti ambulanti, a radio, giradischi, juke-box che irrompono nell'azione.

E quale musica scegliere per la scena d'amore di gruppo nel deserto, come far «suonare» queste immagini di Zabriskie Point (1970)?: «... Mark e Daria si rotolano lungo un pendio, abbracciati... Altri due, inginocchiati, scattano come gatti, sullo sfondo un gruppo di quattro... e poi tre donne strette assieme, due uomini, gambe, braccia, corpi che, a furia di rotolarsi, hanno lo stesso colore della polvere»? Antonioni sceglie il chitarrista Jerry Garcia; lo chiude negli studi della MGM, dove la scena viene proiettata di continuo, senza una pausa e Garcia suona e suona mentre guarda la pellicola: furono le immagini a «creare» la musica.

Il libro raggiunge i momenti più alti quando il racconto procede associando sceneggiatura, partitura, immagini: «La macchina da presa inquadra la stanza con la finestra in fondo e poi impercettibilmente si avvicina all'inferriata. Una voce lontana chiama: "Miguel, viene aqui". Rumori di uccellini. Il vecchio chiama un cane che gli gironzola intorno. Fischio di un treno in lontananza. Voci di uomini...».

È l'ineguagliata sequenza finale di Professione reporter (1974), che rappresenta, scrive l'autore, «il risultato finale della sua poetica sonora: esautorare la musica da qualsiasi commento pleonastico, esaltando i rumori che qui diventano la vera musica cinematografica».Il violinista mancato Michelangelo Antonioni amava troppo la musica per violentarla, come tanti registi di cinema, teatro e televisione ancora abusano fare.

 

antonioni michelangelo02antonioni michelangelo01antonioni michelangelo moglie enrica03MICHELANGELO ANTONIONI AMORE DI GRUPPO IN ZABRISKIE POINT DI MICHELANGELO ANTONIONI I PINK FLOYD IL CHITARRISTA JERRY GARCIA

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