IL CINEMA DEI GIUSTI - DAVANTI A “THE GRAND BUDAPEST HOTEL” DI WES ANDERSON, NON POSSIAMO CHE ARRENDERCI: CI PIACE TUTTO (PURE TROPPO)

Marco Giusti per Dagospia

The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

Come non può non piacerci un film con Ralph Fiennes che interpreta Monsieur Gustave, eccentrico concierge specializzato in rapporti con vecchie signore ottantenni ("85? Ne ho avute anche di più mature") in quel di un grande albergo anni '20 nella fantastica repubblica di Zubrowka. E, per inciso, la Zubrowka è la marca di una vodka polacca. Insomma, di fronte a questo delizioso (ovvio...) nuovo film di Wes Anderson, "The Grand Budapest Hotel", coproduzione anglo-tedesca, interamente girato in Germania e presentato con successo al Festival di Berlino, non possiamo che alzare le braccia e arrenderci.

Adoriamo Stefan Zweig, attorno ai cui romanzi Wes Anderson e il suo co-sceneggiatore Hugo Guinnes (quello dei "Tennenbaum" e di "Fantastic Mr Fox"), dicono di aver girato per costruire i loro personaggi e le loro storie, adoriamo questa ambientazione da vecchio film anni '30 di Ernest Lubitsch, adoriamo Karel Zeman, e un po' della sua "Diabolica invenzione" ritroviamo nel tipo di animazione di cartapesta scelta da Wes Anderson per molte delle sue scene, adoriamo Edward Gorey, e molti dei suoi lugubri personaggi ci sembra di vedere rivivere in quelli di Adrian Brody e Jeff Goldblum, così lunghi e gotici. E' tutto giusto, divertente, prezioso.

Ecco. Magari anche troppo. Perché alla fine, come i dolcetti di Agata, una grande Saorsie Ronan con una voglia a forma di Messico sulla guancia, anche il film rischia di essere un po' stucchevole nella sua costruzione di immagini ipercolarate, iperzuccherose, con tutti questi grandi attori, da Bill Murray a Owen Wilson, da Léa Seydoux a Mathieu Amalric, da Harvey Keitel a Bob Balaban, che fanno le figurine preziose dell'album di Wes Anderson.

Ovvio che ci piace tutto, e ci piace moltissimo la Madame D, come nell'omonimo film di Max Ophuls, di Tilda Swinton, ricostruita come vecchia nobildonna 85enne (era un ruolo pensato per Angela Lansbury), ci piace il piccolo Lobby Boy di Tony Revolori (è un attore americano di origine guatemalteche), ci piacciono Jude Law e F. Murray Abrahams, i cattivi Adrian Brody coi suoi cappottoni fino a terra e Willem Dafoe coi suoi dentoni in fuori che per pure cattiveria getta dalla finestra il gattone di Jeff Goldblum, che si chiama Kovacs come Ernie Kovacs.

Ci piacciono le scenografie da commedia sofisticata lubitschiana di Adam Stockhausen. Ci piacciono i rapporti fra i vari camerieri del Grand Budapest Hotel, che ci ricordano tanto i racconti di Ludwig Bemelmans, cameriere nelle Alpi negli anni '20 e poi sceneggiatore di Hollywood nonché autore di "Madeleine", sicura buona lettura di Wes Anderson. Ecco.

Però nei film di Lubitsch non ci sono mai tempi morti, la situazione è sempre al top del dialogo brillante, grazie anche ai suoi sceneggiatori Billy Wilder e Charles Brackett. Gli abiti di Milena Canonero sono spesso così pesanti e in un film, non dico di Lubitsch, ma di Mitchell Leisen, gli abiti volano leggeri per lo schermo. Perfino i colori, quel rosso dell'ascensore, è un po' eccessivo.

O no? Certo, Ralph Fiennes è grandissimo. Ma non erano grandi anche Melvyn Douglas o William Powell? E non c'è un personaggio femminile forte alla Carole Lombard, mentre le strepitose Léa Seydoux e Saorsie Ronan sono un po' sotto-utilizzate. Ovvio. Bill Murray compare pochissimo, ma basta il suo sguardo per illuminarci. E Tilda Swinton domina la sua scena come se fosse un misto di Edna May Oliver e di Rosalind Russell. Ma spesso non riesci a affezionarti a un personaggio che scompare. Come lo scrittore di Tom Wilkinson o la coppia Jude Law e F. Murray Abrahams. E la storia, che è poi una storia nella storia di un'altra storia, alla fine si ingolfa.

E non ti importa più tanto di chi racconta e di cosa racconta. Forse perché hai visto troppo e non riesci a seguire bene la storia. E quello era il primo interesse del vecchio Lubitsch e del vecchio Wilder. Visto che siamo ritornati nel loro regno, la vecchia Europa tra le due guerre che Hitler distruggerà, magari qualcosa dalle lezioni di quel cinema Wes Anderson avrebbe potuto assorbirlo. Invece c'è solo un eccesso di invenzioni visive e di personaggi che entrano e escono.

Magari non sempre questo basta a costruire un film. Detto questo il film è gradevolissimo e Wes Anderson è uno dei registi che personalmente più amo e nel quale più mi identifico. Ma più attenzione al racconto, ai personaggi, alle battute, alla storia, non avrebbe nociuto al film. Perché altrimenti, arrivati a metà, pensi a altro. Alle stoffe degli abiti, ai dolcetti di Agata. Ma non alla storia.

Che per inciso vede Monsieur Gustave e il suo lobby boy inseguiti dai cattivi per l'eredità della vecchia signora scomparsa, amante di Gustave. Grazie a questa eredità, un quadro raffigurante un ragazzo con mela, Gustave potrebbe diventare ricco. Ma viene incolpato dai cattivi parenti della signora di averla addirittura uccisa... Sì, la storia è più vicina a Edward Gorey che a Stefan Zweig... In sala dal 10 aprile.

 

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