1- VALENTINO ROSSI IN SELLA A UNA DUCATI È STATO UNO DEI PIÙ GRANDI - E PREVEDIBILI - FALLIMENTI DELLO SPORT. ERA COME VEDERE TOMBA COI PATTINI. FONZIE AL BAR CON L’ESKIMO. JIMI HENDRIX CON UNA GIBSON, SUL PALCO DI WOODSTOCK. UNIONI CONTRO NATURA 2 - PERCHÉ ALLORA VALE ANDÒ A BORGO PANIGALE? FACILE MA ALLORA NESSUNO LO SCRISSE: PERCHÉ ALLA YAMAHA C’ERA “LUI”, JORGE LORENZO, SPAGNOLO, RIVALE ACERRIMO, REO DI ESSERE TROPPO FORTE – NON COME GIBERNAU – E DI “RUBARGLI” I SETTING 3- ALLA SPARATA “O ME O LUI”, LA YAMAHA GLI RISPOSE QUALCOSA DEL GENERE: “CARO VALENTINO, QUA NESSUNO È INDISPENSABILE, LUI È PIÙ GIOVANE E CI COSTA PURE MOLTO MENO”. ROSSI, CHE ESIGE COMPAGNI TENERI E TOTALE DEDIZIONE, SI INALBERÒ. SI GUARDÒ ATTORNO. E SCORSE SOLO LA DUCATI, 14 MILIONI DI EURO L’ANNO (SPONSOR IN VISIBILIO)

Andrea Scanzi

per Il Fatto

Valentino Rossi ha ufficializzato ieri quello che, per chi voleva, era già scontato. A fine anno lascerà la Ducati, dopo due stagioni di sbadigli e delusioni (due podi a Le Mans, sotto la pioggia, gli unici risultati ricordabili). Tornerà alla Yamaha.

L'annuncio arriva ad agosto, come quello del 2010. "Il matrimonio del secolo", "Rossi in rossa", "il trionfo del made in Italy". Titoli retorici ieri e caricaturali oggi. Della convivenza forzata tra Rossi e Ducati non c'è stato nulla di felice. Persino quando la notizia divenne ufficiale, dopo mesi di segreti tenuti malissimo, nessuno sorrideva.

Brno, Ferragosto 2010. I giornalisti erano già stanchi del finto scoop, la Ducati offriva pasticcini per immaginarsi contenta. E Rossi non convinceva. Se gli chiedevi perché aveva lasciato la Yamaha, tergiversava. Per poi dilungarsi sulla "lettera d'amore" dedicata alla moto del cuore. Scritta a mano, distribuita ai media. Nel 2004 era una moto moribonda, lui la reinventò perfetta. I sognatori speravano che ripetesse il prodigio a Borgo Panigale. Non è stato così, perché le utopie raramente concedono il bis.

Perché questo Rossi non è quello di ieri. E perché la Ducati non è la Yamaha. 
Chi ha frequentato in quegli anni il paddock, ricorda bene che era tutto un "si pensa ma non si scrive". La grancassa andava alimentata. Come quando Mediaset trasmise in diretta i primi test. Valencia, fine 2010, ora di pranzo. Attesa spasmodica, enfasi spalata col badile. Repubblica e Corriere della Sera a fomentare l'epica. Motosprint e pochi altri eretici a dubitare. La Ducati era senza sponsor. Nuda, nera. Rossi devastato dall'infortunio alla spalla. I giornali sbrodolarono: "Ecco il Cavaliere Nero".

Macché. Quel test fu un flashforward. Cioè un disastro. La moto non gli somigliava per niente. Ed è proprio l'empatia, qui, l'elemento chiave.
 Quasi come in una canzone di Luigi Tenco, Rossi si è innamorato della Ducati perché non aveva nient'altro da fare. Alla Honda non poteva tornare, la Suzuki moribonda, la Kawasaki morta. Con la Yamaha giocò d'azzardo, nel maggio 2010, durante il Gp di Francia. Andò dai giapponese e disse: "O me o lui".

"Lui" era Jorge Lorenzo, spagnolo, rivale acerrimo, reo di essere troppo forte - non come Gibernau - e di "rubargli" i setting. La Yamaha, calma, gli rispose qualcosa del genere: "Caro Valentino, qua nessuno è indispensabile, lui è più giovane e ci costa pure molto meno". Rossi, che esige compagni teneri e totale dedizione, si inalberò. Si guardò attorno. E scorse solo la Ducati, 14 milioni di euro l'anno (sponsor in visibilio) e una sintonia con Filippo Preziosi, romantico direttore di Ducati Corse.

Rossi si è trovato così bene a Borgo Panigale da tornare - accettando compensi molto più "bassi" - sul luogo del delitto. Dalla grande sfida alla minestra riscaldata. Con Lorenzo che, nel frattempo, ha vinto un Mondiale, ne sta dominando un altro ed è all'apice della carriera. Mentre Rossi, che non è finito e fa bene a tornare in Yamaha, ha oltrepassato i 33 anni.

Prima del 2010, aveva detto di no tre volte alla Ducati. Agli amici, o così si raccontava, ripeteva che mai e poi mai sarebbe andato da "quelli lì" (i ducatisti non l'hanno perdonato). Il motivo attiene ancora alle affinità elettive. Rossi è pilota fenomenale, elegante, classico. Predilige moto che si pieghino al suo volere: bolidi giapponesi, moto-geishe. La Ducati è l'opposto: dominante, estrema. Il suo mito poggia sulla deliberata non guidabilità.

Gli unici che hanno saputa domarla, benché a intermittenza, sono stati cavalli pazzi come Troy Bayliss e soprattutto Casey Stoner, il solo a vincerci un Mondiale. Quando l'australiano cadeva, tutti a sfotterlo: adesso un po' meno. Anche Marco Simoncelli avrebbe potuto guidarla. Non a caso un suo approdo in Ducati, al posto di Rossi, era ritenuto possibile. E' andata diversamente.

O Rossi cambiava drasticamente stile di guida, o la Ducati rinunciava alla filosofia selvaggia. Né l'uno, né l'altro. Più inseguivano il giusto mezzo, più la coperta si rivelava corta. Per due anni ogni conferenza stampa è stata una litania di "non ho feeling", "non sento l'anteriore", "sono abbastanza contento di questo sesto posto". E via così, fino al tardivo redde rationem.

Rossi e Ducati è stato uno dei più grandi - e prevedibili - fallimenti dello sport. Era come vedere Tomba coi pattini. Fonzie al Bar con l'eskimo. Jimi Hendrix con una Gibson, sul palco di Woodstock. Unioni contro natura.

 

VALENTINO ROSSI SULLA DUCATI jpegVALENTINO ROSSI IN DUCATIMARCO SIMONCELLI E VALENTINO ROSSIvalentino rossi con la madrevalentino rossi lapo elkann lapLUCIO DALLA PAVAROTTI VALENTINO ROSSI valentino rossivalentino rossi e fidanzavalentino rossi e jorge lorenzovalentino rossi

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