marisa laurito

VIDEO STRACULT! QUANDO MARISA LAURITO SI PRESENTO’ A SANREMO NEL 1989 CANTANDO “IL BABA’ E’ UNA COSA SERIA”: “AL FESTIVAL DOVEVO ANDARE CON CAROSONE SU UN TESTO DI RICCARDO PAZZAGLIA. MA LITIGARONO. DOVETTI CORRERE AI RIPARI, TROVANDO UNA CANZONE NUOVA” – "RISCHIAI LA VITA CON BANDERAS IN VENEZUELA, FINSI DI ESSERE INVESTITA DA FELLINI, MA POI IL PROVINO ANDÒ MALE - CASTELLITTO MI ACCOMPAGNAVA AL CINEMA CON UNA MACCHINA SCASSATA E, ALL'USCITA, MI DICEVA: "VORREI DIVENTARE COME AL PACINO" – LE CENE CON COSSIGA “CHE ADORAVA LA FRITTURA ALL'ITALIANA” E CON ETTORE SCOLA: “UNA VOLTA MI CHIESE: 'QUANTI GIORNALI LEGGI?'. E IO: 'VERAMENTE NESSUNO'. ACCADDE UN PUTIFERIO" – VIDEO

 

Filippo Maria Battaglia per “la Stampa” - Estratti

 

Il Golfo di Napoli - una gouache dai toni tenui - occupa un'intera parete del salotto. 

Poco sotto, un Pulcinella di ceramica guida una processione di statuine. «Ho la casa piena di totem napoletani», scherza Marisa Laurito, mentre indica un San Gennaro e un corno scacciaguai accomodandosi sul divano del suo appartamento romano, al Flaminio. 

 

(...)

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Partiamo dal primo: quello con Eduardo De Filippo. 

«Da ragazzina, invece di ascoltare i professori, leggevo sotto il banco le sue commedie. Finita la scuola, andavo davanti al suo teatro, il San Ferdinando, a Napoli: lo incrociavo, ma non avevo il coraggio di fermarlo. Finché un amico attore, Sergio Solli, non mi procurò un provino». 

 

Come andò? 

«Eduardo mi ricevette in uno studio cupo, vestito con un completo blu, la camicia rosa come la pelle impregnata di fondotinta di scena. Ascoltò un monologo, prese il copione e modificò qualche parola per evitare di farmi pronunciare la mia "r". Poi disse: "Bene, potete andare a firmare il contratto". Era il giorno in cui compivo 21 anni, la maggiore età di allora: così non dovetti chiedere il permesso ai miei genitori». 

 

Non volevano che recitasse? 

«Quando capirono che facevo sul serio, accadde l'inferno. Papà insisteva che studiassi: mi ero iscritta in Psicologia, non a Napoli ma a Roma, la meta dei miei sogni. Coi primi guadagni, presi in subaffitto insieme a Marina Confalone una casa stupenda, dove passarono molti attori: tutti bravi e tutti squattrinati. Si dormiva anche nella vasca da bagno, si allestivano improvvisate scenografie, ci si dava una mano pure a dipingere le pareti». 

 

A dipingere le pareti? 

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«Ho sempre adorato i colori, così tinteggiavo ogni anno. Dopo che in un film vidi una casa tutta rosa con il lambrì nero, volli replicarla: fu Roberto Benigni ad aiutarmi». 

 

Altri nomi che bazzicavano quella casa? 

«Tanti. Sergio Castellitto: mi accompagnava al cinema con una macchina scassata e, all'uscita, mi diceva: "Vorrei diventare come Al Pacino". O Massimo Ranieri, l'unico già famoso: veniva a casa a mangiare le mie pizzette, che adorava». 

 

Il suo amore per la cucina finì anche in una canzone del Sanremo del 1989. "A me quello che mi consola - cantava - è l'addore d'a pummarola". 

«Al Festival, in realtà, dovevo andare con Roberto Carosone su un testo di Riccardo Pazzaglia. Ma litigarono, e c'era già il mio nome in cartellone: dovetti correre ai ripari, trovando una canzone nuova, scritta da Salvatore Palomba ed Eduardo Alfieri». 

 

La sua perizia ai fornelli è proverbiale. 

«Ho sempre amato spadellare e condividere il buon cibo con le persone intelligenti. Francesco Cossiga adorava la frittura all'italiana, Monica Vitti era ghiotta di cioccolatini. Alle cene di Natale, prima di sederci a tavola, smozzicava tutti quelli che poggiavo su un vassoio sopra il pianoforte: dovetti nasconderli. E poi naturalmente c'erano Luciano De Crescenzo e Renzo Arbore, con cui siamo diventati una vera famiglia». 

 

Fu De Crescenzo a presentarle Arbore? 

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«Sì. Eravamo già amici inseparabili quando Renzo mi propose di partecipare a "Quelli della notte". Avevo appena firmato con il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore, ma lui mi liberò con gran signorilità.  Fu un salto nel buio, ho sempre scelto d'istinto». 

 

Fece bene: "Quelli della notte" cambiò il modo di fare il varietà e la televisione. 

«Fu un successo inaspettato. Renzo mi insegnò a volare nell'improvvisazione, ma sempre dentro una cornice molto ragionata. Insieme a Ugo Porcelli, un grande produttore, si costruiva un canovaccio attorno a un personaggio, un po' come nelle improvvisazioni della commedia dell'arte». 

 

Ma è vero che dopo quell'exploit finiste a fare uno spettacolo anche a casa Agnelli? 

«L'Avvocato ci invitò per una manifestazione di beneficenza a Stupinigi, il giorno dopo pranzammo insieme. Prima di arrivare, Renzo ci avvisò: «Mi raccomando, non ci facciamo riconoscere come al solito. Se spalancherò gli occhi, vorrà dire che ne state combinando una: dovrete smettere immediatamente". Ovviamente io e Luciano non gli demmo retta». 

 

Quando conobbe De Crescenzo? 

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«Nel 1978. Avevo ottenuto il mio primo ruolo da protagonista ne "La mazzetta" di Sergio Corbucci e dopo che fui scelta andammo tutti a cena da Nino Manfredi, la star del film. C'era anche Luciano, che aveva scritto la sceneggiatura. E proprio come accade al cinema, a poco a poco Manfredi scivolò in secondo piano mentre De Crescenzo balzò ai miei occhi: intuì quasi subito che sarebbe stato un pezzo importante della mia vita». 

 

Oltre a Corbucci, è stata diretta da molti grandi registi, da Steno a Nanni Loy. 

«Ero giovane, e la cosa meravigliosa è che prendevo cazziate in continuazione. A un certo punto, durante una cena, fu Ettore Scola a chiedermi: "Marisa, ma tu quanti giornali leggi?". E io: "Veramente nessuno". Accadde un putiferio. "Devi leggerne almeno tre", mi intimò. Erano strigliate che ti facevano riflettere: non si pensava a come avere successo, ma a diventare bravi». 

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Con Federico Fellini, invece, non lavorò mai. 

«E non sa quanto avrei voluto! All'inizio degli anni Ottanta andai più volte a Cinecittà per cercare di incontrarlo: stava montando "E la nave va", quando vidi che usciva con la macchina finsi di buttarmi sotto. Lui scese urlando: "Signorina!". Simulai di essere svenuta, poi tirai fuori delle fotografie: "Sono una grande attrice drammatica, non è vero?". Fellini scoppiò a ridere, mi invitò in ufficio, feci il provino. Ma quella pantomima non funzionò: non mi richiamò». 

 

Pochi anni dopo si consolò recitando al fianco di un giovanissimo Antonio Banderas in «Terre nuove». 

«Durante le riprese in Venezuela rischiammo più volte la pelle: a un certo punto ci trovammo stretti su una montagna con la polizia che sparava da entrambi i lati. In mezzo, Banderas, il regista Calogero Salvo e io. Mi buttai a terra e trascinai giù entrambi. Antonio fuori dal set era simpaticissimo: da allora non l'ho più rivisto, mi piacerebbe rincontrarlo». 

 

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Che rapporto ha con gli anni che passano? 

«Luciano De Crescenzo diceva che abbiamo un tempo esterno, quello degli orologi, e uno interno, che coincide con ciò che sentiamo. E quando gli dicevo: "Penso di avere 28 anni", lui rispondeva: "Bene, allora vuol dire che hai proprio 28 anni"». 

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