YASMINA REZA: “MOLTI GIOVANI HANNO DELLE OPINIONI POLITICHE O CULTURALI, AMANO QUESTO, DETESTANO QUELLO, MA NON HANNO UNA VISIONE. LA VISIONE DELL’ESISTENZA NON È NECESSARIAMENTE POLITICA O IDEOLOGICA, MA INTIMA, QUASI METAFISICA, E RIGUARDA LA CONDIZIONE DELL’ESISTENZA’’

Francesco Rigatelli per Tutto Libri - La Stampa

Una frase dal suo ultimo libro di racconti sulle coppie, Felici i felici: «Ho perso un amico che aveva una visione dell'esistenza. Una cosa piuttosto rara. La gente non ha una visione dell'esistenza. Ha solo delle opinioni».

A Yasmina Reza, 54 anni, su un divano del Palazzo delle stelline di Milano, a due passi dalla sua casa editrice italiana Adelphi, domandiamo quali esperienze l'abbiano portata a capire che serve questa visione. I suoi tratti d'origine persiana ridono nel tailleur nero da viaggio prima di spiegare: «Molti giovani hanno delle opinioni politiche o culturali, amano questo, detestano quello, ma non hanno una visione».

E senza questa non possono essere engagé, impegnati, come dite voi parigini?
«Per nulla. La visione dell'esistenza non è necessariamente politica o ideologica, ma intima, quasi metafisica, e riguarda la condizione dell'esistenza».
Nei suoi racconti i personaggi appaiono davanti al lettore senza bisogno del giudizio della scrittrice. Un po' come agli spettatori di un teatro dei nervi. Forse perché prima lei ha scritto diverse commedie, ultima «Il dio del massacro».

Che ne pensa?
«Scrivere per il teatro, per un libro o per il cinema è diverso. In tutti e tre i casi ci sono dei personaggi da animare, ma nella prima situazione di fatto non hanno viso. In teatro bisogna valorizzare tutto il potenziale espressivo di un attore. In letteratura paradossalmente il viso c'è e ogni altro dettaglio va raccontato. Nel cinema pure, anche se in modo diverso. Ciò a cui tengo sempre sono i dialoghi. E' tramite quelli che vengono fuori i personaggi, senza bisogno di giudizi».
Il suo libro trae spunto da una frase di Borges: «Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell'amore. Felici i felici».

Qual è la sua ricetta per la felicità?
«Se l'avessi non avrei bisogno di scrivere».
Lei sostiene sia un talento, in che senso?
«Quella per la felicità è una disposizione, come per l'amore, per il lavoro, è quasi genetica. Quasi. Felici i felici dunque».

Questo libro poteva essere una serie per la tv americana Hbo, tra i maggiori produttori di questa cultura contemporanea, ma lei ha detto di no: una resistenza della letteratura tradizionale?
«No, amo le serie americane perché sono più realistiche del cinema. Prima di scrivere Felici i felici mi contattò il direttore di Hbo proponendomi di rifare Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman. Ho risposto di no perché si tratta di un capolavoro impareggiabile. Ma quell'offerta mi ha ispirato la scrittura dei miei racconti, che non sono strettamente sulla vita coniugale ma sui rapporti umani».

Esclude di scrivere serie insomma.
«Sì, le serie mi interessano solo come spettatrice, ma il direttore di Hbo ha chiesto di leggere questo libro per valutare se farne qualcosa».
Lei viene da genitori ebrei, papà ingegnere russo-iraniano, mamma musicista ungherese; cos'ha tratto da queste culture?
«Forse proprio la visione dell'esistenza. Non sono una scrittrice che crede nelle radici. Sono nata e cresciuta a Parigi da una famiglia internazionale, ma non faccio grandi descrizioni di paesaggi, l'importanza dei luoghi è limitata a ciò che riguarda le emozioni. Lo spirito cosmopolita e giudaico della mia famiglia mi ha dato poi un modo di scrivere rapido, dritto sui fatti, ellittico».

Per provare questa cultura che letture suggerisce?
«Tra i contemporanei Patrimonio e Everyman di Philip Roth. E pure Pastorale americana, anche se i primi due sono più di spirito giudaico. Tra i classici, i racconti americani di Isaac Bashevis Singer, meno quelli europei proprio perché le radici non m'interessano».
Ha cominciato recitando a teatro classici come Molière e Marivaux e poi è arrivata a scrivere pièce contemporanee.

Qual è la sua base letteraria e l'ha ritenuta necessaria per costruirci sopra?
«Ho letto molto il teatro greco, Shakespeare, i classici settecenteschi francesi, ma penso mi abbiano influenzato meno di tanti spettacoli contemporanei. Ritengo che uno scrittore non debba leggere per forza ciò che venga prima, ma possa essere una generazione spontanea. Prendendo la questione al contrario: uno può leggere tutti i libri del mondo e non essere uno scrittore. Infine niente mi annoia quanto uno scrittore nei cui testi affiorino troppo le sue letture».

Quali classici ricorda con amore?
«Cime tempestose di Emily Brontë perché è tutto straordinario: la narrazione, la forza della giovane scrittrice, la creazione dei personaggi e il romanticismo. Poi L'eterno marito di Fedor Dostoevskij, in cui si trova al massimo uno dei più grandi osservatori umani della storia della letteratura. E Le opere teatrali di Anton Cechov, soprattutto Zio Vanja, quintessenza della solitudine».
E sul suo comodino ora cosa c'è?
«Molte delusioni. Di entusiasmante ho letto poco ultimamente».

Uno dei suoi libri più famosi è «L'alba, la sera o la notte» (Bompiani), sulla prima campagna presidenziale del 2007 di Nicolas Sarkozy. Col senno di poi cosa pensa di lui?
«Rileggendolo ora si capisce ancora di più che il mio intento fu quello di ritrarre un personaggio più che di realizzare un libro politico. In questo senso si inserisce perfettamente nella mia opera e non lo cambierei affatto».
Farebbe un ritratto anche dell'attuale presidente Hollande?
«Nient'affatto, lui è il tipico funzionario, è meno interessante».

Solo i cattivi sono interessanti?
«No e se vuole il mio parere Hollande è molto più cattivo di Sarkozy».
Per il film «Carnage» ha lavorato a stretto contatto col regista Roman Polanski?
«Solo sulla sceneggiatura. Poi ho visitato il set, ma niente di più. E' venuto un bel film, anche se forse troppo simile alla versione teatrale».
Nella pièce come nel film e nel libro c'è la famosa frase dell'avvocato protagonista: «Io credo nel dio del massacro. E' il solo che ci governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi». Cosa c'è dietro?
«Bisogna domandarlo alla gente che studia la mia opera, non a me. Io l'ho solo scritta».

 

 

JASMINE REZAcarnage cast philip roth SCENE DA CARNAGE DI POLANSKI LOCANDINA DI CARNAGE DI POLANSKI CHRISTOPH WALZ E KATE WINSLET DA CARNAGE DI POLANSKI FËDOR DOSTOEVSKIJPOLANSKI CON IL CAST DI CARNAGE

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