ABBATE ABBATTE WALTERLOO – in "Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi" LO SCRITTORE ADDEBITA A VELTRONI LA MORTE DEI VALORI DI SINISTRA, DELLA “CONTESTAZIONE VIVENTE” CHE PASOLINI VOLEVA DAI GIOVANI DEL PCI - IL PD “È MUSICA LEGGERA PER CETI MEDI, LA RABBIA DOVEROSA DEL FARE POETICO È STATA SOSTITUITA CON L’IPOCRISIA DEL CONSENSO”, MANCO RAGGIUNTO VISTE LE SCONFITTE ELETTORALI…

Estratto dal libro di Fulvio Abbate, "Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi" (Dalai editore), pag. 312 € 17,50

Soffermiamoci adesso sulla foto dove proprio Pier Paolo Pasolini è accanto al ventenne Walter Veltroni, siamo in piazza di Spagna e nella stessa foto appaiono anche Nando Adornato, anche lui allora giovane militante comunista e infine sullo sfondo Mario Appignani, alias Cavallo Pazzo, lo stesso soggetto, già «indiano metropolitano» del movimento del 1977, che anni dopo dirà di conoscere la verità sul delitto Pasolini, il medesimo Appignani che ancora dichiarerà d'essere figlio segreto di Renato Guttuso, un mito nel suo campo, Cavallo Pazzo, specialista in invasioni proprio di campo all'Olimpico, così come sul palco del festival di Sanremo ai danni di Pippo Baudo.

Ciò che colpisce nella nostra foto sono comunque i dettagli, una piccola summa degli anni Settanta: nonostante lo sfondo monumentale e decisamente panoramico della scalinata di Trinità dei Monti e della casa di Keats e Shelley, non si può non fare caso soprattutto alla camicia a scacchi di garza del giovane Veltroni, roba da via Sannio, così come ai suoi Ray-Ban da vista, il modello con parasudore, e poi, soprattutto, allo sguardo che proprio Pasolini riserva al ragazzo Veltroni, studente di un Istituto professionale per il cinema e la televisione di via della Vasca Navale, non lontano dal cinodromo allora pienamente funzionante.

Sembra infatti, o almeno così potremmo dire a posteriori, che lo scrittore, scrutando il soggetto per intero, stia pensando alle doti attitudinali del ragazzo. Con una certa crudeltà «situazionista», come fosse un fotoromanzo, proviamo a mettere alcuni pensieri dentro un ideale fumetto, già, potremmo attribuire allo sguardo dello scrittore sul ventenne in Ray-Ban ogni sorta di pensiero demolitorio, implacabile.

Non lo faremo. Tuttavia, se è infatti vero che Pasolini rivolgendosi a Veltroni e ai suoi giovani compagni li invitò a essere «una contestazione vivente», con il senno di poi, possiamo davvero certificare che le sue parole, i suoi suggerimenti, non sono stati presi in considerazione, anzi, il ragazzo con i Ray-Ban con parasudore e camicia di garza a scacchi una volta diventato grande, oltre a donare un rosario di sconfitte prolungate alla sua sinistra, si è fatto carico di un progetto di depotenziamento culturale che chi scrive, perdonate lo sfogo narcisistico, ha più volte definito pubblicamente musica leggera per ceti medi. In tutto medi.

Ora noi sappiamo che la mediocrità in politica è un delitto, ma si trasforma in un crimine quando ha la pretesa di diventare un modello culturale, fra la paura e la modestia timorata delle anime belle, fra una grigliata sulla spiaggia di Sabaudia e un pacco di cipster da sgranocchiare pensando a quante possibilità abbia la Juve per la Champions League.

Se il vecchio Pci seppe incartare le proprie potenzialità negando ogni forma di libertarismo al suo interno a favore di una preoccupazione catto-comunista, l'arrivo dei Veltroni ha significato come si è già detto la fine d'ogni forma di volo, e qui le considerazioni non possono che essere di segno antropologico: è la Roma borghese e conformista di sinistra, dunque priva di vero estro, che attraverso l'ex ragazzo dalla camicia di garza afferma se stessa, un delitto se riguardasse unicamente il quotidiano della prassi politica, un crimine contro l'umanità quando ha la pretesa di governare il gusto, l'immaginario, sostituendo la rabbia doverosa del fare poetico con un'ipocrisia destinata a creare consenso ampio.

Un consenso che si è però schiantato davanti al fallimento del cosiddetto «modello Roma». Sempre Veltroni, dopo avere accuratamente bruciato ogni flora batterica mentale presente a sinistra, o forse soltanto progressista, in attesa di check-in per il continente africano, a un certo punto ha provato a fare ritorno al mondo delle soddisfazioni locali con gli abiti dello scrittore. Da narratore sensibile, dolente eppure ugualmente in grado di affermare l'importanza di un indimenticabile dettaglio quale l'odore della benzina sul tappo del «Ciao» Piaggio.

Ha provato a farlo con Noi, un romanzo, dove perfino i toni del nero mostrano l'effetto flou, un racconto destinato comunque a restituire storia, storie, microstorie sullo sfondo dell'almanacco del giorno dopo con vista sulle pizzeria di Sabaudia. I sostenitori, e giustamente, non gli sono mancati, soprattutto fra chi riteneva, e ancora reputa, almeno così sembra, che il Partito di cui Veltroni è stato capo-gita, il Pd, debba continuare a essere musica leggera per ceti medi, in tutto medi, se non addirittura criceti.

In questo senso, volendo perseverare nello spettacolo per sensibili, per anime belle, per amanti della zuppa di farro che richiama l'amore per la concordia all'ombra del Circeo redento, non c'è niente di meglio della trasmissione del civile conduttore Fabio Fazio, persona che detesta la barbarie mediatica, «Che tempo che fa».

Seguire una conversazione fra Fazio e l'Ex di se stesso Veltroni è stato una cosa istruttiva. Sembra che nulla sia sostanzialmente mutato dai giorni della schiacciante vittoria di Berlusconi ai danni proprio di Veltroni, idem dalla sconfitta del «modello Roma» da parte del già neo-fascista Alemanno. Si direbbe, insomma, che la disfatta elettorale con conseguente dissoluzione del progetto politico e culturale veltroniano non abbiano mai avuto luogo.

Al contrario, sembra che il «franco dibattito» sulle ragioni della menzionata debacle si sia invece svolto con ampia assoluzione per il diretto interessato nel frattempo passato, fra nuove pacche e doverosi incoraggiamenti, alla pratica letteraria a tempo pieno.

Quasi come quando Picasso testualmente disse di voler mollare la pittura per dedicarsi unicamente al canto. Peccato però non essere riusciti a farsi rapire fino in fondo dalla cetra del nostro ospite senza ripensare al suo ultimo atto politico da segretario del Pd: designare il collega (nel senso di scrittore) Giorgio Van Straten nel consiglio d'amministrazione della Rai. Un gesto degno di figurare al fianco dell'ultimo discorso di Salvador Allende da Radio Maganalles sotto l'artiglieria dei golpisti di Pinochet.

Nel prossimo romanzo, magari. Nel complesso, però, Walter Veltroni nella sua versione da scrittore appare tonico in viso, come un Tony Dallara, rigenerato, come nuovo, senza più quel senso di affaticamento che il quotidiano della politica imprime a chi davvero si impegna corpo e anima. Mai più il vignettista Forattini potrà raffigurarlo tutto doppio mento cadente come un bruco, e questo, in tempi di scarso amor proprio dopo una batosta, non è cosa da poco, no? Che bello, almeno c'è uno che sta bene.

 

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