ANKARA SPARA: MORTO IL PRIMO MANIFESTANTE - CENTINAIA DI FERITI, CINQUE IN PERICOLO DI VITA - ERDOGAN SE NE SBATTE E PARTE PER IL MAGHREB

1 - TURCHIA: MORTE CEREBRALE DI UN MANIFESTANTE
(ANSA) - Un giovane ferito da un colpo di arma da fuoco alla testa durante le manifestazioni di Ankara ieri è in stato di morte cerebrale, ha annunciato il segretario generale della Fondazione turca per i diritti umani Metin Bakkalci.

Il giovane si chiama Ethem Sarisuluk. La notizia della sua morte, con la fotografia del suo corpo inerte a terra, ha iniziato a circolare questa mattina sulle reti sociali. Bakkalci ha detto che "i medici hanno dichiarato la morte cerebrale".

2 - TURCHIA: ERDOGAN DENUNCIA 'COLLEGAMENTI ESTERI' RIVOLTA
(ANSA) - Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato oggi che la rivolta antigovernativa in corso da una settimana ha "collegamenti esteri" ed è organizzata da "gruppi estremisti". Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato negli ultimi giorni a manifestazioni di protesta in tutto il Paese. "State calmi, rilassatevi, tutto sarà superato", ha affermato oggi Erdogan.

3 - ERDOGAN PARTE PER MAGHREB, APPELLO ALLA CALMA
(ANSA) - Dopo una nuova notte di scontri a Istanbul, Ankara e Smirne, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha lanciato questa mattina un appello alla calma. Parlando con i cronisti all'aeroporto di Istanbul prima di lasciare il paese per una visita di tre giorni in Marocco, Algeria e Tunisia il premier ha anche nuovamente denunciato "gli elementi estremisti" che considera all'origine della protesta antigovernativa.


4 - IN PIAZZA CON I "GIOVANI TURCHI" CHE LOTTANO CONTRO DIVIETI E CENSURE: "BASTA CON LA RELIGIONE AL POTERE"
Marco Ansaldo per "La Repubblica"

"Muore un albero. Si sveglia una nazione". È la massima di Nazim Hikmet. La polizia turca in assetto anti-sommossa affronta i dimostranti ad Ankara. Il detto del massimo poeta turco, inviso al potere e morto lontano dalla patria, si legge chiaro sui cartelli innalzati a Piazza Taksim, simbolo della rivolta turca.

E si adatta bene qui, davanti al Gezi Park, dove i 600 alberi da sacrificare per far posto a un grande centro commerciale, appaiono per ora al sicuro nonostante abbiano costituito la miccia di una colossale protesta laica che infiamma Istanbul e tutto il Paese contro gli islamici al governo.

«Tayyip, noi siamo qui. Tu dove sei?», scandiscono a migliaia al ritmo di un tamburo che attraversa lo slargo dove si erge il monumento ad Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, scolpito dall'italiano Pietro Canonica. Tayyip Erdogan, il primo ministro che ha alzato le tasse su tabacco e alcolici, che vuole vietare i baci in pubblico e le gambe delle modelle nelle pubblicità, accusato piuttosto di pensare troppo agli affari e a progetti faraonici, è da sette giorni e sette notti il bersaglio della piazza.

«Dimettiti, fascista!». «Vattene in Arabia Saudita ». «Basta con la religione al potere». Parole come sassi, scritte di fuoco sui muri, mentre la polizia da un giorno ha infine lasciato il campo a una folla che impugna, come finora visto solo a Smirne, il centro più laico del Paese, la bandiera nazionale con impressa l'immagine simbolo di Ataturk.

E' una massa adesso padrona della piazza. Con una protesta che si esprime in mille forme. Sono arrivati qui anche dalla parte anatolica, battendo i cucchiai contro le pentole, appendendo asciugamani bianchi alle finestre, accendendo e spegnendo la luce di notte nelle case in segno di perenne vigilanza.

«Il governo - dice Deniz, un giovane che indossa una maglietta senza maniche - fa pressioni su tutto: non fate due figli, ma fatene tre. Non baciatevi nelle stazioni della metropolitana. Non fumate. Non bevete. Ma io sono un figlio di Ataturk, accidenti, e mi oppongo». Spiega Ayshe, una donna sulla trentina: «Questa è la Turchia, è il mio Paese, dobbiamo difenderlo da chi vuole distruggerlo con divieti assurdi e con costruzioni che alterano l'immagine di Istanbul.

Ora basta. La nostra è la "Primavera turca"». «A Erdogan è partito il cervello - aggiunge un altro dimostrante che tiene in mano una birra - dopo il terzo mandato ricevuto alle elezioni pensa essere il padrone della Turchia. Per lui la critica non esiste. Adesso è evidente a tutti che ha in mente una "agenda islamica"».

Non è facile arrivare fino a Taksim, fulcro di un Istanbul solitamente preda di un traffico ben superiore a quello di Roma. L'accesso è solo a piedi. Le vie in salita, dove spesso arrancano autobus colmi di turisti, sono ora sbarrati da barricate composte da mattoni divelti dai marciapiedi.

Oppure da blindati della polizia, rivoltati, vuoti, come cadaveri gettati in mezzo alla strada. Vetri dappertutto, pezzi di cemento rimossi. E' un'atmosfera da battaglia, mentre ristagna l'odore acre dei gas lacrimogeni, e le aiuole sono colme dei limoni a spicchi con cui i manifestanti hanno tentato di proteggersi il respiro.

A Piazza Taksim aleggia adesso un profumo di vittoria. E' la piazza simbolo della sinistra repubblicana. Qui si sono tenute le rivolte del 1 maggio. Qui gli istanbulioti hanno dimostrato tutta la solidarietà ai concittadini ospitandoli e riscaldandoli nelle notti passate all'addiaccio nel terremoto del 1999.

In una mattina di domenica in cui gli scontri sembrano essersi presi un giorno di tregua, decine di ragazzi si sono armati di scope, palette e sacchi, ripulendo gli angoli dai pezzi di vetro, dai proiettili di gomma, dai candelotti lacrimogeni esplosi, insieme a montagne di rifiuti lasciati da una settimana di occupazione.

La rivolta si è invece trasferita di giorno ad Ankara, dove un assembramento è stato disperso da una carica della polizia che ha fatto uso di lacrimogeni e idranti: almeno 8 i feriti. E poi a Smirne, considerata dagli integralisti "gavur", l'infedele, dove cortei di auto hanno marciato per il centro suonando i clacson ed esponendo la bandiera nazionale. In 7 giorni, più di 1.700 le persone arrestate.

«La maggior parte - ha riferito il ministro dell'Interno, Muammer Guler, che ha infine obbedito all'ordine del capo dello Stato, Abdullah Gul, di far ritirare la polizia - sono state rilasciate». Due persone sono state uccise, sostengono i dimostranti. Ma è una notizia che non trova conferma a livello ufficiale, e anche Amnesty International riferisce unicamente di «cinque persone in pericolo di vita per ferite alla testa».

Prima di sera è Erdogan a farsi vivo in tv con un discorso. «Dicono che Tayyip Erdogan è un dittatore - esordisce, riferendosi a sé stesso - Se vogliono chiamare dittatore uno che serve il popolo, mi mancano le parole». Poi, in tono di sfida, contro i socialdemocratici, suoi avversari in Parlamento: «Il principale partito di opposizione è la causa di queste proteste, che hanno una motivazione ideologica e non riguarda invece lo sradicamento di una dozzina di alberi.

Naturalmente, non chiederò a loro né ai saccheggiatori il permesso per andare avanti. In realtà, sono incapaci di sconfiggere il governo alle urne».
In ultimo, dopo aver accusato Twitter e i social network di fomentare la rivolta, l'attacco ai dimostranti ma con una sostanziale marcia indietro sul progetto che ha scatenato la
rivolta: «Bruciano, danneggiano negozi, è questa la democrazia? Il problema sono gli alberi? Qui nessuno vuole tagliare gli alberi. Non c'è nessuna decisione finale sulla costruzione di un centro commerciale. Forse ci sarà un museo cittadino».

Eppure, il "cahier de doleances" dei laici nei confronti del premier, nonostante le 3 indiscutibili vittorie alle elezioni nei 10 anni in cui è al potere, è lungo: il velo ammesso nei luoghi pubblici e negli uffici statali, le scuole coraniche pure per i bambini, le tv controllate e i media sotto scacco, i procedimenti a intellettuali e giornalisti critici. Il giro di vite sull'alcol è solo l'ultima goccia. Assieme agli imbarazzi e agli attentati subiti per la vicina crisi siriana. Gli alberi di Gezi Park, la miccia finale.

E' ormai buio quando da Piazza Taksim la battaglia si trasferisce al porto di Besiktas, nei
pressi dei grandi alberghi per i turisti. Dove l'altro ieri, in un'inedita riunione, i tifosi delle 3 squadre di Istanbul, Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas, si sono ritrovati vestiti delle magliette dei propri club, mischiandosi fra loro e intonando cori contro il leader: «Tayyip, dimissioni! Viva la Turchia laica». Ma questa è un'altra notte di battaglia. Spari, urla, ancora lacrimogeni, ancora rulli di tamburi. Elicotteri della polizia si alzano in volo. Creata dai gas, una nuvola nera staziona sopra il Bosforo. I dimostranti si disperdono, mentre scatta la caccia all'abitazione di Erdogan, presidiata dalla polizia.

 

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