ARRIVANO SOLDI E SPOT DI TELECOM, E I SEGUACI DI GRILLOMAO VANNO IN TILT

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"

Roberto Cotti ha confessato di aver chiesto un prestito in banca. «Non sarei arrivato alla fine del mese...», ha spiegato a Un giorno da pecora su Radio2. Ma un prestito va restituito, e se lo stipendio è davvero di 2.500 euro netti al mese, per il senatore grillino che difficilmente da Roma potrà continuare a mandare avanti la sua ditta «di servizi turistici» Sardegna Piccoli Eventi, i sacrifici sono destinati a continuare. Almeno fino a quando Cotti, come gli altri suoi 161 colleghi, non avranno preso le misure alla famigerata «diaria».

Sono i 3.503 euro al mese che spettano ai parlamentari, oltre all'indennità, come rimborso delle spese di vitto e alloggio nella capitale. Fino al 27 luglio del 2010 era di 4.003 euro. Persino insufficienti, secondo qualcuno, a mettere al riparo gli onorevoli dalle tentazioni romane. Ricordate l'ex deputato dell'Udc Cosimo Mele? Reduce da un festino a luci rosse e droga in un albergo di via Veneto si dimise dal partito, mentre il segretario udc Lorenzo Cesa avanzava una proposta scioccante: dare più soldi ai deputati per consentirgli di ospitare le mogli a Roma.

Già, la diaria. Quando la pronunciano, quella parola, è come se dovessero maneggiare nitroglicerina. Perché guai a dare l'impressione che si possa essere omologati ai parlamentari di altri partiti: anche se il problema dell'uso di quei soldi esiste, eccome. Un mese fa la giornalista dell'Ansa Francesca Chiri aveva raccolto gli sfoghi di alcuni deputati grillini: «Nessuno vuole arricchirsi ma attenti, non possiamo neanche rimetterci. Non dobbiamo tornare a vivere come quando eravamo all'Università fuori sede...». Sfoghi rigorosamente anonimi, e si capisce perché.

La linea è quella che arriva dal blog di Beppe Grillo, che due giorni fa ha spedito un missile terra-aria a Repubblica, giornale reo di aver titolato: «La retromarcia dei grillini: non bastano 2.500 euro. E Beppe: "Vanno bene seimila"». Cioè la somma fra l'indennità e la diaria, appunto seimila euro. «Una balla gigantesca», per Grillo. Anche se poi l'Ansa pubblica il testo del codice sottoscritto dai cittadini dove c'è scritto: «L'indennità dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili (...) i parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui la diaria...».

La linea è quella di cui si fanno tramite diligenti i capigruppo Roberta Lombardi e Vito Crimi. Il quale spiega in conferenza stampa: «Abbiamo deciso di rimandare la rendicontazione della diaria a quando avremo in mano le prime buste paga...». Logico: come si fa a rendicontare prima ancora di sapere quanto si spende?

Ma non può non venire l'idea che tutto questo nasconda il terrore di essere sia pure soltanto sfiorati dal sospetto di essere sedotti dai vituperati privilegi. Anche quando la faccenda assume contorni grotteschi. Prova ne sia l'autodafé di Adriano Zaccagnini, pizzicato a mangiare al ristorante della Camera. «Ammetto il mio errore e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto che non ho pagato», è stata la sua confessione...

L'indennità, dunque, sarà dimezzata. Ma gli eletti del Movimento 5 Stelle hanno deciso che rinunceranno anche alla liquidazione. Per la diaria, invece, vedremo a fine mese. Come per il contributo di 3.690 euro mensili che dovrebbe essere destinata ai collaboratori. E per altre voci, quali il fondo per le bollette telefoniche (3.098 euro l'anno) e le spese di trasporto (fino a 3.995 euro ogni 3 mesi).

Non che non restino aperti altri interrogativi. Per esempio, la diaria di chi vive a Roma? Per esempio, la pensione? Per esempio, i finanziamenti ai gruppi parlamentari? Ai grillini di Camera e Senato toccherebbero 8.974.100 euro. Soldi del finanziamento pubblico di cui il M5S vuole l'abolizione. Impensabile che finiscano nelle casse grilline, o che a finanziare il Movimento siano gli stessi cittadini con parte delle proprie competenze, come fanno gli onorevoli di qualche partito.

Del resto, Grillo non ha sempre detto che «è possibile fare politica senza soldi pubblici» e comunque con pochissime risorse? La campagna di finanziamento delle elezioni si intitolava: «Obiettivo un milione». È arrivato molto meno: 571.645 euro, a ieri. E anche lì, per il dettaglio delle spese, ancora ignoto, bisognerà attendere l'esito della «meticolosa rendicontazione» in atto. Vero è che il seguitissimo sito di Beppe Grillo, e questo ha fatto storcere la bocca a qualche integralista, è zeppo di pubblicità.

C'è anche Cubovision, che fa capo a Telecom Italia, azienda in passato finita ripetutamente nel mirino del comico genovese. L'ultima volta il 29 aprile del 2010, quando c'era già l'attuale gestione di Franco Bernabè. All'assemblea Grillo si presentò con un poco amichevole lutto al braccio: «Qui si celebra un funerale. Telecom è morta ma forse si possono espiantare degli organi. Sia venduta a Telefonica prima che la spolpino».

 

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