IL ‘’BERSANONI’’: SOLO IL “GIAGUARO” PUÒ SALVARE LO “SMACCHIATORE” DA RENZI

Claudio Cerasa per "Rivista Studio"

Si fa ma non si dice. Si tratta ma non si ammette. Si dialoga ma non si riconosce. Si scambia ma non si confessa. Si offre ma naturalmente si nasconde.

Dopo appena quarantatré giorni dal risultato delle ultime elezioni, e dopo una serie di appassionanti settimane trascorse a studiare con eroica caparbietà tutti i possibili spiragli nascosti dietro i sussulti dei parlamentari grillini, alla fine il centrosinistra a trazione bersaniana ha capito che l'unico modo possibile per regalare al paese quel famigerato governo di cambiamento quotidianamente evocato (qualsiasi cosa significhi) dai maggiori esponenti del Pd, non è quello di stare con la mano caritatevolmente rivolta a un comico genovese ma è semplicemente quello di chiedere una mano alla stessa persona alla quale il Pd aveva solennemente promesso che non avrebbe mai chiesto nulla e poi nulla: ovvero Silvio Berlusconi.

Ci sono voluti quaranta giorni di tempo ma alla fine nel Pd ci sono arrivati tutti. E nonostante la linea ufficiale sia sempre quella (come no!) che non è cambiato nulla e che la nostra linea, forte, coraggiosa e coerente, è sempre la stessa, identica a quella uscita dalla direzione di inizio marzo (o yea), nelle ultime settimane è successo invece che la strategia di Bersani, e la linea dura e pura del mai accordi con il centrodestra, mai inciuci con il Pdl, mai trattative con il Caimano, mai un governo senza i voti del 5 Stelle, è stata sonoramente rottamata dai principali esponenti del Pd.

E dopo un mese di gioiose consultazioni passate insieme con gli amici del Wwf, del Touring Club Italia e dei Fan Club di Saviano e di Don Ciotti, il risultato è che adesso quella famosa "direzione collegiale" evocata dall'ex segretario del Pd Dario Franceschini a metà aprile è improvvisamente diventata realtà: e oggi il Partito democratico si ritrova così nelle condizioni di chi sa che un governo di centrosinistra nascerà solo e soltanto se ci sarà - oplà - un accordo con il centrodestra.

A voler osservare l'improvvisa svolta del Pd con lo stesso sguardo severo, imbronciato e accigliato di chi nelle ultime settimane nel centrosinistra ha sempre guardato con estremo sospetto chiunque si sia azzardato a suggerire a Bersani di non perdere tempo dietro ai vaffanculo di Beppe Grillo e di provare a fare un governo con l'unica forza politica disponibile ad appoggiare un governo, quello tentato dal centrosinistra (chiedere una mano a Berlusconi per non impedire la partenza di un governo a guida Pd) potrebbe essere archiviato sotto la categoria dell'inciucio brutto e cattivo; e in un certo senso i più maligni potrebbero giustamente sintetizzare il tentativo di Bersani di offrire al centrodestra un presidente della Repubblica non ostile a Berlusconi in cambio di un ok dello stesso Berlusconi a un esecutivo di centrosinistra con la definizione di "governo Bers-usconi", una mutazione genetica di quel "Dalemoni" utilizzato anni fa da Giampaolo Pansa per fotografare il senso politico della vecchia Bicamerale Dalemian-Berlusconiana.

La formula forse è un po' forzata, ma di questo oggi si deve parlare considerando che da questo accordo possibile e non più remoto tra Bersani e Berlusconi (che in settimana tra l'altro si vedranno e le cui diplomazie parallele in realtà si annusano da settimane, chiedete a Enrico Letta e Angelino Alfano) passa davvero il futuro della legislatura.

In un paese normale, naturalmente, Pier Luigi Bersani avrebbe chiamato Silvio Berlusconi il giorno dopo aver avuto la certezza matematica che l'unica maggioranza possibile in questo Parlamento era quella formata dal Pd con il Pdl (e non dal Pd con quelli che chiamano Gargamella il leader del Pd).

Ma nonostante l'evidenza Bersani, con tutto il Pd, ha passato le ultime cinque settimane a raccontare ai suoi elettori che non si sarebbe mai abbassato a fare un governo con Berlusconi e che non si sarebbe mai azzardato a fare un accordo "politico" con il Pdl del Caimano. E dunque: niente larghe intese, niente grande coalizione, niente governissimo.

Piuttosto - è stato fino a qualche ora fa il ragionamento di Bersani - se non si trova una soluzione per fare un governo che piaccia anche al Movimento 5 Stelle, si torna a votare.

Oggi che la linea Bersani è stata in buona parte rottamata da una fetta sostanziale di esponenti del Pd (da Enrico Letta a Massimo D'Alema passando per Matteo Renzi e Dario Franceschini) e ora che la linea semiufficiale del Partito democratico è che si può dialogare con il Pdl e che i voti del centrodestra non sono affatto voti di serie B, risulta ancora una volta evidente come l'ostinazione del centrosinistra a brandire la sciabola dell'antiberlusconismo si sia trasformata di nuovo in un clamoroso boomerang per lo stesso centrosinistra, costretto oggi a dover trovare un accordo con il Diavolo ma non potendolo ammettere pena essere accusati di aver fatto un patto con il Diavolo.

La partita chiave per capire se il governo Bers-usconi avrà la possibilità di nascere oppure no sarà ovviamente quella del Quirinale e se il 18 aprile Bersani porterà in Aula un nome non sgradito al centrodestra (e verosimilmente concordato preventivamente con il Pdl e con Monti) ci saranno naturalmente più possibilità che un governo riesca a prendere quota.

Già, ma che governo? L'intenzione di Bersani è dar vita a un governo politico di minoranza (sul modello di quello fatto partire nel 1976 da Giulio Andreotti) grazie al "non impedimento" che secondo il segretario del Pd il centrodestra potrebbe dare in caso di presidente della Repubblica condiviso.

La missione è complicata perché difficilmente il prossimo capo dello stato potrà far finta di dimenticare l'indicazione precisa ricevuta dall'attuale inquilino del Quirinale: alle Camere non si va senza "numeri certi". Bersani questo lo sa, e sarebbe un azzardo troppo grande anche per la stabilità delle nostre istituzioni provare a forzare ancora la mano, ed è anche per questo che oggi si ritrova in una situazione surreale: in una situazione in cui insomma sa che l'unico modo per andare alle Camere con i numeri "certi" è quella di concedere qualcosa al centrodestra sul Quirinale ed è quella di promettere qualcos'altro a Berlusconi (sulla giustizia naturalmente) per avere la garanzia che al Senato la Lega (che non fa nulla senza l'ok di Berlusconi) voti la fiducia al governo del cambiamento.

A un governo Bersani, o a un governo politico a guida Pd, sono in pochi a credere anche nello stesso Pd ma al momento lo scenario è questo. E anche se Bersani non potrà ammetterlo apertamente, il paradosso dei paradossi è che oggi lo smacchiatore dei giaguari è costretto a chiedere una mano al giaguaro. Difficile che lo smacchiatore riesca nell'impresa. Impossibile però negare l'evidenza: che se nascerà un governo Bersani, nascerà grazie a Berlusconi. Il Bers-usconi, appunto. E ora via provate un po' a spiegarlo al Wwf, a Nichi Vendola e a Roberto Saviano.

 

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