CACCIA AL TESORO RUSSO - DOPO LE SANZIONI PER KIEV, I GRANDI OLIGARCHI AMICI (E PRESTANOME) DI PUTIN, DA TIMCHENKO A DERIPASKA, FINISCONO NEL MIRINO. SOPRATTUTTO I LORO CONTI IN BANCA. CHE OVVIAMENTE SONO IN SVIZZERA

Vittorio Malagutti per "L'Espresso"

Prestanome di Putin a chi? Gennady Timchenko, imprenditore giramondo di origini russe, residenza svizzera e un paio di altri passaporti perché nella vita non si sa mai, da anni convive con la marea montante dei pettegolezzi che lo vogliono socio in affari del presidente russo. Timchenko ha sempre smentito, fino a quando, un mese fa, anche il governo americano non ha messo nero su bianco i suoi sospetti.

«Putin ha investito in Gunvor e può avere accesso alla cassa del gruppo», si legge nel provvedimento del dipartimento del Tesoro Usa che a fine marzo ha disposto sanzioni economiche nei confronti di un manipolo di manager e politici legati a doppio filo all'uomo forte di Mosca.

In quegli stessi giorni un comunicato di poche righe ha reso noto che Timchenko aveva appena ceduto il suo 44 per cento di Gunvor al socio Tornbjorn Tornquist, che è così diventato il principale azionista del colosso del trading petrolifero che l'anno scorso ha chiuso contratti per oltre 90 miliardi di dollari.

La mossa serve a mettere al riparo la multinazionale dalle prevedibili ricadute negative del siluro partito da Washington, anche se si stenta a credere che il manager russo con residenza a Ginevra abbia davvero tagliato i ponti con la sua creatura. Al momento gli scettici sono in netta prevalenza, ma importa poco, adesso, sapere chi davvero controlla Gunvor.

Il fatto è che il caso Timchenko ha finito per proiettare una luce sinistra sulla Svizzera. Negli ultimi anni la Confederazione è diventata un porto ospitale per i miliardari russi, molto spesso legati a doppio filo a Putin. E adesso che tra l'Occidente e la Russia, causa Ucraina, è tornata la Guerra Fredda a suon di accuse e sanzioni, la caccia al tesoro degli oligarchi non poteva che approdare nei santuari bancari di Ginevra, Zurigo e anche Lugano. L'ex patron di Gunvor, che conosce Putin sin dagli anni Novanta, quando fondarono insieme una scuola di judo, è solo il primo di una lunga lista di graditi ospiti dei cantoni elvetici.

Imprenditori come Dmitrij Rybolovlev, che ha fatto fortuna con i fertilizzanti, il finanziere Victor Vekselberg di Renova group, Oleg Deripaska, re dell'alluminio con la sua Rusal, hanno comprato case principesche, creato aziende e holding finanziarie, aperto conti bancari negli istituti della Confederazione. E così, mentre Londra è diventata il buen retiro di un gran numero di magnati, attratti soprattutto dal trattamento fiscale a dir poco favorevole garantito dalle autorità britanniche, le città svizzere sono il crocevia di affari miliardari.

Dalle parti di Westminster vivono alla grande i ricconi da jet set, tipo quel Roman Abramovich famoso per il Chelsea e i super yacht. All'ombra delle cime alpine, invece, gli uomini d'oro russi trovano discrezione ed efficienza. Ovvero le condizioni ideali per gestire enormi fortune, nell'ordine dei miliardi di euro, spesso costruite nell'arco di pochi anni anche grazie al rapporto privilegiato con il Cremlino.

Secondo i dati pubblicati di recente dal quotidiano zurighese "Tages Anzeiger", in Svizzera ci sono oltre 1.800 società (per la precisione 1.826) gestite e (probabilmente) controllate da cittadini russi. Il gruppo più numeroso ha scelto Ginevra come sede.

Nella città di Calvino si trovano 339 ditte che battono bandiera di Mosca, contro le 301 di Zurigo e le 293 di Zug, cittadina piccola e grigia che in compenso può contare sull'irresistibile richiamo di una tassazione prossima allo zero. Ai primi posti della classifica troviamo anche il Ticino con un centinaio di aziende (vedi box a pag. 49). Buon clima e un esercito di banche tengono alte le quotazioni del cantone di lingua italiana.

Manager e imprenditori russi usano la Svizzera come una sorta di piattaforma off shore per il trading di materie prime. E infatti, secondo le statistiche più aggiornate, sono oltre 300 le società che dichiarano di lavorare nel settore del commercio all'ingrosso. Sono moltissime anche le holding, 256 in totale. E non poteva essere altrimenti in un Paese consacrato alla finanza.

Dietro questa miriade di sigle si muove un'umanità varia di piccoli imprenditori e commercianti, con l'immancabile contorno di manager d'assalto e avventurieri. A tirare le fila dei business più importanti sono però pochi pezzi da novanta, gente in grado di combinare affari colossali da un capo all'altro del mondo. Personaggi come Vekselberg e Deripaska guidano imperi su scala globale, ma hanno scelto un indirizzo svizzero per alcune delle loro società più importanti.

Succede pure che gli oligarchi si buttino in politica, anche lì con grande successo. È il caso di Andrei Klishas, pure lui finito nella lista nera delle sanzioni stilata da Washington. Klishas adesso siede alla camera alta del Parlamento di Mosca e di recente si è distinto per le sue dichiarazioni particolarmente bellicose nei confronti di Kiev e degli americani. Fosse stato per lui si sarebbe dovuto rispondere colpo su colpo bloccando i beni di qualche gruppo statunitense in Russia.

A Klishas vengono attribuiti rilevanti interessi finanziari a Cipro, un altro paradiso off shore caro ai russi, ma il parlamentare del partito "Russia Unita" (quello di Putin) è di casa anche nella Confederazione. Tempo fa un giornale svizzero, la "Nue Zurcher Zeitung" ha raccontato che nel 2011 risultavano intestate a Klishas due grandi proprietà immobiliari nel centro di Zurigo e un'altra villa nella località ticinese di Brione di Minusio.

Difficile, molto difficile, distinguere affari e politica, se è vero che il fedelissimo di Putin ha cominciato la sua straordinaria carriera come presidente del gruppo Norilsk Nichel dell'oligarca Vladimir Potanin. Un incarico poi abbandonato per passare sui banchi del Parlamento di Mosca. Risultato: a soli 41 anni, con un reddito annuo dichiarato di oltre 6 milioni di euro, Klishas si trova al ventinovesimo posto nella graduatoria dei più ricchi politici e funzionari di stato russi compilata dai giornali locali.

Il più ricco di tutti resta però Timchenko, accreditato, secondo le stime del periodico americano Forbes, di un patrimonio personale vicino a 14 miliardi di dollari. Il governo americano adesso lo accusa di essere socio di Putin, ma queste affermazioni non vengono accompagnate dall'esibizione di prove concrete. Prove che, in effetti, nonostante anni di sospetti, non sono mai saltate fuori.

Difficile negare però che le fortune del magnate con residenza a Ginevra siano dovute ai rapporti commerciali con le grandi aziende sponsorizzate dal Cremlino. Gunvor per dire, ha preso il volo, e che volo, una decina di anni fa legando il suo destino al colosso petrolifero Rosneft di Igor Sechin, un altro putiniano di ferro pure lui colpito dalle sanzioni americane nel marzo scorso.

Sechin, che di recente è diventato importante azionista anche di Pirelli, non ha fatto una piega. «Il provvedimento mi lascia indifferente», ha dichiarato il manager, «perché non ho proprietà negli Stati Uniti e neppure ho intenzione di recarmi da quelle parti». Il gran capo di Rosneft può parlare così perché lui se ne sta tranquillo a Mosca. In queste settimane, però, anche l'Unione Europea, pur tra mille incertezze e distinguo, ha deciso di allinearsi alla linea americana delle sanzioni. E a quanto pare perfino nell'accogliente Svizzera l'aria sta cambiando per gli amici di Putin.

Ai primi di maggio la procura generale di Berna ha bloccato circa 140 milioni di euro depositati in conti bancari nella disponibilità dell'ex presidente ucraino Viktor Yanucovich, deposto in febbraio da un colpo di Stato, e di alcuni collaboratori. Il filorusso Yanucovich viveva a Kiev ma suo figlio Aleksander se la spassava a Ginevra, dove, secondo le accuse, la famiglia aveva accumulato un enorme tesoro a dispetto delle poche migliaia di euro dello stipendio presidenziale.

Anche un altro miliardario come Dimitri Firtash aveva messo radici in Svizzera con un paio di holding. Firtash, ucraino di passaporto ma legatissimo a Mosca, si era costruito una fortuna con il trading di gas proveniente dalla Russia. Di lui si è parlato di recente anche in Italia perché ha comprato una banca di Kiev messa in vendita da Banca Intesa. La carriera di Firtash si è però bruscamente interrotta a marzo, quando è stato arrestato a Vienna su richiesta della procura federale di Chicago, che da anni indagava su di lui e i suoi affari.

L'indagine riguarda mazzette milionarie pagate in India e sarebbe coinvolta anche una società con sede nell'Illinois. Si spiega così l'intervento dei magistrati della città americana, anche se, a dire il vero, quasi tutti gli osservatori in giro per il mondo hanno inserito il sorprendente arresto nella campagna statunitense contro gli uomini d'affari più legati a Putin. E Firtash è sicuramente tra questi, anche se per il momento è riuscito a evitare il peggio. Ora è libero, in attesa di estradizione negli Usa, dopo aver pagato senza ?atare una cauzione da record: 125 milioni di euro. Lussi da oligarca.

 

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