LA CAPITALE DELLE TASSE! DEBITO RECORD, SU ROMA SI ABBATTE LA SCURE DELL’ADDIZIONALE IRPEF ALL’1,2% - MARINO BECCHINO: INVECE DI GETTARE QUASI DUE MILIONI PER (NON) CHIUDERE I FORI IMPERIALI POTEVA PENSARE AL FORO DI BILANCIO!

Sergio Rizzo per "Il Corriere della Sera"

«Fronteggiare la situazione di squilibrio finanziario del Comune», com'è scritto nella relazione alla legge di Stabilità, è certo una motivazione valida per l'innalzamento dell'addizionale Irpef a Roma dallo 0,9 all'1,2 per cento già prefigurato dalla finanziaria. Valida tecnicamente, s'intende. Il problema è spiegarlo ai cittadini romani. Spiegargli che dal 2014 potrebbero essere costretti a pagare le tasse comunali più alte d'Italia senza per questo avere i servizi migliori d'Italia. Al contrario.

Il trasporto pubblico non è degno della capitale di un Paese sviluppato, figuriamoci di una delle città più importanti del turismo mondiale. Il traffico, infernale: una struttura viaria inadatta alla grande circolazione di mezzi privati sopporta a causa della carenza di cui sopra un numero di auto superiore in rapporto agli abitanti a quello di qualunque altra metropoli del pianeta. Aggiungiamoci la mancanza di parcheggi e il quadro è completo. Si stima che il 20 per cento della superficie urbana sia coperta da auto in sosta o in movimento. Per non parlare del problema dei rifiuti e della pulizia delle strade. E ci fermiamo qui, per carità di patria.

Il sindaco Ignazio Marino, sia chiaro, non ha colpe: è appena arrivato e dire che ha ereditato una situazione complicata è un eufemismo. Ieri ha promesso di «resistere» ad alzare l'addizionale fino ai livelli massimi come gli ha concesso ieri il Consiglio dei ministri, affermando che a Roma si pagano già troppe tasse. Ma non poteva fare un'affermazione diversa. Temiamo che presto si renderà conto della ineluttabilità del giro di vite: evitarlo richiederebbe interventi che per nessun sindaco, soprattutto di centrosinistra, sarebbero politicamente sostenibili.

Governare una città come Roma non è affatto facile. Non lo è mai stato per nessuno. Fatta questa doverosa precisazione, stanno adesso venendo al pettine nodi che nessuno ha mai voluto sciogliere. Un esempio? Il costo di un apparato amministrativo mastodontico nel quale non è impossibile riconoscere vecchie e nuove tracce clientelari. Intorno al Comune di Roma ruota una massa di 62 mila dipendenti, fra personale comunale e delle società municipalizzate o collegate ad esse.

E' il più grande stipendificio del Paese, senza che a questo onere corrisponda, come dicevamo, un livello adeguato dei servizi. Frutto di precise scelte politiche prive di visione perpetuate negli anni, che hanno portato le spese correnti ad assorbire sempre più risorse mentre venivano trascurati gli investimenti necessari al miglioramento della qualità della vita, quali quelli nelle infrastrutture. Quando questi si facevano, i costi erano astronomici e i tempi biblici. Il risultato è che la lunghezza delle linee metropolitane di Roma è oggi inferiore a quelle della città spagnola di Bilbao. Al tempo stesso non è mai stata fatta una seria politica di valorizzazione dell'immenso patrimonio immobiliare di proprietà comunale, mentre il Campidoglio continuava a pagare affitti passivi stratosferici.

Si tratta di scelte che hanno radici lontane, mai estirpate nonostante le alternanze politiche alla guida del Comune. Ma non è accaduto soltanto a Roma: lo schema si è ripetuto un po' in tutta Italia, prevalentemente al Sud. Finché l'assenza dei vincoli di finanza pubblica lo consentiva, si andava avanti. E perseverando anche dopo, quando pure i conti statali in affanno imponevano il taglio dei trasferimenti. Lo dimostrano senza pericolo di smentita le squallide vicende della parentopoli romana, con centinaia di assunzioni pilotate da politici e sindacalisti nelle aziende pubbliche comunali. Tutto questo, salvo poi mettere i cittadini davanti al fatto compiuto: l'aumento delle imposte o il dissesto.

Proprio quello che tocca agli abitanti della capitale, chiamati a pagare di più non per avere servizi migliori, strade più pulite e trasporti più efficienti, ma per tappare i buchi aperti da politiche scriteriate. E non da domani bensì da ieri, visto che di quel 9 per mille di addizionale Irpef attualmente applicata il 4 viene già incamerato dallo Stato a fronte dei vecchi debiti. Per capirci, quelli che la precedente amministrazione di Gianni Alemanno aveva ereditato ma ha potuto subito trasferire alla gestione commissariale ritrovandosi così nella invidiabile situazione di avere conti immacolati. Senza però riuscire evidentemente a mantenerli tali, se dopo cinque anni c'era un buco di quasi 900 milioni.

 

IGNAZIO MARINO CON LA MAPPA DELLA NUOVA MOBILITA SUI FORI IMPERIALI Ignazio Marino e Luigi Abete IGNAZIO MARINO AD ATREJU Gianni Alemanno Isabella Rauti e Gianni Alemanno Daniela Morgante Daniela Morgante

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