CAPRI E CAVOLI - “MONTEZEMOLO CONDANNATO A CAPRI. ORA È PRONTO PER LA POLITICA” - SECONDO IL GIUDICE LUCHINO NON POTEVA NON SAPERE - LA SENTENZA DI IERI HA CHIUSO, PERÒ, SOLO LA PRIMA PARTE DELL'INDAGINE. C'È INFATTI UN ALTRO PROCEDIMENTO, UN SECONDO TRONCONE D'INCHIESTA CHE SI STA PERÒ CELEBRANDO SULLA TERRAFERMA NAPOLETANA, E RIGUARDA GLI “EFFETTI COLLATERALI” DEL FASCICOLO MADRE SUGLI ABUSI AD ANACAPRI…

1 - CATTIVERIE
Dal "Fatto quotidiano" - Montezemolo condannato a Capri. Ora è pronto per la politica.

2 - MONTEZEMOLO CONDANNATO A CAPRI: ANCHE LUI «NON POTEVA NON SAPERE»
Gian Marco Chiocci per "il Giornale" - ha collaborato Simone Di Meo

Quando si dice la tempistica. Nel giorno delle elezioni amministrative, dalla minuscola sezione distaccata del Tribunale di Capri arriva il segnale di pit-stop al presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo prossimo a scendere in politica. Condannato a un anno (pena sospesa) per due abusi edilizi nel suo «buen retiro» isolano, Villa Caprile, e assolto per il più grave reato di falso.

Il verdetto del giudice unico Alessandra Cataldi è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, poco prima della «dead line» delle 18.30, quando dalla perla del Golfo partono gli ultimi aliscafi diretti a Napoli. Pochi minuti per leggere la sentenza, e giudice e pubblico ministero sono volati via lungo i tornanti a strapiombo sul mare con direzione porto.

Per il leader di «Italia futura», il pm Milena Cortigiano aveva chiesto un anno e tre mesi nonostante l'autodemolizione dei manufatti fuorilegge decisa dallo stesso imputato. A cui è stata applicata la più classica (e controversa) delle formule giudiziarie: Luchino non poteva non sapere. Montezemolo sconta, probabilmente, anche la decisione del direttore dei lavori e del titolare dell'impresa edile appaltatrice, impegnati nella ristrutturazione della villa, di tirarsi fuori dal processo patteggiando alla prima udienza.

Nei mesi scorsi, ai due co-imputati (Rossella Ragazzini e Francesco Di Sarno) erano stati inflitti rispettivamente dodici e dieci mesi con pena sospesa. Con quella decisione i tecnici avevano, insomma, ammesso le loro responsabilità nella trasformazione illegale di un rudere in una dependance di 22 metri quadrati e nell'allestimento, ricavato da un garage, di un monolocale destinato a ospitare il guardiano della residenza estiva di Montezemolo.

La sentenza di ieri ha chiuso, però, solo la prima parte dell'indagine. C'è infatti un altro procedimento, un secondo troncone d'inchiesta che si sta però celebrando sulla terraferma napoletana, e riguarda gli «effetti collaterali» del fascicolo madre sugli abusi ad Anacapri. Rinviati a giudizio dal gip Dario Gallo, nel novembre scorso, sono oggi alla sbarra l'ex sindaco di Anacapri Mario Staiano, il geometra dell'ufficio tecnico comunale Gennaro D'Auria (sospeso per due mesi dal lavoro, all'epoca delle indagini preliminari) e il comandante della polizia municipale Marco Pollio.

I capi di imputazione nei loro confronti vanno dall'omessa denuncia al favoreggiamento, al falso ideologico. Per i magistrati della procura partenopea, avrebbero cercato di mettere la museruola allo scandalo isolano per non dare troppo fastidio all'illustre ospite. Come? Rallentando volutamente o addirittura ostacolando i controlli dei caschi bianchi e cercando di insabbiare il tutto o in alternativa - c'è scritto nelle carte processuali - trovando un «modo amichevole» per non sollevare un polverone.

Versione, quest'ultima, contestata dall'ex fascia tricolore Staiano che, tirato in ballo dalla deposizione di un vigile urbano, a proposito di presunte pressioni per chiudere in fretta la pratica Montezemolo, si è difeso sostenendo di aver chiesto ai vigili discrezione e silenzio soltanto nel rapporto con i giornalisti. Dagli atti d'indagine, emerge comunque che l'ex primo cittadino e gli impiegati comunali avrebbero agito di autonoma iniziativa, senza che ci fosse insomma alcuna sollecitazione da parte di Montezemolo. Che, infatti, in questo procedimento non compare.

Inizialmente, il veleno di un sospetto caso di corruzione s'era insinuato nella primissima fase dell'inchiesta, quando era spuntata fuori una «Panda» regalata dalla Fiat al comando di polizia municipale di Anacapri. Sospetto subito fugato dalla circostanza, messa in luce dagli avvocati dell'ex numero uno di Confindustria, che l'omaggio automobilistico alla polizia locale rientrava in una campagna promozionale varata dalla società torinese nelle località turistiche di tutt'Italia.

Nessun nesso, dunque, con Villa Caprile. Una struttura acquistata nel 2002 dalla società «Fisvi Holding srl», di cui sono soci Montezemolo (col 99 per cento) e Francesco Saverio Grazioli (col restante 1 per cento), che ne è anche presidente. Pure lui condannato a un anno con pena sospesa. Pure lui non poteva non sapere.

 

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO Luca-Cordero-di-Montezemolocapri_montezemoloLUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO montezemolo a capri

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