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“CE LA POSSONO SUCARE ALTAMENTE” – L'ESEGESI DELLA FRASE DI GIANFRANCO “FRISCO” MICCICHE’, L'IMMASCERSCIBILE HIDALGO DEL SUCA SUCA, BY FULVIO ABBATE: “QUELL’ALTAMENTE MOSTRA TUTTA L’ELEGANZA DEL VERO HIDALGO DEL VICEREAME RIMASTO INTATTO IN SICILIA, O MEGLIO, NELLA NOSTRA PALERMO 'FELICISSIMA', E PORTA NUOVAMENTE NEL CIELO DEL CATASTO MAGICO-LINGUISTICO L’ESPRESSIONE PIÙ ALTA E ASSOLUTA CHE OGNI PALERMITANO POSSA CUSTODIRE TRA LABBRA E CUORE…”

 

 

Fulvio Abbate per Dagospia

 

FULVIO ABBATE GIANFRANCO MICCICHE'

Queste mie parole giungano ancora una volta, come ho già scritto tempo addietro su “l’Unità”, in difesa di Gianfranco Miccichè, sotto gli occhi cattivi di molti per una storia di coca, di cui ha ammesso il consumo personale.

 

E ora, al di là della questione dell’uso improprio di un’auto di servizio, per un’altra forma di uso, in questo caso segnatamente lessicale, ossia proprio del “suca”. E, immagino, anche del “suca forte”.

 

Del “suca”, ho qui l’obbligo di dirlo, sono il primo esegeta letterario grazie alle pagine del mio romanzo “Zero maggio a Palermo” del 1990. La precisazione è necessaria poiché, impropriamente, imperdonabilmente, la Treccani attribuisce il merito a un altro scrittore.

 

PRIMA PAGINA REPUBBLICA PALERMO CON LE INTERCETTAZIONI DI MICCICHE

Così la mia esegesi del suca: “SUCA si legge interminabilmente sui muri del piazzale. E la scritta che a Palermo viene tracciata su ogni parete bene in vista. La scritta di benvenuto. C’e chi la maschera con imbarazzo aggiungendo un po’ di vernice dello stesso colore, ma inutilmente, perche suca ricompare il giorno dopo.

 

Suca puo anche essere trasformata: la S diventa un otto, la U e la C due zeri, soltanto la A resta tale, e alla fine di quest’operazione si legge 800A, ossia la stessa offesa, se e vero che molti palermitani talvolta scrivono direttamente in questo modo. Se chiedo a un palermitano di scrivere qualcosa senza pensarci troppo, poco importa come, puo avere un gessetto o un cervello elettronico, lui non ha dubbi, perche la prima cosa che gli viene in mente e soltanto suca”.

 

    Giungano ora a “Frisco”, così lo abbiamo sempre chiamato noi, i compagni, parole di vicinanza e affetto. Parole che seguono le stesse che dissi, anni fa, sempre in sua difesa, quando, da presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, rispondendo a Matteo Salvini davanti ai migranti in ostaggio sulla “Nave Diciotti”, salì a bordo per portare indumenti puliti alle ragazze, il leader leghista sempre da lui definito “uno stronzo” (sic).

GIANFRANCO MICCICHE - AUTO BLU

 

     Inarrivabile Gianfranco, riuscito infatti, attraverso un’ars retorica ignota ad altri, chiose filosofiche serali degne dei migliori ragazzi palermitani  davanti al “Baretto” di Mondello, a rispondere a ogni accusa fuori da ogni vittimismo.  

 

     Parole perfette, come pietre, parole, come panelle, di più, parole come panelle e crocchè davanti a una destra che non conosce unicamente i gesti della proibizione davanti al tema delle sostanze stupefacenti. Sorvegliare e punire, direbbe Michel Foucault. Parole come “suca!”

 

fulvio abbate foto di bacco

    Frisco, tra via Tavola Tonda e piazzetta Meli, a Palermo, dove avevano sede gli anarchici, lui più prossimo a Lotta Continua con l’amico Vincino. Frisco ragazzo di lotta e di mondo, camicia azzurra di lino, Frisco infine uomo di governo con Berlusconi. Addirittura Miccichè protagonista di un 61 a 0, i collegi elettorali siciliani tinti d’azzurro, come la sua camicia. Frisco luogotenente generale di Forza Italia in terra di Trinacria, con Berlusconi che gli consegna il bastone di comando alla Fiera del Mediterraneo, già regno delle prime crêpes al “Grand Marnier” lì scoperte dai palermitani.    

 

     Se, quando insieme frequentavamo il bar “La Cuba” di Villa Sperlinga, tra scrittori d’avanguardia del Gruppo 63, spinellari, baby sitter, fricchettoni e tossici di eroina, con John Lennon a cantare “Mind Games” nel jukebox, mi avessero mostrato dentro la sfera di cristallo Gianfranco sul banco del governo avrei pensato a un’illusione ottica, invece si trattava proprio di lui, Frisco nostro.

gianfranco micciche con l auto blu

 

    Frisco come contrazione di San Francisco: West Coast, Crosby, Still, Nash e Young, Kerouac e Ferlinghetti.

 

    Sia detto senza offesa, ma la maggior parte dei testimoni d’allora nulla avrebbero scommesso su Frisco professionista, ritenevano l’uomo un “montato”, un “convinto”, disinteressato a una carriera banalmente borghese, nessuna ambizione; da immaginare semmai in maniche di camicia e occhiali “persol” nei locali più “tochi” della città; vita pura e semplice. Oppure a Mondello, Circolo “Lauria”, o magari ancora con gli amici di Lotta Continua tra Pantelleria, Levanzo e le Eolie, nel tempo in cui Mauro Rostagno e compagni avevano sede in piazza Rivoluzione.

fulvio abbate

 

    Siccome gli amici mai vanno dimenticati, Vincino, appena Frisco ebbe le prime pubbliche glorie, era il 1995, pubblicò in una vignetta i suoi numeri privati di cellulare e perfidamente accennò a una storia di cornicette marocchine imbottite di “merce”, così quando i ragazzi della migliore Palermo si facevano le canne, se non di peggio.  

 

    D’altronde, già a metà anni Settanta, raccontando Palermo, “L’Espresso” titolò: ‘“Dopo la lotta, verrà la festa continua”. 

 

SUCA A PALERMO DOPO LA NEVICATA

    E le vinerie. Bisogna però aggiungere che Frisco, al contrario d’altri, sia detto per ragioni di stile, mai dette l’impressione di consacrarsi al bicchiere di “Mateus” in una Palermo imbattibile per promiscuità: figli dell’aristocrazia e rampolli della rara borghesia imprenditoriale, teatranti come Gigi Burruano, e poi giornalisti etilisti e infine “malacarne”, tutti a dare luce e chiacchiere nei pomeriggi a fondo perduto.

 

    Come Pinocchio, un certo giorno, Micciché si guarda allo specchio e scopre d’essere diventato adulto.   

 

    Molti suoi amici, quando Frisco è diventato il “viceministro Gianfranco Micciché”, l’uomo appunto del 61 a 0, gli hanno tolto il saluto, soprattutto, così dicevano: per un fatto di coerenza politica; però quando è venuta fuori la storia di un suo eventuale coinvolgimento in una storia di coca, a Palermo non hanno potuto fare a meno di pronunciare giù-le-mani-da- Frisco! Senza alcuna ironia. Lo stesso valeva per vecchia ormai vicenda di “neve” che non lo mostrava comunque inquisito.

 

Gianfranco Micciche davanti Villa Zito con l auto blu

    Forse, già che siamo in tema, occorrerà raccontare la storia vera del funerale del vecchio barone, come ho già fatto in un mio romanzo che ha la pretesa di riassumere la singolarità palermitana. Al momento della tumulazione, al cimitero dei Rotoli, un amico del patrizio estinto si rivolge ai convenuti: “Secondo voi, il nostro come vorrebbe essere ricordato?” Basta un attimo, quando un altro dei presenti, natata una lapide di marmo nero lucente, prepara una pista, arrotola una banconota, dà il primo tiro, gli altri faranno altrettanto. Il minimo nella città di Fulco di Verdura.

SUCA E IL CAMBIO DEL NOME DELLA VIA A PALERMO

 

     Gianfranco Miccichè da immaginare mentre raggiunge Mondello, il vento della “Favorita” sul viso. Lui che non ha mai negato d’essere se stesso, Frisco.

 

    E ora anche lui, con la frase “Ce la possono sucare altamente”, dove quell’altamente mostra tutta l’eleganza del vero hidalgo del vicereame rimasto intatto in Sicilia, meglio, nella nostra - mia e di Frisco - Palermo “Felicissima”, porta nuovamente nel cielo del catasto magico-linguistico l’espressione più alta e assoluta che ogni palermitano possa custodire tra labbra e cuore.

 

 

 

 

gianfranco micciche

 

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