STROZZINI INTERNAZIONALI - OBAMA-MERKEL-LAGARDE PER CIPRO: PURGARE I RUSSI PER SALVARE I LORO SOLDI

Federico Rampini per "La Repubblica"

«Non ripetere a Cipro gli errori compiuti in Grecia»: la parola d'ordine nasce a Washington. L'analisi del disastro di Atene ha spinto il Fmi a puntare su una strategia diversa. Cipro diventa un mini-laboratorio che guarda al "modello Islanda". Dietro l'Fmi c'è l'Amministrazione Obama, da tempo severa sulla terapia inflitta dall'Unione europea alla Grecia: un'austerity dalle conseguenze sociali drammatiche, una spirale recessiva che si autoalimenta.

Nella crisi di Cipro, la Casa Bianca, l'Fmi e anche Wall Street sono in sintonia su un altro punto: l'Europa paga i ritardi nella costruzione di una vera unione bancaria, con regole, controlli e vigilanza unificati. L'esistenza di un paradiso fiscale e bancario come Cipro in seno all'eurozona, è sconcertante se visto da una unione federale che funziona: è come se la Florida offrisse asilo e protezione nelle sue banche agli aspiranti evasori fiscali di New York o della California.

Sulla terapia da adottare per un default, da mesi la svolta americana stava maturando. Barack Obama tentò con scarso successo di premere su Angela Merkel, per convincerla che «non si esce dalla recessione a furia di tagli». Più fortuna l'ha avuta con il Fondo, di cui l'America è azionista di maggioranza relativa.

L'Fmi è parte della troika che si occupa del salvataggio di Cipro. Che l'aria fosse cambiata nel quartier generale di Washington del Fondo lo si capì con la pubblicazione di una clamorosa autocritica, a firma del chief economist Olivier Blanchard. «Abbiamo sottovalutato l'impatto recessivo dei tagli alla spesa pubblica, un danno che si auto-alimenta e si allarga di anno in anno»: questa in sostanza la conclusione dello studio che rivedeva la dottrina rigorista applicata in passato.

Un asse Fmi-Merkel ha promosso la "soluzione islandese" per Cipro: l'onere del salvataggio delle due maggiori banche cipriote va accollato agli azionisti e ai titolari di maxi-depositi, sia attraverso una robusta tassa (sostanzialmente una patrimoniale una tantum), sia trasferendo i loro attivi in una "bad bank" di cui diventeranno azionisti. Molti investitori colpiti sono stranieri, in larga parte russi.

La Casa Bianca ha messo in conto l'ira di Vladimir Putin, anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno in una fase in cui le tensioni geopolitiche (Siria, Iran), impongono di trattare costantemente con Mosca. Cipro è ai confini di queste "aree calde" e perciò merita un'attenzione elevata da parte degli Usa.

L'intesa Fmi-Merkel ha spinto il governo di Nicosia ad abbandonare la sua prima scelta: quella di tassare tutti i depositi bancari, inclusi i piccoli correntisti sotto i 100.000
euro (soglia garantita da un'assicurazione anti-default varata a livello europeo dopo la crisi del 2008).

Nella prima versione i leader ciprioti avevano cercato di salvaguardare i loro "clienti" russi scaricando un onere intollerabile sui piccoli risparmiatori. Fin qui la morale della favola (salvo nuovi colpi di scena) e` positiva. E' una strategia finalmente diversa dallo scenario greco in cui l'austerity ha pesato sui ceti più deboli, lavoratori, pensionati, giovani disoccupati.


Sia l'equità, sia l'efficienza di un'economia di mercato, impongono che i costi dei salvataggi bancari vadano ripartiti in ordine decrescente: per primi paghino gli azionisti, seguiti dai possessori di obbligazioni, e dai titolari di depositi che superano la soglia assicurata. I piccoli depositanti devono essere i più tutelati.

Dove l'America si chiede se il caso- Cipro sia compatibile con le regole di una unione monetaria, è nel ricorso ai controlli sui movimenti di capitali (inclusi i limiti ai ritiri di contanti). Anche in questo caso fa testo l'Islanda. Dopo il crac delle sue maggiori banche, il governo islandese introdusse restrizioni alle uscite di capitali.

Ma l'Islanda non fa parte dell'euro, dopo la crisi del 2008 svalutò la krona del 35%, e questo contribuì alla ripresa (oggi il suo Pil è in crescita e la disoccupazione cala). Per Cipro la svalutazione non è contemplata, a meno dell'uscita dall'euro che creerebbe un precedente dalle conseguenze incalcolabili. Non per la dimensione della sua economia (0,2% del Pil Ue) ma per lo "strappo" istituzionale.

I controlli ai movimenti di capitali sono «la rottura di un principio fondamentale di ogni unione monetaria», scrive Gavyn Davies sul Financial Times. Di fatto si crea un euro cipriota di serie B, che non ha le stesse libertà dell'euro nel resto dell'unione. É come se il dollaro della Florida venisse incapacitato nei suoi movimenti verso il resto degli Usa.

Ancora più sconcertante agli occhi degli americani è lo spettacolo dei 13 jet privati russi atterrati all'aeroporto di Larnaca, nella speranza di portar via in fretta e furia i capitali depositati nelle banche cipriote. Il premio Nobel dell'Economia Paul Krugman consiglia di leggere il saggio "Treasure Islands" (isole del tesoro), di Nicholas Shaxon, istruttiva ricognizione sui danni inflitti all'economia mondiale dai paradisi fiscali e bancari offshore.

Dopo i proclami sull'unione bancaria in costruzione, un'isola del Tesoro ha continuato ad operare indisturbata in seno all'Unione monetaria europea. Non si dà licenza alle banche di Miami di prosperare sul riciclaggio, al riparo dai controlli della Federal Reserve degli Stati Uniti.

 

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