COME LA CULONA INCULÒ UN UOMO MORTO - GIÀ A LUGLIO MONTI "TEMEVA" DI DOVER SOSTITUIRE IL CAVALIERE - TREMONTI RACCONTÒ: “CI SONO DUE LETTERE DI MINACCE, UNA DALLE BR E L´ALTRA, LA PEGGIORE, DALLA BCE“ - A BRUXELLES FANNO NOTARE CHE IN QUEI GIORNI LA MERKEL NON BADAVA ALLE REGOLE BASE DELLA DIPLOMAZIA, A COMINCIARE DALLA PIÙ IMPORTANTE DI TUTTE: NON INTERFERIRE NEGLI AFFARI INTERNI DI UN ALTRO PARTNER EUROPEO – “WALL STREET JOURNAL“ “CONFERMA QUANTO SCRITTO”…

1- TREMONTI RACCONTÒ: "CI SONO DUE LETTERE DI MINACCE, UNA DALLE BR E L´ALTRA, LA PEGGIORE, DALLA BCE"
Francesco Bei per La Repubblica

Un amico di Mario Monti, che aveva caldamente auspicato sui giornali l´avvento di un governo guidato dal Professore, rivela oggi a Repubblica che già a fine luglio, incontrando l´interessato a un convegno, l´attuale premier gli fece una confidenza sorprendente: «Ahimè, temo per me che le tue speranze non andranno deluse».

Di lì a qualche giorno, ai primi d´agosto, Berlusconi riceverà la lettera-diktat della Bce. Segno che la gestazione del governo Monti precede di molto la presunta telefonata della Merkel a Napolitano e procede in parallelo con l´aggravarsi della crisi di fiducia del Cavaliere. Ma il vero punto di svolta è stato il vertice del G20 a Cannes del 3 e 4 novembre.

Atterrato in Francia sotto un cielo nero e una pioggia battente, il Cavaliere comprende per la prima volta che la fine si sta davvero avvicinando. Pochi minuti prima che il summit prenda il via si svolge infatti un drammatico incontro segreto tra la stessa Merkel, Sarkozy, Van Rompuy, Barroso, oltre ovviamente a Berlusconi. Il premier italiano è arrivato al G20, nonostante tutti gli sforzi, ancora una volta a mani vuote. E i leader europei stavolta non sono disposti a farsi prendere in giro, non accettano più rassicurazioni verbali.

La sera precedente, a Palazzo Chigi, si è tenuto un vertice d´emergenza. Cinque ore, con tutti i ministri più importanti a cercare di convincere Tremonti a dare il via libera al decreto sulla crescita. Ma il ministro dell´Economia, che si era opposto qualche ora prima durante il Consiglio dei ministri, continua a mostrarsi totalmente indisponibile. Anche Gianni Letta, facendosi interprete di alcuni dubbi del Colle sull´eterogeneità della materia (il premier ha provato a infilare nel Dl norme sulla giustizia) non sembra convinto del decreto.

È Tremonti a rompere il tabù: «Silvio, è inutile. Bisogna prendere atto che i mercati non chiedono nuove misure bensì un segnale di discontinuità politica». L´indicibile - le dimissioni - si materializza per la prima volta a Palazzo Chigi. Chi comprende perfettamente quello che sta per succedere è Giuliano Ferrara, che il giorno dopo verga un editoriale micidiale contro Tremonti, accusandolo di avere «una personalità disturbata». Ma ormai la frittata è fatta, Berlusconi parte per Cannes disarmato e nudo. E la Merkel, stavolta, non accetta promesse.

Di quanto abbia detto la Cancelleria a Berlusconi, di fronte a testimoni (oltre ai quattro citati c´erano anche diplomatici e funzionari), non ci sono verbali o fuori onda. Clemente Mastella, parlamentare europeo, racconta tuttavia la versione che è rimbalzata di bocca in bocca fino a Bruxelles: «Merkel fu molto dura. Gli gridò in faccia: la crisi è colpa tua».

Da lì in avanti è stato un rotolare verso il fondo lungo un piano inclinato. Con l´umiliazione, subita al G20, di vedersi commissariato non soltanto dall´Ue (era già stato stabilito al Consiglio europeo del 22 ottobre, quello della famosa risata Merkel-Sarkozy) ma anche dal Fondo Monetario, come un paese sudamericano. Sono per Berlusconi delle giornate nere, una brutta notizia ne scaccia via un´altra. Ripartito dal G20 con l´umore sotto i tacchi, stanco per la maratona, il premier atterra a Roma e si ributta in un altro vertice notturno a Palazzo Grazioli.

L´amara sorpresa è che a cedere è anche il fronte interno. Già lo scorso 11 ottobre, dieci giorni prima che Merkel telefonasse a Napolitano per chiedere un cambio di governo (è la versione del Wsj), il premier aveva infatti incassato un brutto colpo, andando sotto alla Camera sul Rendiconto dello Stato. Un brutto scivolone, che aveva portato a una nota preoccupata del Quirinale: «Il problema - si chiedeva Napolitano - è se la maggioranza è ancora in grado di operare con coesione».

Il 14 ottobre la fiducia passa con 316 voti, uno soltanto in più. E tre giorni dopo, il 17 a Todi, anche i cattolici "mollano" il premier con la benedizione del cardinal Bagnasco. Insomma, quella sera a Palazzo Grazioli, di rientro dal G20, Berlusconi è già un uomo in ginocchio.

La mazzata finale gli arriva dalla voce di un amico, Denis Verdini, il coordinatore che ha tenuto per un anno intero la maggioranza in piedi raccattando le anime perse dei cosiddetti "Responsabili". «I numeri - gli spiega - non ci sono più, siamo fermi a 306 voti. Mi dispiace, non c´è più niente da fare». La fine è nota e arriva con il flash Ansa del 12 novembre: «+++Berlusconi si è dimesso+++».

Quello che non si sapeva l´ha raccontato ieri il Wsj, riferendo quanto Tremonti confidò ad alcuni colleghi ministri delle finanze europei a proposito della lettera della Bce ricevuta il 3 agosto: «Abbiamo ricevuto due lettere di minacce, una da un gruppo di terroristi, l´altra dalla Bce. La seconda è peggio della prima». Non si sbagliava.

2- A BRUXELLES FANNO NOTARE CHE IN QUEI GIORNI LA MERKEL NON BADAVA ALLE REGOLE BASE DELLA DIPLOMAZIA, A COMINCIARE DALLA PIÙ IMPORTANTE DI TUTTE: NON INTERFERIRE NEGLI AFFARI INTERNI DI UN ALTRO PARTNER EUROPEO - "WALL STREET JOURNAL " "CONFERMA QUANTO SCRITTO"...
Giuseppe Sarcina per il Corriere della Sera

D'accordo, quella sera di ottobre «faceva freddo», almeno a Berlino. Ma che giorno era? Due pagine piene di particolari, di date e luoghi precisi. Curiosamente, però, nella ricostruzione pubblicata ieri dal Wall Street Journal, manca il dettaglio chiave: quando, esattamente, Angela Merkel telefonò a Giorgio Napolitano?

La risposta arriva nel pomeriggio con il comunicato del Quirinale: 20 ottobre. E con una precisazione importante: quella chiamata non è rimasta segreta. Facile verificare in archivio. Il Corriere della Sera ne diede conto il 22 ottobre, con un articolo firmato da Marzio Breda. Rimettere in ordine la sequenza degli avvenimenti, allora, può essere utile per riprendere il filo delle iniziative, delle eventuali pressioni esercitate da Angela Merkel, in quei momenti comunque decisivi per la sorte del governo Berlusconi.

Il capo dello stato nega che la cancelliera tedesca abbia mai chiesto il defenestramento di Berlusconi. Da Berlino il portavoce di Angela Merkel subito si associa. E dunque? I tre giornalisti del Wall Street Journal che hanno firmato l'inchiesta, contattati via mail, non aggiungono altri particolari.

Charles Forelle, corrispondente da Bruxelles (in vacanza negli Stati Uniti) risponde che «non ha altro da aggiungere a quanto pubblicato». E di fronte alla doppia smentita in arrivo da Berlino e da Roma, il suo collega Stephen Fidler si limita a osservare che «spesso si afferma di non aver mai detto certe cose». In serata, una portavoce del gruppo «Dow Jones» (proprietario del Wall Street Journal) telefona da Londra, quartier generale dell'edizione «Europe», per far sapere che il quotidiano «conferma quanto scritto».

Ma le date, appunto, possono venire in soccorso. La cancelliera tedesca, dunque, chiama il 20 sera, cioè tre giorni prima del Consiglio europeo convocato, in piena emergenza, a Bruxelles. In quei giorni di vigilia, su questo non ci sono dubbi, il governo italiano è l'osservato speciale. Dall'efficacia dei suoi impegni, delle sue misure anticrisi forse dipende la sopravvivenza stessa della crisi. Il 23 ottobre è il giorno probabilmente più nero per la leadership di Berlusconi a livello europeo.

Merkel e Sarkozy, ritti sui palchetti di una conferenza stampa congiunta, ascoltano la domanda di un giornalista: c'è da fidarsi ancora del Cavaliere? Il video è ormai un «cult» della Rete. I due leader si guardano, fanno qualche smorfia, ridono apertamente. Poi certo, seguono dichiarazioni più ortodosse. «Berlusconi è il nostro interlocutore e contiamo su di lui», concluderà la Merkel.

Già allora, due mesi fa, quelle parole suonarono poco convinte. Tuttavia è lo stesso articolo del Wall Street Journal a ricordare come il quadro politico fosse pericolosamente vicino al punto di rottura. L'asse franco-tedesco si era incartato sul ruolo della Bce. Sarkozy spingeva (e continua a farlo) perché la Banca centrale mettesse in campo tutte le risorse finanziarie necessarie per salvare l'euro, saltando i vincoli previsti dallo Statuto.

Angela Merkel, invece, respingeva con durezza l'idea di trasformare l'istituto di Francoforte in una specie di bancomat a disposizione di Grecia e Italia. Il 19 ottobre i due si ritrovano proprio nella città tedesca, alla cerimonia del passaggio delle consegne tra Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, nella Alte Oper concert hall. È l'occasione per un chiarimento a porte chiuse tra la leader tedesca e il presidente francese, alla presenza di Trichet e mentre dalla sala, raccontano i giornalisti americani, «arrivano le note del Barbiere di Siviglia».

Apparentemente ciascuno rimane sulle sue posizioni, ma ora è chiaro che fu la Merkel a prevalere. Riepilogando: il 19 ottobre la cancelliera si scontra con Sarkozy, l'alleato più stretto; il 23 si ritrova in sintonia con il presidente francese proprio sul sorriso alle spalle di Berlusconi. In mezzo, la «fredda sera» del 20 ottobre cade la telefonata a Napolitano. È plausibile che proprio in quel momento la Merkel si sia spinta al punto di «spingere», «stimolare» («prodding») il presidente italiano a sostituire Berlusconi con un altro premier, qualcuno «capace di fare le riforme»?

In quel clima di ansia e di vera paura, non si può escludere. A Bruxelles fanno notare che nelle stesse settimane la Merkel non badava alle regole base della diplomazia, a cominciare dalla più importante di tutte: non interferire negli affari interni di un altro partner europeo.

Ma nello stesso tempo è altrettanto probabile che la cancelliera abbia chiamato il capo dello Stato per capire quali fossero gli scenari più probabili in caso di paralisi del governo Berlusconi, che già, agli occhi degli europei, aveva mostrato segnali di avaria. Su un punto, però, a Bruxelles, a Berlino e a Parigi, gli osservatori sono d'accordo. Nessuno si è intristito quando Berlusconi ha lasciato davvero Palazzo Chigi.

 

 

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