aquilanti boschi e gentiloni

IL DECLINO DELLA BUROCRAZIA BOSCHIANA/2 - IL CONSIGLIO DI STATO NEGA IL ‘FUORI RUOLO’ A PAOLO AQUILANTI, SEGRETARIO GENERALE DI PALAZZO CHIGI. NOMINATO CONSIGLIERE POCHI MESI FA, IL BRACCIO DESTRO DELLA BOSCHI ORA DEVE SCEGLIERE: O SI TIENE LA CALDA E GARANTITA POLTRONA AL CONSIGLIO DI STATO, O RESTA A FARE DA CONSIGLIERE DELLA SOTTESEGRETARIA PER NUOVE E STRABILIANTI RIFORME

 

 

 

Daniele Martini per www.ilfattoquotidiano.it

 

paolo aquilantipaolo aquilanti

Per un voto l’ufficio di Presidenza del Consiglio di Stato ha negato il “fuori ruolo” a Paolo Aquilanti, segretario generale della Presidenza del Consiglio. Tradotto dal linguaggio burocratico-ermetico dell’alta dirigenza statale significa che Aquilanti dovrà lasciare l’incarico a palazzo Chigi aprendo un vuoto che per Paolo Gentiloni, capo del governo, e i renziani non sarà facile colmare bene e in fretta.

 

Aquilanti è un pezzo pregiato della filiera di potere che lega lo stesso Gentiloni a Renzi e a Maria Elena Boschi che sull’esperienza e la bravura di Aquilanti si è appoggiata per anni, fin dai tempi in cui era ministra per le Riforma costituzionali e poi ora in qualità di sottosegretaria alla Presidenza, cioè vice del capo dell’esecutivo.

 

Dopo il no del Consiglio di Stato in teoria Aquilanti potrebbe anche restare al suo posto a palazzo Chigi, ma pagando un prezzo, dovendo cioè dire addio alla carica di consigliere di Stato alla quale peraltro era stato nominato appena pochi mesi fa, il 15 novembre dell’anno passato, con un decreto del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

boschi e gentiloniboschi e gentiloni

In questo caso, però, lascerebbe il certo per l’incerto, cioè la sicurezza di un incarico ben retribuito a palazzo Spada a Roma, sede del Consiglio di Stato, per la poltrona in un ufficio senz’altro prestigioso a palazzo Chigi, ma che per sua natura è transitorio, legato alle sorti del governo. Sulla cui durata nessuno scommetterebbe un occhio della testa, soprattutto dopo l’esito delle Primarie del Pd considerate da Renzi un successo e uno stimolo per andare in fretta alle elezioni politiche alle quali accedere dopo aver cantato il de profundis all’esecutivo Gentiloni.

 

Il voto del Consiglio di Stato contro Aquilanti è sorprendente, ma non inspiegabile. E’ il risultato clamoroso e evidente di quella mancanza di feeling che ha aperto una crepa vistosa tra l’alta magistratura statale, Renzi e il suo ambiente. L’antipatia risale ai tempi della formazione del governo dello stesso Renzi, febbraio 2014. Allora il neo presidente del Consiglio si presentava come il rottamatore e proprio il Consiglio di Stato fu una delle prime istituzioni a cadere sotto i cingoli del suo carrarmato.

abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi

 

Fino a quel momento tutti i governi della Repubblica, di tutti gli orientamenti politici, si erano avvalsi delle conoscenze e del supporto dei Consiglieri di Stato, chiamati a collaborare nei ministeri, spesso con l’incarico di capi di gabinetto. La loro funzione era così importante e decisiva che non di rado contavano più degli stessi ministri.

 

Renzi decise di interrompere questa consuetudine con un taglio che di certo non fece fare salti di gioia ai consiglieri di Stato. E siccome la vendetta, come è noto, va servita fredda, a distanza di mesi a palazzo Spada hanno colto la palla al balzo impallinando Aquilanti che paga per tutti. Agli occhi dei consiglieri di Stato Aquilanti rappresenta il contrario di ciò che era sempre stato: non un Consigliere prestato all’azione di governo, ma un alto mandarino con una carriera maturata in altre istituzioni, arrivato fino nella stanza più ambita di palazzo Chigi e da qui nominato consigliere di Stato.

 

PALAZZO SPADA CONSIGLIO DI STATOPALAZZO SPADA CONSIGLIO DI STATO

Cinquantasette anni, prima di diventare segretario alla presidenza del Consiglio, Aquilanti era stato un semplice funzionario del Senato e poi per un quindicennio segretario della importantissima Commissione Affari Costituzionali di palazzo Madama e infine dal 2014 capo del Dipartimento per i rapporti con il Parlamento al fianco della ministra Boschi.

 

E’ lì che Aquilanti si è guadagnato i galloni con i renziani. Il suo contributo è stato determinante dal punto di vista tecnico-procedurale per far andare in porto le riforme della Boschi e del governo Renzi. E’ opinione diffusa che proprio grazie all’esperienza e ai consigli di Aquilanti il percorso dell’Italicum (sistema di voto) sia stato meno accidentato di quel che avrebbe potuto essere e si accredita a Aquilanti anche una bella fetta del successo (dal punto di vista dei renziani) della riforma-cancellazione del Senato ottenuta con la falcidia degli emendamenti con il metodo definito del “canguro”.

 

boschi e mattarella  boschi e mattarella

Fu Renzi a stendergli il tappeto rosso nella primavera del 2015 per farlo salire fino all’ufficio di segretario della Presidenza del Consiglio. E caduto Renzi per il referendum del 4 dicembre 2016, anche il nuovo capo del governo Gentiloni decise di non rinunciare all’esperienza di Aquilanti diventato nel frattempo consigliere di Stato grazie a Mattarella. Alla prima occasione, però, i suoi colleghi di palazzo Spada gli hanno voltato le spalle.

 

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