IL PADRINO, ULTIMO ATTO? - IL SUPERBOSS PROVENZANO È IN COMA, DA QUANDO LO HANNO OPERATO IN SEGUITO A UNA “STRANA” CADUTA IN CARCERE - AVEVA INCONTRATO I PM DI PALERMO, E AVEVA FATTO CAPIRE DI VOLER RIVELARE QUALCOSA, IN CAMBIO DELLA PROTEZIONE DEI FIGLI - POI, INCONTRATI I PARGOLI, HA CAMBIATO IDEA, E SONO COMINCIATI I BIZZARRI INCIDENTI CHE HANNO TRASFORMATO IL LUCIDO 79ENNE IN UN VEGETALE - CON LUI MORIREBBERO I SEGRETI SULLE STRAGI, LA TRATTATIVA, E 30 ANNI DI STORIA ITALIANA…

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per "il Fatto Quotidiano"

Per lui aprire bocca e rompere l'omertà "è fare la guerra". A 360 gradi. Perché se parla, Bernardo Provenzano sa che deve parlare di complici e avversari. "Se volessi fare qualcosa e se facessi subito la guerra, è chiddru di diri che c'è cu è ca mi ha rispettato e c'è cu è ca un m'ha rispettato (dovrei dire che c'è chi mi ha rispettato e chi no, ndr)". Ma Binnu la guerra non la vuole fare: "Io cose da raccontare non ne ho e non ce ne posso dare".

Nell'ultimo interrogatorio, prima delle misteriose cadute dal letto, però, l'anziano patriarca apre uno spiraglio a sorpresa, e cerca di prendere tempo: "Al momento non posso dire niente... Ma non lo so, sono a disposizione vostra... Prima devo vedere come mi trattano qua". E ai pm che gli chiedono se, fuori dal carcere, si sentirebbe di parlare più liberamente, il superboss risponde: "Non lo so, se u sapìssi ci u dicissi. Ma sì, aspettiamo". È l'ultima trattativa, che il capomafia di Corleone, 79 anni, conduce personalmente nella sua cella del carcere di Parma con gli aggiunti di Palermo, Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci, che vanno a interrogarlo a fine maggio scorso.

L'INCIDENTE, L'OPERAZIONE E I DANNI CEREBRALI PERMANENTI

L'ultimo braccio di ferro con lo Stato. Perché ora che è ricoverato in coma, dopo l'asportazione di un ematoma alla testa per una misteriosa caduta in cella, Binnu potrebbe aver perso per sempre la capacità di raccontare la storia nera dell'Italia. I medici che lo hanno operato, infatti, ipotizzano la presenza di danni cerebrali permanenti, che potrebbero aver cancellato la memoria di una carriera criminale lunga quanto la stagione repubblicana.

Quel curriculum da boss dei boss che fa di Provenzano l'archivio vivente di tutte le trame eversive della Prima e della Seconda Repubblica, e nello stesso tempo il testimone esemplare dell'Italia del compromesso storico con l'illegalità, sembra vicino a evaporare nel nulla dell'oblio.

Così, mentre i pm di Palermo si affrettano a interrogare il figlio Francesco Paolo, nel tentativo di ricostruire l'ennesimo episodio oscuro legato alla preoccupazione del boss, captata nei giorni scorsi da una microspia, e cioè che qualcuno, dentro il carcere, "gli volesse male", l'epopea criminale dello "stratega" di Cosa Nostra, del regista della pax mafiosa, si avvia alla conclusione su un letto d'ospedale, dove l'ideologo di quella direttiva che ha imposto la linea della convivenza pacifica di Cosa Nostra con le istituzioni nel ventennio berlusconiano, viene definito un malato "in gravissime condizioni".

La parabola discendente di Binnu comincia la sera del 9 maggio scorso, quando il superboss viene sorpreso in cella, mentre tenta di infilare la testa in un sacchetto di plastica. Secondo fonti del Dap, si tratta della messinscena di un tentativo di suicidio che, comunque, viene immediatamente sventato. Ma pochi giorni dopo , il 26 maggio, il parlamentare del Pd, Beppe Lumia, e l'eurodeputata dell'Idv, Sonia Alfano, si recano nel carcere di Parma per verificare le condizioni di salute di Provenzano, e durante il colloquio con l'anziano capomafia lo invitano a collaborare con lo Stato. Binnu non si chiude a riccio, appare lucidissimo e, secondo i resoconti di quel colloquio, manifesta la necessità di proteggere la propria famiglia: "I miei figli - dice - non devono andare al macello".

Quando il senatore e l'eurodeputata gli assicurano che lo Stato potrebbe garantire loro un futuro, Provenzano conclude: "Fatemici parlare, e poi sarà la volontà di Dio". Ecco che qualche giorno dopo, il 31 maggio, si presentano nella sua cella i pm di Palermo venuti a sondare l'eventuale "disponibilità" del superboss a fornire informazioni utili alle indagini. Gli inquirenti non riescono a ottenere una risposta precisa, perché Binnu non si sbilancia oltre quel laconico rifiuto di aprire, con le sue parole, una guerra: "Non voglio fare del male a nessuno", dice.

Secondo indiscrezioni giornalistiche, però, il 4 luglio Lumia e Alfano tornano nel supercarcere di Parma per un nuovo colloquio con l'ex Primula rossa di Cosa Nostra. Anche questa volta al colloquio, così come prevede la legge, assistono i responsabili della polizia penitenziaria, che alla fine stilano una relazione da inviare alla direzione generale delle carceri alle Procure di Palermo e Caltanissetta, così come alla Direzione nazionale antimafia. Dalla relazione emerge che, anche stavolta, Provenzano si mette sulla difensiva giustificando il suo silenzio con la scusa "di non avere più una buona memoria, e quindi di avere paura di fare malafigura". Fine dell'incontro. E degli incontri successivi.

Ma da quel momento, le condizioni di salute del patriarca di Corleone sembrano subìre un deterioramento progressivo e accelerato. Fino all'episodio recente che vede Provenzano cadere dalla sua branda, durante il sonno. Soccorso dal personale della polizia penitenziaria, il superboss viene ricoverato d'urgenza all'ospedale della città ducale, dove è tuttora detenuto in regime di 41 bis.

Non sembra del tutto convinto il suo difensore, l'avvocato Rosalba Di Gregorio, che precisa: "Non è la prima volta che Provenzano cade dal letto; recentemente sono andata a trovarlo in carcere e mi sono accorta che non portava gli occhiali: mi spiegò che era caduto dalla branda e gli occhiali si erano rotti". Incidenti e cadute che di certo sono tutti successivi ai colloqui con i parlamentari e all'interrogatorio con la Procura di Palermo. Solo una coincidenza?

I DUBBI DELLA PROCURA: MINACCE O VANEGGIAMENTI?

Ecco perché ora la Procura di Palermo vuole verificare se i timori del vecchio Binnu, captati dall'intercettazione ambientale, durante il colloquio carcerario con i familiari, fossero più o meno fondati. La paura manifestata da Provenzano sulla possibilità che qualcuno potesse fargli del male era solo il vaneggiamento di un vecchio dalla mente deteriorata o il timore per una reale minaccia? Di certo c'è che l'avvocato Di Gregorio aveva già chiesto al gup Piergiorgio Morosini, il giudice dell'udienza preliminare sulla trattativa mafia-Stato, che il suo assistito venisse sottoposto a una perizia psichiatrica per accertare la capacità del boss di partecipare al procedimento in modo cosciente.

Ma anche quella perizia, ormai, appare superata. Dopo l'intervento chirurgico, Binnu non si è mai svegliato dal coma. Neppure quando i medici hanno chiamato al suo capezzale il figlio Francesco Paolo per tentare di stimolarlo con la sua voce. Oggi il vecchio capomafia sembra avvicinarsi lentamente alla fine. Binnu u' ragioniere, lo hanno definito i pentiti, ma anche Binnu u' tratturi (il trattore): fu l'allievo prediletto di Luciano Liggio negli anni Cinquanta e Sessanta.

Era il killer che (a sentire i pentiti) ''sparava come un dio'', lo squalo che con Totò Riina mosse all'assalto di Palermo negli anni Settanta per imporre la dittatura corleonese, quindi ancora lo stragista negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, poi l'eminenza grigia che ha gestito i disegni "eversivi" del '92 e del '93, forse persino il "traditore" che ha consegnato Riina allo Stato, il condottiero che ha trascinato Cosa Nostra fuori dalla crisi dovuta all'emorragia dei pentiti e agli arresti del dopo-stragi, e infine il ragioniere che dal '94 in poi, ha condotto l'organizzazione criminale verso una fase di nuova prosperità, quella della cosiddetta "sommersione", quella degli affari.

Un uomo eclettico, adattabile, flessibile, capace di intrecciare violenza e mediazione. E soprattutto un custode fidato dei segreti della stagione delle stragi: "Delle stragi sono rimasti in pochi a sapere la verità - avrebbe confidato al picciotto Stefano Lo Verso, che lo assisteva durante la latitanza, e che poi lo riferì ai magistrati - io, il mio paesano, Andreotti e altri due che sono morti. Lima perché non voleva che si facessero le stragi ed è stato ammazzato perché si temeva non reggesse il peso, e Vito Ciancimino, probabilmente ucciso pure lui".

Per il pentito Angelo Siino, Provenzano era "una mente raffinata, che decise di coprirsi le spalle facendo partecipare (al cosiddetto "tavolino" degli appalti, ndr) le cooperative rosse, mentre Riina a Corleone, buzzurro, pecuraro, le aveva buttate fuori".

I SERVIZI E IL DOPPIO FILO CON L'ALTRO "SBIRRO", CIANCIMINO

Per un altro pentito Gioacchino Pennino, il boss corleonese era "l'unico vero regista della politica palermitana". Per Nino Giuffrè, il boss che più di altri gli fu vicino negli anni del dopo stragi, "Provenzano era in missione per conto di Cosa Nostra. Aveva contatti con i servizi segreti per risolvere i famosi problemi che c'erano tra le famiglie mafiose". In che modo? "Il canale per i rapporti con i servizi, ma non solo per quelli - ha precisato Giuffrè - era Ciancimino". Don Vito, il sindaco mafioso di Palermo che in quell'interrogatorio a maggio scorso, ritenuto nullo dal gip Morosini perché redatto senza l'assistenza del suo avvocato, Binnu ha ammesso di avere conosciuto.

Entrambi corleonesi, entrambi boss con la fama di "sbirri", con un destino legato a filo doppio: finché è durata la latitanza del primo, è rimasto intoccabile anche il "tesoro" del secondo . Ma a differenza di Binnu, vent'anni fa Ciancimino annunciò di voler raccontare la sua verità alla commissione Antimafia, anche se poi il presidente Luciano Violante non lo volle convocare. Provenza-no, a quel tempo, era latitante, verrà catturato l'11 aprile 2006, a cavallo tra i governi Berlusconi e Prodi, in un casolare tra ricotta e cicoria davanti alle telecamere di Anna La Rosa di Rai2. Un arresto che, come disse Violante nel 2006, "a differenza di quello di Riina, non è circondato da equivoci aloni".

Ma ecco che sei anni dopo, un faccendiere disposto a consegnarlo per 2 milioni di euro, tra lo scetticismo dei procuratori nazionali antimafia Pierluigi Vigna e Pietro Grasso, e la fiducia, invece, dei loro aggiunti Vincenzo Macrì e Alberto Cisterna, diventa il protagonista dell'ultimo copione di veleni sui misteri dell'arresto a Montagna dei Cavalli. Anche qui il contributo di Provenzano, che dice di non ricordare nemmeno se furono i poliziotti o i carabinieri a catturarlo, nel verbale del maggio scorso è sibillino: "Pi mia a stessa cosa sunnu".

 

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