LA VIA CRUCIS DEL VENEZUELA: IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO HA PORTATO L’ECONOMIA SULL’ORLO DEL BARATRO - SCAFFALI VUOTI E CODE DAVANTI AI SUPERMERCATI A CARACAS: NELL’ANNO DEL VOTO MADURO, IL SUCCESSORE DI CHÁVEZ, HA IL PAESE CONTRO

Omero Ciai per “la Repubblica”

 

MADURO ACCOGLIE LA BARA DI CHAVEZ MADURO ACCOGLIE LA BARA DI CHAVEZ

La via crucis di Luis inizia tutte le sere a mezzanotte quando, ormai da qualche mese, si mette in fila davanti al supermercato Pdval del suo quartiere nel centro di Caracas. Elettricista in pensione, 65 anni, Luis è vedovo e vive con sua figlia, sposata, e tre nipoti piccoli. La coda dei pensionati è quella che può entrare prima nel supermercato, per questo mandano lui.

 

Da mezzanotte alle sette quando finalmente si aprono le porte. Per evitare di essere rapinati in piena notte mentre aspettano, i pensionati come Luis non hanno un soldo in tasca: la mattina presto arriva qualche altro parente a portarli. Ma spesso, nonostante siano i primi a entrare, non trovano quel che cercano: buste di latte in polvere per la colazione dei bambini, farina di mais per l’arepa, il pane quotidiano dei venezuelani, zucchero, caffé, pannolini, olio o riso.

Chavez insieme al suo vice Nicola MaduroChavez insieme al suo vice Nicola Maduro

 

L’ultima botta alle disastrate casse dello Stato venezuelano l’ha data il crollo del prezzo del petrolio: da 100 dollari al barile il valore è sceso a meno di 45 in tre mesi. E due conti a Caracas si fa molto presto a farli: il Venezuela importa oltre l’80 percento dei prodotti, compresi quelli di prima necessità, di cui ha bisogno. E il 90 percento del bilancio dello Stato è composto dalla vendita all’estero del petrolio. Il famoso “Venezuela Saudita” dei tempi andati.

 

Quest’anno, per far quadrare i conti, fra spese per le importazioni e introiti delle esportazioni di petrolio, mancheranno almeno 20 miliardi di dollari. Che nessuno sa dove trovare. Così la prima vittima sono Luis e i suoi nipoti senza latte in polvere. Caracas lo comprava in Brasile il latte ma adesso non ha più i soldi per acquistarlo e metterlo sugli scaffali di Pdval, i supermercati di Stato a prezzi calmierati. Già prima di Natale, quando l’apocalisse si vedeva arrivare, per contenere la psicosi della carestia incombente il governo di Nicolas Maduro, l’erede di Chávez, ha blindato gli acquisti nei mercati di Stato imponendo il razionamento per evitare l’accaparramento. Quando compri ti prendono i documenti e scrivono tutto. Così Luis un giorno fa la fila solo per l’olio, il giorno dopo per lo zucchero... e via così. Tutta la settimana, ogni notte.

Tower of David a Caracas Tower of David a Caracas

 

Davanti ai supermercati c’è l’esercito, ma è già successo che i clienti si siano picchiati per un petto di pollo. Le risse s’accendono all’improvviso mentre ovunque a Caracas ci sono le code per comprare alimenti. Per nascondere la realtà, dopo le immagini degli scaffali vuoti che hanno fatto il giro del mondo, ora li riempiono con prodotti inutili che non vuole nessuno. Tipo mille contenitori di plastica di ammorbidente liquido. E sulla porta del Pdval c’è un bel cartello: “Vietato fare fotografie”.

 

«Che umiliazione», sbotta Karina. Ha meno di quarant’anni, è casalinga, sposata con un maestro di scuola, ha due figlie di 15 e 6 anni. Karina, che accompagniamo nella sua scarpinata quotidiana per fare la spesa, è una donna della classe media bassa del Venezuela, prototipo di quelli che hanno sostenuto, amato, incoraggiato l’avventura del chavismo bolivariano nella costruzione del Socialismo del XXI secolo.

Petrolio, espropri di Stato e progetti sociali. Ha sempre votato per Chávez fin dal ‘98. Quando è morto nel marzo del 2013 ha votato per il successore designato, l’imponente Maduro, ex giovane maoista, ex sindacalista ferroviere, ex ministro degli Esteri, fanatico di Fidel Castro e del “modello cubano”, ora un bel po’ spiazzato geopoliticamente dalla “pax americana” di Raúl.

 

La collera di Caracas La collera di Caracas

«Che umiliazione — insiste Karina — ormai passo tutta la giornata a cercare il minimo indispensabile per la mia famiglia. Ieri, dopo mesi, ho trovato un pacchetto di lamette da barba per mio marito. Uno, soltanto uno». Sul cellulare di Karina arrivano messaggi WhatsApp di amici e amiche che la mettono in allerta sulla situazione.

«È arrivato il pollo al supermercato di Palos Grande », oppure: «C‘è l’aspirina nel Farmatodo di Chacao». Spesso s’arriva tardi, quel che c’era è già finito. A caccia di farina per le arepa decidiamo di spostarci dall’altra parte della città, nei quartieri bene di Caracas dove tutto costa il doppio o il triplo, ma la carestia è la stessa.

 

Il disastro economico cancella le basi del consenso. Karina è furibonda mentre corre lungo gli scaffali in cerca di farina e Tampax. Alla fine le viene da piangere: «Non dovevano farci questo, non dovevano. In questo paese c’era tutto, magari io non avevo i soldi per comprarlo, ma i supermercati erano pieni di cose, dieci possibilità di scelta per ogni prodotto. Cosa è successo? Perché?».

 

Antigovernativi di Caracas Antigovernativi di Caracas

Quando ha cominciato col “socialismo”, la prima cosa che ha distrutto Chávez sono state le aziende agricole e quelle commerciali. Erano i nemici di classe. Quel che ha potuto lo ha espropriato e nazionalizzato. Poi, spinto dalla straordinaria crescita del prezzo del petrolio all’inizio del Duemila, ha trasformato il Venezuela in un importatore secco. Non si produce più nulla, oro nero a parte. Ma anche l’oro nero ha bisogno di coccole e manutenzione.

 

Quando Chávez conquistò Pdvsa, la holding del petrolio, dalle viscere del Paese uscivano 3,4 milioni di barili di greggio al giorno. Lui tagliò le teste dei suoi nemici e migliaia di tecnici del petrolio, il know how indispensabile, se ne andarono all’estero.

Risultato: dieci anni dopo la produzione è scesa a 2,5 milioni, un terzo in meno. Il crollo dei prezzi ora fa il resto. «È la tempesta perfetta », gongolano i dirigenti dell’opposizione. Ma più che la fine del “chavismo”, il vero rischio è il caos, il pandemonio di una situazione in cui nessuno possiede formule per alleviare il cataclisma.

 

CAOS A CARACASCAOS A CARACAS

L’anno scorso il Pil è andato in recessione di un altro 3 per cento. L’inflazione sfiora il 65 per cento. L’indice di scarsità dei prodotti, tutto quello che non si trova, supera il 70 per cento. Quello appena iniziato è un anno elettorale, si rinnova il Parlamento, e Maduro da mesi ritarda la stangata sempre più inevitabile: grossi tagli alle spese e svalutazione. La settimana scorsa, il presidente venezuelano, s’è messo in viaggio in cerca di crediti per salvare il salvabile. Mosca, Pechino, Teheran.

 

«Perché il terremoto nei prezzi del petrolio è una scelta dell’Impero (Washington) per mettere in ginocchio Venezuela, Russia e Iran», i tre Satana, dice Maduro. Ma al di là delle parole, non ha trovato quello di cui ha bisogno: prestiti in fondi liquidi per scongiurare la bancarotta o le rivolte per la fame. Neppure i mandarini di Pechino, che sono già esposti con il Venezuela per 50 miliardi di dollari prestati a Chávez in cambio di 450mila barili di petrolio al giorno, hanno aperto la borsa. La tempesta perfetta per il movimento chavista sembra essere arrivata al traguardo, ma sarà un cataclisma che potrebbe inghiottire anche l’altra metà del Paese, quella che s’è sempre opposto alla fondazione del socialismo.

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