1. DALLE MANETTE AI LIGRESTI AI BRACCIALETTI ELETTRONICI PER DETENUTI DI TELECOM 2. CHISSÀ SE IL CONSIGLIERE LUIGI ZINGALES SI SVEGLIA E CHIEDE QUALCHE NOTIZIA SU UN AFFARE DA 100 MILIONI CHE TELECOM HA REALIZZATO GRAZIE ALLA VOLONTÀ DELLA MINISTRA CANCELLIERI PROPRIO IN CONCOMITANZA CON L’INGRESSO DEL FIGLIO PELUSO IN TELECOM? 3. POMPEI BRUCIA! LA PARTITA TRA BRAY E LA LOBBY CAMPANA PATRONI GRIFFI-SCOGNAMIGLIO 4. I 70 MILIONI DI EURO SUI BIGLIETTI CLONATI DELL’ATAC SONO SERVITI ANCHE PER ALIMENTARE FONDI NERI DESTINATI ALLA POLITICA DEL CAMPIDOGLIO DI VELTRONI E ALE-DANNO? 5. CASO AGRUSTI-PERISSINOTTO: MESSAGGI TRASVERSALI A PELLICCIOLI, NAGEL E DELLA VALLE?

1. DALLE MANETTE LIGRESTI AI BRACCIALETTI ELETTRONICI PER DETENUTI DI TELECOM
C'è molta attesa tra gli analisti per i risultati dei primi nove mesi dell'anno di TelecomItalia che oggi saranno presentati al consiglio di amministrazione.

Secondo le previsioni delle principali case d'affari i ricavi dell'azienda dovrebbero segnare una flessione a 20,4 miliardi rispetto ai 22 dell'anno scorso, mentre potrà essere di sollievo la notizia che l'indebitamento è diminuito di circa un miliardo di euro.

Da parte loro i giornalisti sperano che il primo ad uscire dalla riunione sia Tarak Ben Ammar, il finanziere franco-tunisino che ha sempre la lingua sciolta e nei giorni scorsi si è spinto perfino a dire che potrebbe comprare "La7" e la Rai. Oggi comunque è la giornata di Marco Patuano, il manager alessandrino che dopo l'uscita di Bernabè è rimasto solo al vertice della società e ha preparato un piano industriale in cui si prevedono la cessione di Telecom Argentina oltre a quella di immobili e torri che tutti insieme potrebbero portare qualcosa come 3 miliardi nelle casse dell'azienda.

Secondo le case d'affari questo sforzo non sarà comunque sufficiente a garantire stabilità e investimenti. L'attenzione quindi si dovrà spostare sull'atteggiamento che assumeranno gli spagnoli di Telefonica quando dal 1° gennaio diventeranno i veri padroni di Telecom. Per quella data si potranno avere idee più chiare sul nuovo organigramma dell'azienda anche se sono in molti a pensare che l'assetto definitivo sarà disegnato soltanto in primavera.

Resta il fatto che il fulvo alessandrino Patuano ha dovuto passare le notti sui numeri da presentare oggi insieme alle proposte che lasciano freddi gli analisti.

In questa fatica ha utilizzato la competenza di Piergiorgio Peluso, il "bravissimo" figlio di mamma Cancellieri che nell'ottobre 2012 ha lasciato quei poveracci dei Ligresti in balia della giustizia e dei guai finanziari.

Gli uscieri di TelecomItalia dicono che dopo le ultime vicende della ministra i rapporti tra Patuano e Peluso, caro a Nagel e coccolato dalla mamma come un pregiato peluche, siano diventati freddi come i ghiacci della Groenlandia. Non è immaginabile comunque che il 45enne bocconiano ,che ha dimostrato di essere straordinariamente furbo quando se ne è andato da Fondiaria con 3,6 milioni in tasca, non abbia dato il suo apporto al progetto Patuano nella sua qualità di direttore finanziario di Telecom.

Sicuramente non avrà aperto bocca quando Patuano ha inserito nel piano presentato oggi al consiglio la vendita degli immobili, ed è un peccato perché su questa materia l'esperienza di Peluso-peluche con l'immobiliarista di Paternò sarebbe stata preziosa.

Gli uscieri di Telecom sperano che la bocca rimanga cucita anche per il consigliere Luigi Zingales, l'economista di Chicago che siede in consiglio accanto a Tarak e Fitoussi e si è ritagliato il profilo di grandissimo rompicoglioni. Da un po' di tempo il barbuto economista si è chiuso nel silenzio e anche di fronte all'esodo di Bernabè ,che aveva sempre osteggiato, non ha alzato la voce. Si spera vivamente che non lo faccia oggi chiedendo qualche notizia su un affare che Telecom ha realizzato grazie alla volontà della Cancellieri.

Stiamo parlando dei famosi braccialetti elettronici per i detenuti che sono stati introdotti per legge nel gennaio 2001 e appaltati a Telecom per poco meno di 100 milioni spalmati in nove anni. Nella pratica i braccialetti si sono dimostrati assolutamente inutili e a quanto pare dal 2001 ad oggi sono stati applicati soltanto 14 volte. Di fronte alle dimensioni sbalorditive della spesa la Corte dei Conti ha dichiarato che si è trattato di un enorme spreco di soldi pubblici per un'intesa assolutamente "antieconomica e inefficace".

Due anni fa il vicecapo della Polizia, Francesco Cirillo, dichiarò al Parlamento: "se fossimo andati da Bulgari avremmo speso meno", ma la mamma di Peluso non diede corda a queste obiezioni e si attivò per rinnovare il contratto Telecom fino al 2018. Di fronte alla barriera della Corte dei Conti l'operazione si è fermata come si è fermato l'appalto da 521 milioni che il Viminale aveva affidato a Telecom per una serie di strumenti e di sistemi.

Adesso dei braccialetti si parla soltanto in casa Ligresti, e a Telecom se ne sono dimenticati. C'è da sperare che il solito Zingales oggi non si faccia prendere dalla febbre moralistica e non ricordi il conflitto di interessi tra la ministra e il figlio-peluche che è entrato in Telecom quando il dossier dei braccialetti era ancora aperto.

2. LA PARTITA TRA BRAY, AMICO DI ENRICO LETTA, E LA LOBBY CAMPANA PATRONI GRIFFI-SCOGNAMIGLIO
Alle prime ore di stamane una leggera vibrazione ha scosso la torre di 231 metri che a Milano ospita da poche settimane gli uffici di Unicredit.

La vibrazione si è sentita soprattutto al 32° piano dove si trovano gli uffici dei top manager più importanti. Dopo un attimo di sbandamento i 3mila dipendenti che lavorano nel grattacielo costruito dall'architetto Cèsar Pelli hanno capito che la causa era dovuta alla pubblicazione sul "Corriere della Sera" e su "Il Fatto" di due articoli micidiali che riguardano la scelta del supermanager che dovrebbe salvare il sito archeologico di Pompei.

Nei due giornali si legge che per questa carica si sta muovendo una lobby di stampo squisitamente partenopeo e campano che punta a piazzare sulla poltrona Giuseppe Scognamiglio, l'intraprendente diplomatico distaccato dalla Farnesina in Unicredit per seguire i public affairs.

Il 50enne manager di origini salernitane, esperto di politica estera, è già stato al centro qualche mese fa di particolari attenzioni da parte dei giornali e di quel sito disgraziato di Dagospia.

La curiosità è scattata quando si è saputo che il buon Scognamiglio ha convinto il vertice di Unicredit a creare la casa editrice Europeye, che pubblica la rivistina di politica estera "East". La sorpresa è stata grande quando si è scoperto che nella piccola casa editrice oltre alla quota del 90% della sua banca, un'altra quota del 5% è nelle mani della società di produzione cinematografica "Far Out Films" che ha prodotto pellicole insieme a un'altra società di produzione tra i cui azionisti compare Dorotea Morlicchio, la moglie di Scognamiglio.

A quanto si dice la vicenda è stata oggetto di un audit interno che non ha portato a conseguenze personali, ma è servito a capire che la piccola casa editrice Europeye realizza la rivista East e alcuni convegni a costi spaventosi.

Adesso il povero Scognamiglio ,che per i precedenti diplomatici si fa chiamare "ministro" nel grattacielo di Unicredit, è di nuovo nella bufera perché la sua candidatura a gestire i 105 milioni di fondi europei per il sito disastrato di Pompei ha provocato una levata di scudi.

Il più incazzato è il ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, lo storico leccese che bazzica intorno alla Fondazione ItalianiEuropei e non intende assolutamente lasciare le rovine archeologiche nelle mani del diplomatico salernitano,totalmente privo di competenze nel settore. A difesa di quest'ultimo è sceso in campo un pezzo da 90, l'ex-ministro Filippo Patroni Griffi che a Palazzo Chigi ha preso il posto di Catricalà come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

La partita tra Bray, amico di Enrico Letta, e la lobby campana Patroni Griffi-Scognamiglio è aperta, ma è probabile che il cosiddetto ministro debba rinunciare all'incarico ad aggiungere al suo curriculum l'incarico prestigioso.

3. I 70 MILIONI DI EURO SUI BIGLIETTI CLONATI DELL'ATAC SONO SERVITI ANCHE PER ALIMENTARE FONDI NERI DESTINATI ALLA POLITICA DEL CAMPIDOGLIO?
Notevole sensazione sta destando in queste ore negli ambienti politici della Capitale la micidiale inchiesta di "Repubblica" sui biglietti clonati dell'Atac, l'azienda municipale dei trasporti che il sindaco Marino ha ereditato con 1,6 miliardi di debiti e il malumore dei 5mila conducenti.

La gravità dei fatti descritti dai giornalisti Carlo Bonini e Daniele Autieri è tale da far capire che non si tratta del solito scandalo clientelare, ma di un'enorme truffa che dura da 13 anni per i biglietti contraffatti. A quanto pare tutto è cominciato quando Veltroni era sindaco e al vertice dell'Atac c'era Gioacchino Gabbuti. A partire da quell'epoca e per tutta la gestione del sindaco dalle scarpe ortopediche Alemanno, la biglietteria dei tram e degli autobus è stata gestita con intenti criminosi.

Il risultato è una perdita che, secondo un primo calcolo, sarebbe stata di 70 milioni l'anno. Il meccanismo della truffa consisteva nella mancata registrazione dei biglietti già utilizzati dai passeggeri, biglietti che poi venivano clonati in modo da consentire un successivo utilizzo.

L'aspetto grave di tutta la vicenda riguarda l'eventualità che i 70 milioni di euro siano serviti anche per alimentare fondi neri destinati alla politica. Nell'inchiesta non entrano Veltroni e Alemanno, ma non sfugge il fatto che gran parte dei manager designati per volontà politica siano stati probabilmente complici, volontari o involontari, di questa colossale truffa.

Adesso toccherà al sindaco chirurgo e al nuovo amministratore delegato Danilo Broggi capire se oltre ai biglietti falsi c'è anche qualcosa che riguarda appalti gonfiati e affidati a piccole società senza gara (una di queste si chiama Ats e in parte controllata da una società lussemburghese). Non è un'impresa facile e Broggi avrà di sicuro bisogno dell'aiuto della Guardia di Finanza e del lavoro della Procura.

Per quanto lo riguarda raccoglie un'eredità incandescente e non si sarebbe mai aspettato di passare dagli incarichi milanesi alle note stonate degli autobus romani. Ma lui suona nella band dell'amico e sponsor Maroni, quindi spera vivamente che lo spartito cambi presto.

4. CASO AGRUSTI-PERISSINOTTO: È FORTE L'IDEA CHE SI TRATTI DI SEGNALI E MESSAGGI TRASVERSALI VERSO ALCUNI CONSIGLIERI DI AMMINISTRAZIONE COME PELLICCIOLI, NAGEL E DELLA VALLE
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che uno sprazzo di luce si è finalmente visto nella vicenda che ha portato all'uscita dalle Generali di Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti.

Sembra infatti che la Consob e l'Ivass (l'organismo di controllo delle assicurazioni) abbiano acceso un faro sulle operazioni in private equity e fondi alternativi che avrebbero portato a una perdita per la Compagnia triestina di 200-300 milioni. Da parte sua Mario Greco, il manager "tedesco" che ha sostituito Perissirotto alle Generali, non sembra intenzionato a intraprendere azioni legali verso i due manager che si sono portati a casa rispettivamente 10,6 milioni (Perissinotto) e 6,1 (Agrusti).

Nelle osterie di Trieste si pensa che le notizie uscite oggi non siano letali per i due uomini che hanno gestito la Compagnia; piuttosto è forte l'idea che si tratti di segnali e messaggi trasversali verso alcuni consiglieri di amministrazione come Pelliccioli, Nagel e Della Valle che con la complicità del tandem Perissirotto-Agrusti hanno portato acqua purissima e redditizia al proprio mulino".

 

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