DEI MORTI SI PARLA SEMPRE BENE, MA DI GIANNI BORGNA SI PARLAVA BENE ANCHE DA VIVO - NEGLI ULTIMI ANNI INGIUSTAMENTE SOTTOSTIMATO NELL’ASSEGNAZIONE DEGLI INCARICHI

1 - ADDIO A GIANNI BORGNA - IL MITE GRAMSCIANO CHE AMAVA SANREMO
Filippo Ceccarelli per ‘La Repubblica'

Che dispiacere, se n'è andato Gianni Borgna. Aveva 66 anni. Allegro dirigente politico di un partito serio e severo quale poteva essere il Pci; scrittore in tempi oscuri di libri dilettevoli e anche per questo tanto più importanti; organizzatore di cultura viva e apprezzata; ma soprattutto un uomo che aveva un dono raro nella vita pubblica, quello di innamorarsi di tutto ciò che faceva, anche a costo di sacrificargli tutto ciò che pure rispettava, ma che nell'animo suo metteva serenamente in secondo piano e forse gli faceva anche un po' ridere, ma senza superbia, né altri complessi. La carriera, il successo, il potere erano per lui entità del tutto trascurabili rispetto alle sue passioni.

E certo, avrà avuto anche lui le sue pene, quando ingiustamente lo sottostimavano nell'assegnazione degli incarichi, ché molto di più avrebbe meritato, o quando lo mandarono allo sbando alle elezioni, nel 2006 con i Ds, facendogli mancare i voti.
Ma certo lui non s'è pentito di aver dato, prima al suo partito e poi alla sua città, quindi ai suoi lettori e ai suoi amici in termini di sguardi, previsioni, consigli, infine all'Auditorium, alla Biennale o al Teatro di Roma, ecco, Borgna ha dato agli altri molte più cose, molte più sorprese di quante lui ne abbia mai ricevute.

Ma va bene così, il ricordo è ancora più vivo per questo, e forse anche perché come nessun altro è rimasto fedele agli ideali della sua gioventù. Un puro, ma gentile e curioso; con il che oggi si piange una persona che aveva un bellissimo sorriso e una sorta di perenne buonumore, e tuttora non c'è foto che lo ritragga triste o immusonito.

Era in effetti un tipo davvero simpatico, mite, intenso, lievemente distratto e pieno di preziose intuizioni, molte delle quali - ha detto bene ieri Francesco Rutelli che lo ebbe a fianco nei suoi due mandati al Campidoglio come ottimo assessore alla Cultura - sono ancora da scoprire.

Piccoletto com'era, e soprannominato 'Profumetto' per il dispiego borghese di acqua di colonia, nel mondo arcigno e soporifero del Pci degli anni '70 Borgna poteva fare l'effetto di un cartone animato, e ancor più quando giovanissimo si metteva un incredibile colbacco e invocava con placida sicurezza «un governo operaio e contadino», forse era una parodia, o forse no.

Una volta - nel pieno del Settantasette, un convegno sulla rivolta giovanile al Palazzo dei Congressi dell'Eur - scandalizzò la nomenklatura e violò la sacralità di quelle riunioni esordendo al microfono: «Cioè, compagni, dico cazzo...» e proseguì per un interminabile minuto nello studiato e del tutto inconcludente frasario delle assemblee studentesche, per far capire che lo spirito del tempo era mutato, per sempre, e che solo riconoscendolo il Pci poteva rimanere in contatto con quelle che nel lessico post-togliattiano erano rubricate come 'le giovani generazioni'.

In qualche modo - ma senza attribuirgliene alcuna responsabilità - fu lui ad accompagnare e lanciare, chi più chi meno giovane, l'effervescente gruppetto dirigente della Fgci romana, Nando Adornato, Fabrizio Barca, Goffredo Bettini, Luciano Consoli, Dario Cossutta, Paolo Franchi, Marco Magnani, Massimo Micucci e soprattutto Walter Veltroni, che di Borgna nel suo La bella politica (Rizzoli, 1995) scolpisce: «Uno bravo».

Bravo, per la verità, e anche dotato di indubbia sensibilità anticipatoria. Con alcuni di questi giovani, raccolti nel giornale Romagiovani, egli condivise la reciproca scoperta di una figura ereticale qual era Pier Paolo Pasolini, che nel vertice della Fgci romana aveva intravisto una sorta di raggio di sole nella plumbea società minata dall'omologazione e dal genocidio culturale. Al funerale, a Campo de' fiori, fu Borgna insieme con Alberto Moravia a pronunciare l'orazione funebre per il poeta assassinato in circostanze che fino all'ultimo, anche assumendo ruoli in sede giudiziaria, si sforzò di chiarire con ricerche, articoli e saggi.

Il destino ha voluto che morisse nei giorni del Festival di Sanremo di cui Borgna, rivitalizzando la nozione gramsciana del 'nazional popolare', riconobbe per primo il grande valore sociale e a cui ha dedicato un libro molto bello, La grande evasione (Savelli, 1980); diversi ne dedicò alla canzone italiana, a Gino Paoli e ad altri cantautori, anche se tra i contributi più preziosi c'è quello che volle dare, in amicizia, all'autobiografia di Claudio Villa, Una vita stupenda (Mondadori, 1987).

Amava dunque la musica, ma, siccome era al tempo stesso originale e sensibile, anche la poesia, il teatro, la pittura, le tradizioni popolari e le culture - vedi il futurismo e l'amicizia con il suo successore Umberto Croppi - che più erano lontane dai suoi orizzonti di partenza. Tutto questo, e in fondo la sua stessa vita, assai più di una politica che nel frattempo andava spaventosamente regredendo, l'hanno portato a capire molto prima e molto meglio ciò che era accaduto.

Non è poco, davvero, e quando si dice che la sua morte dispiace, un po' è anche perché figure di questo tipo, liete, aperte, generose e disinteressate, purtroppo scarseggiano - ed è un guaio per tutti.


2 - ECCO PERCHÉ NESSUNO HA MAI POTUTO PARLARE MALE DI GIANNI BORGNA
Stefano Di Michele per "Il Foglio"

Era una persona molto gentile, Borgna. Sorriso. Mano tesa. Attento - pur nella noia inevitabile di tante chiacchierate con tanti metteva attenzione. Poi ti accorgevi di tutto il resto - le qualità, le curiosità. Aveva quell'aria da personaggio gogoliano - piccolo, calvo, gli occhiali - però sempre sorridente: come Basmackin quando finalmente ha il suo nuovo cappotto addosso. Era un po' speciale, Borgna. Lo era stato come comunista, in gioventù e un po' oltre - attivista in quel di Primavalle, seppur soprannominato "Profumetto".

Lo era stato come assessore alla Cultura - a fronteggiare il gigantesco effimero (perciò per sua natura quasi inafferrabile) lascito di Nicolini: non copiò, inventò. Lo era stato come scrittore - intorno all'ombra di Pasolini, amico giovanile, che dentro la sua ombra (o il suo sole: mai si finirà di discuterne) costrinse tutto un pezzo del partito romano, fino a Bettini e Veltroni. Di solito viene abbastanza facile (burocratico obbligo) dire bene di chi non c'è più: costa niente, impegna ancor meno.

Di Gianni Borgna si diceva bene anche quando era in vita. Dicevano bene i suoi compagni (e i compagni non eccedono mai nel dire bene), e dicevano bene quelli che erano dall'altra parte - quella parte del mondo che prima di Borgna pochi erano andati a scrutare: con rispetto, con curiosità, dividendo infine passioni e lavoro. Così fu che pochi mesi prima di morire il suo amico Giano Accame - l'ex repubblichino, l'intellettuale a sua volta curioso del mondo oltre la sua frontiera - raccomandò sul Corriere al nuovo sindaco Alemanno un nome da salvare: Borgna.

Per certe curiosità, per certe antiche spaventate ostilità superate, persino per alcune temerarietà (allora, pure un po' oggi): da Gentile agli esordi dada di Evola a Ezra Pound. "Sono sempre stato di sinistra, ma ho sempre coltivato la curiosità per la destra". Pure per i democristiani ebbe curiosità - e non tanto per quelli colti e progressisti di sinistra: ma per Andreotti, per Sbardella lo "Squalo" conosciuto in regione: "Uomini di potere anche spietati che però erano umanamente simpatici".

Davanti a ogni frontiera politico-culturale, Borgna faceva sempre un salto incuriosito dall'altra parte. E tornava con qualcosa tra le mani, con storie che fino a quel momento a sinistra non esistevano. E non che fosse poco di sinistra, Borgna. Anzi. In un saggio scritto negli ultimi mesi, quasi settimane, che sta per uscire ("Senza sinistra", editore Castelvecchi) scrive di come avrebbe voluto "non meno ma più Sinistra", né il Pd del dopo primarie renziane lo accontentava, "tutto è banale, è scontato, è uguale a se stesso".

Fu felicemente anomalo, Borgna, anche con le sue passioni per gli anni Sessanta, per la canzone d'autore - il suo amico Gino Paoli, De André (li fece cantare insieme al Pincio nel '75), ma pure per la canzonetta, il mito di Sanremo cui ha dedicato centinaia e centinaia di pagine - appena due anni fa nel suo Auditorium presentava "Cantando sotto la storia", e per ore raccontava personaggi e musiche e piccoli aneddoti di quella grande sarabanda così italiana e così popolare adesso in pieno svolgimento - proprio mentre, come Basmackin, Borgna altrove ritrova il suo cappotto perduto.

 

 

Gianni Borgna Gianni Borgna Gianni Borgna VINCENZO CERAMI GIANNI BORGNA GIANNI BORGNA E PAOLO MIELI GIANNI BORGNA MAURIZIO GASPARRI GIANNI BORGNA E SIGNORAGIANNI BORGNA E SIGNORAGIANNI BORGNAGIANNI BORGNA ASOR ROSA - Copyright Pizzi

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