DIMMI COME PERDI E TI DIRÒ CHI SEI - DOPO SILVIO E ALEMANNO, ORA GRILLO: SE LA SCONFITTA È COLPA DEGLI ELETTORI

Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"

E non ci vuole stare. Beppe Grillo alza le braccia al cielo e dinanzi ai pochi voti ottenuti dal MoVimento Cinque Stelle lancia nel cyberspazio un post pieno di battagliero sarcasmo, che però sa anche di rabbiosa autocommiserazione. Può succedere, a chi perde. Di prendersela in qualche modo con l'elettorato che non capisce, o capisce troppo, «tiene famiglia » e perciò difende i propri privilegi.

Così il dopo-elezioni si configura come un tempo utilissimo, una specie di cartina al tornasole per capire di che pasta umana sono fatti i leader, specie quando sono soli, nudi e sconfitti: non solo nelle urne, ma anche nel proprio ego.

Accade spesso, ed è tipico dei «pennivendoli», come li chiamano Grillo e diverse generazioni di politici, osservare con appagata e crudele curiosità le reazioni dei perdenti, spesso traendone ulteriori risorse narrative per condire i loro articoli. Ma un tempo, specie quando vigeva la legge proporzionale e le differenze percentuali erano minime, gli sconfitti pateticamente facevano finta di non aver perso - e lo stesso Grillo ieri un po' c'è cascato, senza troppa convinzione cercando di far notare che in questo turno il M5S ha «raddoppiato» i suoi consiglieri. Ma pazienza.

In passato, quando i risultati si mettevano male, sia la Dc che il Pci spedivano in sala stampa figure di secondo piano - Costante Degan, per dire, o Luca Pavolini - per salvare il salvabile, a volte nemmeno quello, e in ogni caso soddisfare il pasto dei giornalisti. Allorché i numeri erano inconfutabili e la batosta troppo evidente da nascondere o camuffare dietro figure di gregari, i capi procedevano di solito al rito dello scaricabarile. Il più celebre e altisonante, nel 1953, dopo l'insuccesso della legge truffa, venne officiato da Giuseppe Saragat, che era un uomo anche letterariamente molto coltivato, e che in quella remota circostanza accusò «un destino cinico e baro».

Ma era anche quello, a ben vedere, un modo per attribuire la disdetta elettorale a un evento esterno, comunque trascendente la propria responsabilità. Si è anche
scritto che nel 1968, una volta al Quirinale, per via di una delusione delle urne, come in un cartone animato lo stesso Saragat prese a calci un televisore.

Anche Fanfani, del resto, faceva scene turche; mentre De Gasperi si ammalava, Berlinguer s'incupiva e Craxi si mostrava brusco, ma assai più prudente di quanto si possa immaginare. Posto davanti a una debacle, d'altra parte, per misteriose ragioni Forlani sembrava perfino allegro; così come nel 1987 De Mita - di cui resta agli atti una magnifica foto, disfatto su un divano, con una mano sulla capoccia come a dire: «Che botta!» - passò giorni e giorni a Nusco invitando e ricevendo visitatori con un bloc notes in mano: «Ma perché - gli chiedeva - ho perso quei sette punti?».

Ecco. Sia come sia, saper perdere con stile è anche un'arte. D'Alema, per dire, non sarà un simpaticone, ma nel 2000, dopo il disastro delle regionali, se ne andò rapidamente e con grande dignità. Bersani, tredici anni dopo, un po' meno. Di Fini si sono addirittura perse le tracce. Ma pure al netto di rimpianti e nostalgie, sul piano della pura tecnica converrà fare un pensierino sul fatto che se Saragat invocava il Caso, per chiamarsi fuori ieri Alemanno ha tirato in ballo nientemeno che Roma-Lazio.

Tra la potenza mitologica e il derby corre una gamma neanche troppo vasta di scuse e pretesti atti a salvare la superbia del potere, dalla par condicio alla televisione cattiva, dagli errori di comunicazione alla giustizia a orologeria. E tuttavia, di tutti possibili parafulmini, il più allarmante è quello di attribuire la colpa dello sconquasso agli elettori «che non hanno capito » - il che di norma vuol dire «non mi hanno capito».

Difficile a questo punto tralasciare la grande lezione di Berlusconi, per il quale l'idea
stessa di sconfitta non rientra nel novero degli schemi psicologici e anzi finisce per violare l'ordine mentale alla base del suo potere e del suo personaggio. Ciò nondimeno egli è riuscito a perdere parecchie volte, ma senza mai ammetterlo, sempre attribuendo l'irreale condizione a qualcosa di incommensurabilmente bislacco, o contronatura. Con la stessa naturalezza, per giunta, con cui una volta riuscì a definire «coglioni» chi non lo avrebbe votato.

A tal fine si ricorda con quanta impudica disinvoltura il Cavaliere arrivò anche a tirare in ballo i brogli - e in più di un caso, e perfino in via preventiva - come risolutiva contingenza alla base di una sua «mancata vittoria ». Una giustificazione che lo rendeva vittima. Anche se la più fantasmagorica notazione a discolpa risuonò, tra finzione e realtà, scherzo, capriccio e utile inventiva, il giorno in cui esaminando i disastrosi numeri di una batosta, gli scappò detto: «I risultati veri sono quelli dei miei sondaggi» - e la faccenda suonava strana, beh, non era già la prima, né sarebbe stata l'ultima.

 

 

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