1. ALL’IMPROVVISO SULLE GRADINATE DEL SAN PAOLO COMPAIONO ROTOLI DI CARTA IGIENICA DI COLORE GIALLOROSSO ACQUISTATI SULLE BANCARELLE DAVANTI ALLE TRIBUNE. ROMA È LA CITTÀ NEMICA, I ROMANISTI DI PIÙ. GLI ULTRAS AVREBBERO VOLUTO URLARLO IN CORTEO VERSO LO STADIO, MA, IL CORTEO, È STATO VIETATO. C’È VOGLIA DI VENDETTA: “ROMANO BASTARDO...”, CANTA, ALL’UNISONO TUTTA FUORIGROTTA 2. DOMENICA SARA’ BESTIALE: TUTTI ALL’OLIMPICO PER ROMA-JUVENTUS (SI GIOCHERA’ ALLE 18) 3. NON È STATA QUESTIONE DI ORDINE PUBBLICO, MA DI CENTIMETRI. SAREBBE BASTATA CHE LA PALLOTTOLA SI FOSSE SPOSTATA DI POCO, CHE CIRO ESPOSITO NON CE L’AVESSE FATTA, PER FARE IN MODO CHE NAPOLI-FIORENTINA NON SI GIOCASSE. E PERCHÉ L’OLIMPICO DIVENTASSE UNA BOLGIA. COSÌ AVEVA DECISO LA CURVA DI GENNY A’ CAROGNA 4. LA MINACCIA DELL’ULTRA’ AL CAPITANO HAMSIK: “SE CI MENTI TI VERREMO A CERCARE”

1. IN CURVA AL PAOLO TRA RABBIA E PAURA - CORTEO VIETATO DALLA POLIZIA. NON SI VEDONO LE MAGLIETTE PRO SPEZIALE - "ROMANISTI, NON FINISCE QUI"
Buccheri e Longo per la Stampa

Una lunghissima riunione. Poi, il verdetto. «Entriamo in curva, ma solo per Ciro...». Gli ultras del Napoli hanno deciso: non c'è il loro capo a guidarli perché «Genny 'a carogna», questa volta, deve stare lontano dalla sua curva (e, così, per i prossimi cinque anni), ma la squadra non va lasciata sola nella sfida con il Cagliari e, solo, non va lasciato il compagno di mille trasferte sospeso fra la vita e la morte.

Ciro Esposito è un pensiero fisso nella notte di Fuorigrotta. E, un pensiero fisso, sono anche i colpevoli dell'agguato dove, secondo gli ultras azzurri, è caduto il ragazzo di Scampia. «Erano trenta, forse di più. Tutto premeditato, tutto voluto. E' andata così...».

Fuori dallo stadio, e poco prima che le luci del San Paolo si accendessero, c'è voglia di vendetta: Roma è la città nemica, i romanisti i rivali per sempre. «Romano bastardo...», canta, all'unisono tutta Fuorigrotta. «Romano bastardo...», è il coro che accompagna il giro di campo della squadra del patron Aurelio De Laurentiis con la Coppa Italia in mano.

Ogni cosa parla di Ciro dentro la notte del San Paolo. La zona della curva dove, senza perdersi una partita, il trentenne napoletano si è sempre seduto è vuota. «Ciro tieni duro...», così lo striscione pochi gradoni sopra. Ancora più in alto è il rumore di un elicottero della polizia ad attirare l'attenzione: gli ultras non hanno le magliette nere con la scritta «Speziale libero» (Speziale è il tifoso catanese condannato per l'omicidio dell'ispettore Filippo Raciti), la stessa che «Genny 'a carogna» indossava issato sulla balaustra dello stadio Olimpico durante le follia della finale di Coppa Italia fra il Napoli e la Fiorentina.

«Se qualcuno dovesse indossarla, verrebbe identificato e sottoposto alla misura del divieto di accesso alle manifestazioni sportive..», l'annuncio del ministro degli Interni Angelino Alfano. E, alla fine, nessuno la indossa nonostante i rumori della vigilia. Nessuno tranne tre tifosi nel settore dei Distinti: tutti e tre fermati dalla polizia.

Roma è la città nemica, i romanisti di più. Gli ultras avrebbero voluto urlarlo in corteo verso lo stadio, ma, il corteo, è stato vietato dalle forze dell'ordine: nessuna trattativa, stop al corteo e basta (l'appuntamento per una manifestazione è rimandato a sabato). Davanti alla curva A, quella più accesa e ribelle, i dialoghi fra gli intransigenti e i più accomodanti va avanti per molti minuti. «Prima o poi gliela faremo pagare. Hanno sparato, hanno usato le armi dopo essersi visti sopraffatti perché il loro agguato era fallito...», è la convinzione di chi o c'era, o ha sentito chi c'era in quel vicolo a Tor di Quinto sabato pomeriggio, giorno della sfida finale.

Il San Paolo è buio, il clima surreale. Verso la fine del primo tempo, i più piccoli si mettono a tifare «Forza Napoli» e, improvvisamente, è come se una tregua avesse preso in ostaggio lo stadio: per un attimo Roma si allontana. Non c'è «Genny 'a carogna», il Daspo glielo vieta. «Genny non è il capo e che lo mettono sulla ringhiera con il microfono in mano. Io faccio il netturbino, lui il "magliaro", non siamo delinquenti...», così il padre del capopolo. Ci sono coppie di fidanzati in mezzo a personaggi tatuati, ovunque: all'improvviso compaiono rotoli di carta igienica di colore giallorosso acquistati sulle bancarelle davanti alle tribune.

L'atmosfera, in curva, è alcolica, odore di marijuana e fumo. E, poi, i cori. Contro i romanisti. Per Ciro. Il San Paolo è, spesso, silenzioso. Fra due settimane potrebbe essere chiuso: per questo pomeriggio è attesa la sentenza del giudice sportivo Gianpaolo Tosel sulla notte dell'Olimpico di sabato scorso e, per l'atteggiamento intimidatorio degli ultras napoletani, il club rischia fino a due giornate di campionato a porte chiuse. «Genny 'a carogna» non c'è. Per molti è un idolo, per quasi tutti va rispettato. Le due curve, ieri, hanno scelto di muoversi sotto traccia: all'orizzonte c'è la partita di domenica a Roma fra i giallorossi e la Juve, sullo sfondo il timore di infiltrazioni in cerca di vendetta. Quella che si respirava ieri a Fuorigrotta.

2. L'ULTRÀ ALLO STADIO DISSE A HAMSIK "SE CI MENTI TI VERREMO A CERCARE"
Giuliano foschini e Marco Mensurati per La Repubblica

Non è stata questione di ordine pubblico, ma di centimetri. Sarebbe bastata che la pallottola si fosse spostata di poco, che Ciro Esposito non ce l'avesse fatta, per fare in modo che Napoli-Fiorentina non si giocasse. E perché l'Olimpico diventasse una bolgia. Così aveva deciso la curva.

COSÌ aveva stabilito Gennaro De Tommaso, in arte Genny a'Carogna. E così sarebbe stato. La prova è nel racconto del minuto più triste e più famoso di questo campionato di calcio di serie A fatta dall'ispettore della Federcalcio che ha ricostruito passo per passo cosa è accaduto da quando il capitano del Napoli, Marek Hamsik, è uscito dagli spogliatoi. Fino a quando si è ritrovato a colloquio con "la Carogna". Una ricostruzione, ora finita agli atti dell'inchiesta della procura di Roma, che smentisce la versione ufficiale sulla trattativa: non è vero che la curva ha subito una decisione. È stato Genny a dare il via libera definitivo perché la partita si giocasse.

La storia comincia negli spogliatoi quando i giocatori del Napoli, informati di quello che è accaduto fuori dallo stadio, e in contatto costante con alcuni tifosi, dicono di non voler giocare.

«C'è un ragazzo morto, non si può entrare in campo». Le forze di Polizia e la stessa Federcalcio spiegano loro che non è morto nessuno, che ci sono soltanto dei feriti, uno dei quali in condizioni gravi ma la sua situazione è abbastanza sotto controllo. Interviene la società che si fa garante, la squadra in un certo senso si convince e decide di scendere in campo. Fuori però - come riportano anche i commissari della Federcalcio - il clima è molto pesante. Dalla curva arrivano «petardi e bombe carta », il coro più ripetuto è «Questa partita non si deve giocare ».

Si valuta la possibilità di un annuncio con l'altoparlante per spiegare cosa è accaduto, in modo da comunicare le reali condizioni di salute di Esposito. «Ma a noi non crederanno mai» dicono sia la Federcalcio che la Polizia. A loro no, ma alla squadra sì. Per questo chiedono ai giocatori di spiegare loro ai tifosi cosa realmente sta accadendo. È l'unica possibilità per evitare che la situazione all'interno dell'Olimpico degeneri. Non giocare la partita sarebbe un disastro per l'ordine pubblico.

Vanno così dalla società e con un dirigente del Napoli dal capitano, Marek Hamsik. Che evidentemente ha qualche perplessità ad andare a colloquio con i Mastiffs e con Genny. Il motivo potrebbe trovarsi in un verbale depositato agli atti dell'inchiesta della procura di Napoli sui furti ad alcuni giocatori del Napoli negli anni scorsi.

«Alcune rapine ai danni di Lavezzi, Hamsik o Cavani - mette a verbale il pentito Salvatore Russomagno - sono state consumate dai Mastiffs per punirli. Bisognava colpire quei calciatori che avevano rifiutato di partecipare a inaugurazioni di club o altri eventi organizzati dai tifosi». In sostanza Hamsik potrebbe essere stato vittima delle rappresaglie dei tifosi con cui viene mandato a trattare, tifosi che lo stesso pentito Russomagno descrive come pericolosi: «I Mastiffs sono spietatissimi, il loro capo è conosciuto come la carogna, ha lui in mano il potere».

Ecco, Hamsik viene portato davanti alla Carogna. È scortato dalla Polizia, da un dirigente e dall'ispettore della Federcalcio che annota tutto. «Questa partita non si deve giocare, hanno ammazzato uno dei nostri », dice il capo ultras secondo il racconto che l'ispettore fa ai suoi colleghi. Hamsik gli spiega che non è vero, sulla base di quello che gli ha raccontato la Questura. «Se fosse morto, noi saremmo i primi a non scendere in campo».

«Non ci prendete in giro, l'hanno ammazzato », la Carogna insiste. «Ci sto mettendo la faccia - dice Hamsik - Ci sono dei feriti, e non sono gravi. E non è una questione di ultras, l'aggressione è avvenuta per altri motivi». La Carogna ascolta e alla fine decide di credergli. «Va bene - dice in sostanza il capo dei Mastiffs - Se ci metti tu la faccia, la metto anche io. Tanto tutti sappiamo dove siamo».

Subito dopo con il pollice alzato, come testimoniano le fotografie, dà il via libera alla partita alla curva rassicurando la tifoseria che non li stavano prendendo in giro e che quella partita effettivamente si poteva giocare.

Il racconto dettagliato dell'ispettore è finito sulla scrivania del procuratore federale, Stefano Palazzi, e ora alla procura di Roma. L'ufficio indagini della Figc ha il compito di verificare se i tesserati hanno violato il codice sportivo. Dovrebbe valutare se infatti si sono piegati «a un'illegittima pretesa loro rivolta e di fatto legittimando un comportamento violento, intimidatorio ed aggressivo da parte dei medesimi sedicenti tifosi» ma dicono che Hamsik in una situazione del genere non rischia niente. Se qualcuno si è piegato a «un'illegittima pretesa», per una volta non sono certo i calciatori.

 

 

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