DOPO PADELLARO, ANCHE IL “FATTOIDE” CORRIAS INCARTA INGROIA: “A COSA DIAVOLO È SERVITO IL GUATEMALA, A PARTE I PITTORESCHI COLLEGAMENTI CON SANTORO? DAVVERO ERA NECESSARIO ALZARE TUTTA QUESTA POLVERE PER INFILARSI ANCHE LUI IN QUELLA MASNADA DI POLTRONE E POLITICI DA LUI INDAGATI A TAL PUNTO DA RIMANERNE AFFASCINATO?” - A PALERMO PRIMA DI MOLLARE LA PROCURA, HA SGANCIATO UN SILURO PER MESSINEO, INTERCETTATO “CASUALMENTE” COME NAPOLITANO…

1- A CHE SERVIVA IL GUATEMALA?
Pino Corrias per "Il Fatto quotidiano"

Al netto di tutti noi grilli parlanti una cosa ancora non s'è capita dell'imminente ritorno del pm volante Antonio Ingroia, specialista (del resto) in misteri italiani: ma il Guatemala a cosa diavolo è servito, a parte i tre pittoreschi collegamenti con Santoro per mostrarci la sua lontananza sotto l'ombra della palma? Era un depistaggio, una fantasiosa vacanza di studi, oppure una rincorsa per tornare? Come lo vogliamo spiegare questo andare e venire dal lontano Centro America con tanto di insediamento segreto nella segreta palazzina?

Davvero era necessario - dopo anni di abnegazione - alzare tutta questa polvere per infilarsi anche lui in quella masnada di poltrone e politici italiani così a lungo indagati e così da vicino conosciuti da rimanerne affascinato? E tutta qui la novità?
Io non credo - come si ostinano a ripetere in molti - che un magistrato abbia gli stessi doveri e diritti di ogni altro cittadino comune. Ha molti doveri in più e qualche diritto in meno, visto che ha il potere esclusivo di indagarlo, rivoltargli la vita e qualche volta piegargliela fino a fargli male. Essendo sempre la giustizia un bene incorporato al dolore, al dubbio, qualche volta al rimorso.


2- QUANTO SFASCIO INTORNO ALL'EX PM INGROIA
Da "Il Foglio"

"Mi ha detto che questo sostituto titolare dell'indagine è un tipo strano... molto strano". Oltre a fare qualche confidenza di troppo, sulle indagini in corso nei confronti della potentissima ma non certo irresistibile Banca Nuova, il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, avrebbe espresso pure - parlando con un potenziale indagato - valutazioni negative su un magistrato del suo ufficio.

Giusto sul pm che stava indagando per usura bancaria nei confronti dell'istituto di credito targato Popolare di Vicenza. Giusto sul pm che Messineo aveva convocato per avere notizie su un'indagine riguardante proprio Banca Nuova. Per poi chiamare l'allora direttore generale, Francesco Maiolini, e dirgli qualcosa di troppo - così sostiene l'accusa contro di lui - sugli accertamenti in corso.

E' una brutta storia, quella che riguarda il successore di Gian Carlo Caselli e Pietro Grasso, abituati alle polemiche ma mai cascati in una serie continua di autogol e di infortuni professionali e anche famigliari, e nemmeno mai finiti indagati per rivelazione di segreto d'ufficio, come invece è toccato a Messineo. E' una brutta storia non solo o non tanto per via della fuga di notizie, ricostruita grazie alle intercettazioni svolte dai pm di Palermo nei confronti di Maiolini e in cui è incappato giusto il procuratore della Repubblica di Palermo.

E' una brutta storia non tanto o non solo perché Messineo è incappato in una vicenda gemella di quella che, a causa delle intercettazioni "casuali" del capo dello stato con l'ex ministro Nicola Mancino, ha portato Napolitano a sollevare il conflitto di attribuzione con la procura. La fuga di notizie, tra l'altro - non si può non essere garantisti - è tutta da accertare e da provare.

Però è comunque una brutta storia. Che nasce, ma non si esaurisce, con la resistibile ascesa di Banca Nuova, che in Sicilia ha bruciato le tappe, spodestando il potentissimo Banco di Sicilia dalla gestione della tesoreria della regione e distribuendo assunzioni, prebende, mutui a tassi perlomeno competitivi anche a mezzo tribunale di Palermo (e non solo di Palermo). Maiolini, ex direttore generale dell'istituto di credito e oggi presidente dell'Irfis, Istituto regionale per il mediocredito, si vanta con Repubblica di avere scelto di assumere parenti di magistrati anziché di mafiosi.

E magari, nella sua discutibile boria antimafia, si è lasciato andare a qualche millanteria di troppo. Magari, parlando al telefono in rapida successione, prima con un dirigente della banca, Rallo, e poi con un avvocato, Ambrosetti, nel pomeriggio dell'11 giugno scorso, dopo essere uscito dalla stanza del procuratore, attribuisce al suo amico Messineo qualche notizia e qualche giudizio che magari il magistrato nemmeno si era sognato di dargli o di fare.

Però le cose Maiolini le sapeva. E i suoi precedenti tentativi di capire perché stessero indagando su di lui, chiamando altri due magistrati amici, erano andati a vuoto. Se avesse mandato un avvocato, a informarsi legittimamente, magari Maiolini ne avrebbe saputo di certo di più. Ma ora Messineo, per questa brutta storia, potrebbe essere cacciato da Palermo, con ignominia. Prima del salto in Guatemala E' una storia triste, oltre che brutta, questa. Messineo da tempo vuole andare via, con i suoi piedi, dalla procura.

Così come Antonio Ingroia meditava il salto in Guatemala (e poi dritto in politica) proprio mentre si chiudeva "la madre di tutte le indagini" della procura di Palermo, quella sulla presunta Trattativa stato mafia, il capo dei pm aveva chiesto di andarsene alla procura generale, incurante anche lui di lasciare senza guida l'ufficio, proprio in questo delicatissimo momento. Sulla strada di questa nomina ha incontrato difficoltà di ogni tipo. La vicenda controversa della Trattativa, che può avere anche qualche merito, ma che per molti versi è stato il più grande spot elettorale del futuro candidato premier arancione, Ingroia.

Le intercettazioni riguardanti anche il Colle. La morte del consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, un tempo stretto collaboratore di Giovanni Falcone e poi trasformato mediaticamente in una sorta di fiancheggiatore dei "trattativisti". Le continue esternazioni di Ingroia, che, saltellando da un convegno a un congresso di partito, ha più volte messo in imbarazzo il suo capo, rimasto però sempre zitto.

Messineo si è dovuto sobbarcare anche il rinvio a giudizio del cognato, che ha evitato l'aggravante di mafia ma non il processo come "capo e promotore" di un'associazione per delinquere (i pm erano Ingroia e un magistrato del suo pool, Lia Sava), e anche l'annullamento dell'assoluzione del fratello, coinvolto in una truffa alla regione.

Insomma, tutto avrebbe potuto fare, meno che il procuratore generale. Però insisteva e ci sperava. Poi è arrivata la fuga di notizie. E stavolta il capo della Dda ha ritirato la domanda da sé, prima che il Csm gliela bocciasse. Il confronto con i suoi sostituti, che gli hanno chiesto se, dopo la vicenda Maiolini, potessero ancora fidarsi di lui, non ha sciolto i dubbi sul rapporto che legava Messineo al pool di Ingroia.

Con estrema correttezza formale, l'ex procuratore aggiunto ha tenuto nascosto al suo capo di averlo intercettato "indirettamente e casualmente", proprio come aveva intercettato Napolitano con Mancino. Per sei lunghi mesi Messineo non ne ha saputo niente. Le intercettazioni sono rimaste per tanto tempo nel cassetto e gli atti sono stati trasmessi a Caltanissetta solo il mese scorso, quando Ingroia è andato in Guatemala. Per non danneggiare le indagini su Maiolini, che è coinvolto anche in un'inchiesta per riciclaggio aggravato, hanno spiegato in procura.

Però, a non pochi magistrati, Messineo ha fatto tenerezza, quando lui, il capo dell'ufficio che ha intercettato (involontariamente) anche il capo dello stato e che dopo ha difeso l'operato dei colleghi davanti alla Corte costituzionale, ha dovuto ammettere di aver saputo dell'intercettazione "da un giornalista, la sera di mercoledì 5 dicembre, alle 20,30". Il Csm, che ieri ha dato il via libera alla possibile candidatura di Ingroia con il partito arancione di De Magistris e Di Pietro ha intanto revocato il concorso per coprire il posto lasciato vacante dall'ex vice di Messineo.

Non è un ripensamento che nasce per caso: altri tre magistrati, Giuseppe Fici, Ambrogio Cartosio e Claudio Corselli, hanno vinto i ricorsi, anche al Consiglio di stato, contro la nomina di Ingroia (erano stati scavalcati nonostante avessero più titoli) e dunque il Csm ha stabilito che, piuttosto che generare altri ricorsi, è meglio che il posto di Ingroia se lo contendano loro tre. La richiesta di un'aspettativa elettorale da parte di Ingroia era quasi un atto obbligato.

Per non averla chiesta formalmente, nel momento in cui fondava un partito per le elezioni comunali di Palermo del maggio scorso, era finito nei guai al Csm un altro pm palermitano ed ex assessore regionale, Massimo Russo. Nei confronti del quale il Consiglio superiore della magistratura deve ancora decidere quale provvedimento adottare.

 

Antonio Ingroia Antonio Ingroia Antonio Ingroia antonino ingroia antonino ingroia teatro ANTONIO INGROIA ALLA FESTA IDV DI VASTO PRIMO PIANO DI ANTONINO INGROIA VIGNETTA BENNI ANTONINO INGROIA pino corrias IL PROCURATORE FRANCESCO MESSINEO NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO jpegnapo dambrosio LUIGI DE MAGISTRIS PRESENTA IL MOVIMENTO ARANCIONEANTONIO DI PIETRO - ITALIA DEI VALORI

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