GIAVAZZI AMARI - DOVE È FINITO IL PROFESSORE A BOCCONI CHE RIGOR MONTIS HA VOLUTO COME CONSULENTE PER GLI AIUTI PUBBLICI ALLE IMPRESE? GLI UNICI SUOI SEGNI DI VITA ARRIVANO, OGNI TANTO, DALLE COLONNE DEL “CORRIERE” DA CUI Dà SCULACCIATE A MONTI - MAGARI GIAVAZZI HA PREPARATO IL SUO RAPPORTO E IL GOVERNO LO HA IGNORATO OPPURE PASSERA LO HA NEUTRALIZZATO OPPURE, ABBANDONATA OGNI SPERANZA DI INCIDERE, SI È RITIRATO…

Alessandro De Nicola per "la Repubblica"

IL 30 aprile il presidente del Consiglio Mario Monti annunciava a Palazzo Chigi che il governo aveva nominato tre super-consulenti per aiutarlo a districare tre dossier piuttosto complicati.

Enrico Bondi per la spending review, Giuliano Amato per i finanziamenti ai partiti e Francesco Giavazzi per gli aiuti pubblici alle imprese. La nomina di Amato era subito apparsa come inutile a molti, in quanto le forze politiche si stavano già dando da fare per elaborare proposte in proprio. Ed in effetti dell'opera del Dottor Sottile si erano perse le tracce finché egli stesso ha rivelato di aver consegnato una nota al governo tre settimane fa anche se non sembra che Palazzo Chigi ne stia facendo grande uso.

Di Bondi si sente parlare un po' di più e vi sono indiscrezioni sui severi tagli alla spesa che egli starebbe individuando. Per ora nulla di concreto, ma insomma, considerata la confessata incapacità o poca volontà (ma è la stessa cosa) del ministro Giarda di fare alcunché di effettivo, c'è ancora la speranza che dal manager aretino venga fuori qualcosa. Chi è proprio scomparso dalla scena è il professore bocconiano e del Mit, nonché editorialista del Corriere della sera, Francesco Giavazzi.

Per essere precisi, Giavazzi non è proprio scomparso, perché insieme al suo collega Alberto Alesina, ogni tanto spara (per me condivisibili) bordate dalle colonne del quotidiano milanese sulle scelte di politica economica dell'esecutivo. Ora, le possibilità sono tre: o Giavazzi ha preparato il rapporto e il governo lo tiene nel cassetto; o vengono create difficoltà insormontabili al suo operato tali da non consentirgli di lavorare; oppure il professore ha già abbandonato ogni speranza di incidere e si è ritirato in buon ordine.

Si potrebbe forse pensare che a quasi otto settimane dal conferimento dell'incarico non abbia ancora terminato il lavoro, benché sul tema non manchi certo abbondante materiale.
In ogni caso sarebbe bene che il governo facesse sapere che sta succedendo e si desse una mossa, perché una delle maggiori disfunzioni del sistema italiano è l'intreccio tra business e politica, di cui i finanziamenti alle imprese (che in Italia ammontano a quasi 40 miliardi di euro l'anno, destinati in gran parte ad aziende pubbliche) sono solo un aspetto. Lo spiega bene l'economista Luigi Zingales nel suo ultimo libro appena uscito
A capitalism for the people.

Zingales, che insegna all'Università di Chicago, scrive per giornali italiani e lavora anche nel nostro paese, analizza il modo in cui il capitalismo (e il sogno) americano rischia di corrompersi proprio a causa dell'insano connubio tra affari e governo. Ripercorrendo gli ultimi trent'anni di storia economica statunitense, Zingales nota come le spese di lobbying siano aumentate in modo esponenziale e che, nonostante ciò, ogni dollaro investito per influenzare la politica sia un dollaro ben speso.

Paradossalmente, i 5,3 miliardi di dollari sborsati per le campagne congressuali e presidenziali e provenienti in parte da idealisti ed in parte da lobby, assicurano il controllo per due anni di 8.000 miliardi di spese federali discrezionali. Oppure, gli 11 miliardi di sussidi all'agricoltura sono stati ottenuti erogando 33 milioni di contributi politici e - naturalmente - assicurando la gratitudine di 2 milioni di potenziali elettori del settore agricolo.

Ciò che Zingales dimostra con una serie impressionante di esempi vale pure per l'Italia e si può riassumere così: i sussidi alle imprese sono inefficienti perché il governo non è in grado di scegliere i campioni vincenti o chi ha le migliori prospettive di crescita (e il recente fallimento di Solyndra, la green company annaffiata di centinaia di milioni da Obama, ne è conferma).

Inoltre, più le imprese fiutano la possibilità di avere sussidi, agevolazioni fiscali mirate o regolamentazioni favorevoli (in genere alle imprese dominanti), più esse investiranno in lobbying (attività che alza i costi di produzione dell'impresa). Più investono in lobbying, più si crea un'allocazione inefficiente delle risorse a favore di chi ha migliori mezzi di convincimento a prescindere dalla sua meritevolezza o efficienza.

Il danno è ancor più grave quando le imprese che richiedono l'aiuto del governo, sono partecipate dal governo stesso. Ci sarà come minimo la tentazione di favorirle e dall'altra parte quella di ingraziarsi i politici (in definitiva i padroni) con scelte gestionali non remunerative (anche l'assunzione di un parente incapace di un deputato lo è) sapendo che l'azionista non si lamenterà (succede anche in America: l'esempio citato da Zingales, di Fannie Mae e Freddie Mac, le società semi-pubbliche che acquistano mutui ipotecari e che sono state salvate costando 180 miliardi di dollari al contribuente, è illuminante).

Una delle conseguenze peggiori è che gli investimenti vengono decisi in base a dove è più semplice ottenere aiuti e che le imprese concorrenti che non li ottengono vengono slealmente penalizzate. Persino, la semplice garanzia implicita che un'azienda pubblica non fallisce ne abbassa il costo del credito e ne aumenta la competitività rispetto alle private.

Contrastare l'andazzo è difficile, perché le singole imprese o corporazioni hanno molto da guadagnare da una decisone favorevole e possono alternare blandizie e minacce nei confronti del legislatore. L'elettorato in generale è invece disinformato e non ha la stessa convenienza ad organizzarsi per contrastare il contributo pubblico. Un'erogazione a fondo perduto di 60 milioni di euro merita un grande sforzo da parte di un impresa, ad ogni italiano ne costa uno: chi se ne accorge?

Si tratta, come ben si vede, di un tema cruciale che va al di là dei semplici aiuti di Stato alle imprese: il salvataggio di quelle decotte, ad esempio, oltre a costare molto (4 miliardi nel caso di Alitalia) introduce pericolosi elementi di azzardo morale negli imprenditori, che rischieranno più di quanto sarebbe razionale perché se gli va bene vincono loro e se gli va male paga il contribuente.

Tuttavia, cominciare a ridurre drasticamente i trasferimenti dello Stato al mondo produttivo, specialmente pubblico, sarebbe un ottimo inizio per affrontare la questione. È per questo che l'opera di Giavazzi sarebbe così importante e ne sentiamo la mancanza.

 

GIAVAZZI Francesco Giavazzi MARIO MONTI NON CI SENTE BENE alberto alesinazingalesGIAVAZZI E PASSERA jpeg

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