LA CASSA È SCASSATA - ESAURITI I FONDI PER LA CASSA INTEGRAZIONE: 350 MILA LAVORATORI SONO SENZA SUSSIDIO

Federico Fubini per "la Repubblica"

Venerdì un gruppo di lavoratori in cassa integrazione si è presentato all'assessorato al Lavoro della Calabria, a Catanzaro, e ha chiesto di vedere un documento: l'attestato che esistevano i fondi per pagare gli ammortizzatori sociali. Quando i funzionari locali hanno preso tempo, i cassaintegrati sono scesi in strada, hanno spostato transenne e cassonetti e hanno bloccato un'arteria di traffico per otto ore.

NEL frattempo a Cosenza, altri cassaintegrati sono saliti sul tetto del palazzo dell'Inps e hanno minacciato di buttarsi se non fossero stati pagati.Solo in Calabria, 20 mila lavoratori in cassa o mobilità hanno smesso da nove mesi di ricevere sussidi che in teoria sarebbero già stati autorizzati.

Ma quello di venerdì è solo un episodio, al Sud sempre più ricorrente, in un quadro più ampio: dal Mezzogiorno al Nord industriale, la cassa integrazione in deroga è al collasso. Centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste senza redditi, benché sia stato loro promesso che hanno legalmente titolo a questa forma "eccezionale" di sussidio.

Dal distretto del tessile a Como, al commercio nel Lazio, fino all'edilizia in Campania o in Sicilia, sono probabilmente circa 350 mila i lavoratori che subiscono forti ritardi nel versamento degli ammortizzatori in deroga. La stima è di Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, ma il "probabilmente" su di essa è d'obbligo.

Il caos su autorizzazioni, versamenti e fabbisogno finanziario sulla Cig in deroga è tale che né l'Inps (che paga) né il ministero del Lavoro (che regola) hanno il quadro completo della situazione. Non si sa quante persone messe fuori dalle imprese non percepiscono più anche solo i soldi per comprare gli alimenti di base. La sola certezza è che centinaia di migliaia di lavoratori sono lasciati per mesi in un limbo, dopo che era stato garantito loro che potevano contare sugli ammortizzatori sociali.

Solo in questi giorni, benché se ne parli da giugno, il governo ha sbloccato 500 milioni per accelerare i pagamenti degli arretrati. Si aggiungono poi 287 milioni dirottati in extremis dai
fondi europei per contribuire alla cassa in deroga in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Saranno usati nei prossimi giorni per saldare alcune delle mensilità arretrate.

Ma secondo stime (informali) del ministero del Lavoro, solo sul 2013 resta comunque un buco di 330 milioni. In questa fase il costo complessivo della Cig in deroga, secondo stime (ancora una volta, informali) del ministero del Lavoro, è di tre miliardi l'anno. Non è poco, se si considera che viene finanziata dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese presso l'Inps.

Questo strumento di emergenza era nato con l'inizio della recessione per le esigenze di piccole aziende di ogni tipo: edilizia, artigiani, negozi, studi di notai o di avvocati. Imprese non hanno mai dovuto versare contributi all'Inps per la cassa integrazione. A titolo di confronto, nel 2012 le medie e grandi imprese industriali hanno versato 3,6 miliardi
per gli ammortizzatori e hanno usato Cig ordinaria e straordinaria per 5,2 miliardi.

Per loro il fabbisogno da coprire è dunque di circa la metà rispetto alle piccole imprese.
Ma non è solo la carenza di risorse a provocare quel dramma sociale silenzioso che è il collasso della Cig in deroga. Non era inevitabile che finisse così. A complicare tutto contribuiscono le scelte delle regioni, le incongruenze legali di questo strumento e l'insistenza dei sindacati a usarlo a dispetto delle disfunzioni che comporta.

In questi mesi sono circa 400 mila le persone in cassa in deroga. Secondo Loy della Uil, le regioni dove i versamenti sono meno in ritardo restano Trentito Alto Adige e Friuli e viaggiano con due mesi di arretrati. Del resto questo sistema di welfare non era stato disegnato per un'ondata di crisi aziendali come quella attuale.

Si prevedeva al massimo di far fronte a 100 mila cassaintegrati in deroga in ogni dato momento, non quattro volte di più. Poi però le scelte della politica e delle parti sociali hanno complicato tutto ancora di più. Le regioni per esempio hanno potere di autorizzare il ricorso della Cig in deroga se su di esso c'è un accordo fra l'impresa in crisi e il sindacato. In passato le giunte erano anche tenute a finanziare almeno il 30% delle intese che autorizzavano, mentre il resto spettava al governo.

Da metà 2012 però i fondi delle regioni sono finiti e lo Stato centrale si è fatto carico della Cig in deroga per intero. Si è giunti dunque a un paradosso: un'amministrazione regionale autorizza una gran quantità di spesa pubblica alla quale deve far fronte un'altra amministrazione. Chi decide, sa che poi non dovrà pagare, magari alzando le imposte sui propri elettori. Non è dunque un caso se questo meccanismo di deresponsabilizzazione ha fatto esplodere il ricorso alla Cig in deroga.

Hanno poi contribuito anche i sindacati, che su questo strumento hanno un potere vincolante: gli ammortizzatori non scattano se il sindacato non firma. Qua e là, di rado, ciò ha prodotto richieste di favori e tangenti per dare via libera alla cassa. Casi, sembrerebbe, sporadici. Ma anche agendo nelle regole, i sindacati tendono a prediligere questo strumento perché conferisce loro un ruolo centrale.

Formalmente la cassa integrazione è un reddito transitorio in attesa che la crisi passi e il lavoratore rientri in azienda. Nella pratica, con la Cig in deroga, diventa sempre meno così: il lavoratore non rientra quasi mai. Se i sindacati e le imprese accettassero la realtà del licenziamento, chi perde il posto avrebbe almeno diritto al sussidio di disoccupazione per 12 o 18 mesi: quello sarebbe sicuro e puntuale, perché coperto da automatismi di legge. Invece si preferisce continuare a fingere che certi posti non siano persi per sempre, a costo di lasciare gli addetti senza ammortizzatori sociali per mesi.

Venerdì, verso le sei di sera, i dimostranti di Catanzaro hanno rimosso i cassonetti dalla strada e sono tornati a casa. La regione Calabria aveva garantito che avrebbe pagato tre dei nove mesi arretrati. A volte una promessa, di questi tempi, fa davvero miracoli.

 

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