INGROIA QUESTO! - FACCI TIRA CALCI ALLA PROCURA DI PALERMO - QUESTA STORIA STA IN PIEDI SOLO PERCHE’ INGROIA E DI MATTEO, PUR DI STARE SUI GIORNALI E IN TV, CERCANO REATI CHE NON ESISTONO TRA MILIONI DI CARTE - I MAGISTRATI PALERMITANI “ADOTTANO LA STESSA TECNICA CHE FU DI LUIGI DE MAGISTRIS, MA CON MOLTA PIÙ ACCORTEZZA E FURBIZIA” - “IL PROCESSO, L’UNICO, È ALLE INTENZIONI PASSATE E FUTURE. C’È INGROIA: È L’UNICA NOTIZIA”

Filippo Facci per "Libero"

In Italia tengono banco due cose che non esistono: la prima è la lettera della Legge e la seconda è la famigerata inchiesta sulla «trattativa». Entrambe sono un problema ventennale. Anzitutto a non esistere è la legge, perché esiste solo l'interpretazione che singoli magistrati decidono di darle; esiste, cioè, solo il perfetto rovesciamento delle velleità originarie del legislatore sino a quando non se ne investa la Corte Costituzionale. È la regola aurea.

Ora tocca alle intercettazioni: ma l'iniziativa del Capo dello Stato, che ha evocato la Consulta, è soltanto l'acme di un percorso iniziato nel 1989, quando al Nuovo Codice di procedura penale fu affiancata una controlegislazione operata dall'alto: e furono appunto alcune sentenze della Corte Costituzionale, non a caso, a ristabilire e rafforzare lo strapotere delle indagini preliminari - con Mani pulite utilizzata come ariete - e a ritrasformare un processo teoricamente «garantista» in un dibattimento che non contava più nulla, ridotto a vidimazione notarile delle carte in mano all'accusa.

Tu fai le leggi e le procure le interpretano: sinché la Consulta, secondo stagione, le reindirizza. Per dire: la sentenza della Corte Costituzionale del 1992 (la n. 255 del 3 giugno) fece piazza pulita di un intero Codice, anche perché altre ne seguirono (la n. 24 del 1995, per esempio) così da demolire ogni tentativo parlamentare di apportare dei correttivi, o fare leggine, decretini, riformine.

Il Parlamento decise di fare sul serio soltanto con la famigerata «Bozza Boato» del biennio 1997-98, quando la Commissione bicamerale riuscì a riformare la seconda parte della Costituzione e a varare il nuovo articolo 513: si vietava di utilizzare i verbali d'interrogatorio, ottenuti dal pm durante le indagini preliminari, che l'indagato non confermasse in aula. Una riforma elementare che tuttavia, anche qui, dovette scontrarsi con una bocciatura della Corte Costituzionale prima di essere perfezionata cambiando addirittura la Costituzione.

Ma, di lì in poi, tutto è ricominciato: ogni successiva velleità di riforma si è regolarmente schiantata contro la magistratura stessa e contro una giurisprudenza in puro caucciù, fatta di interpretazioni di legge, Cassazione a sezioni riunite, appunto Corte Costituzionale: non c'è organismo o procedura che non abbia svuotato ogni buona o cattiva intenzione iniziale, dalla carcerazione come «extrema ratio» sino al Lodo Alfano.

LE INTERCETTAZIONI Fatta la legge, trovata la toga. È da 23 anni che si insegue non una nuova riforma della giustizia, ma una riforma che renda inequivoca l'applicazione della vecchia. Ora, si diceva, siamo tornati alla questione delle intercettazioni, che poi è un'evoluzione di tutte le norme sul decreto istruttorio che sono state smembrate o rovesciate dal 1989 a oggi: le intercettazioni di Napolitano sono utilizzabili o no? Secondo la procura di Palermo sì, fine della questione, perché tanto ogni riparazione o sentenza di ferro (quella della Consulta, nel caso) giungerà troppo tardi.

C'è di buono che ci si pone almeno la domanda, ora: visto che per Berlusconi - che era solo presidente del Consiglio, ai tempi - la questione non esisteva. Ora esiste, ed è questa: in Italia non esiste segreto istruttorio su niente, il riserbo investigativo è morto e sepolto e c'è di buono che conosciamo almeno gli assassini: magistrati e giornalisti in combutta tra loro, efficienti e micidiali nel sostituire una legislazione materiale alle velleità di chi il Codice, pure, l'aveva scritto e pensato.

C'è quasi da commuoversi, oggi, nel ricordare gli articoli 114, 684 e 329 del Codice di procedura penale oltre ovviamente all'articolo 90 della Costituzione, quello secondo il quale il Capo dello Stato non è indagabile. Che cosa contano queste norme? Nulla. Basta un singolo magistrato per riazzerare tutto, in attesa del prossimo giornale che pubblicherà intercettazioni ininfluenti in nome della libertà di stampa o di una verità inutile. Perché la legge non esiste. Neppure l'inchiesta sulla «trattativa» esiste, in realtà.

Che non esista in particolare il reato di «trattativa» l'abbiamo capito tutti (ma da pochissimo, a pensarci) e c'è da chiedersi quanti ricordino che tutto il bailamme fa capo a un'ipotesi di «violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico amministrativo ai fini di condizionarne l'esercizio», imputazione impalpabile che proprio per questo permette di indagare praticamente su tutto, da Portella della Ginestra in poi.

REATI PRETESTUOSI In concreto non esiste il reato (percepito come tale) anche se esiste un reato pretestuoso che tiene in piedi un'istruttoria omnibus, come lo sono tutte quelle capitanate da Antonio Ingroia: indagini meta-giudiziarie a sfondo storico-politico che sono imperniate su almeno quattro procure che estraggono o inabissano milioni di carte (non è un modo di dire) da infiniti processi intercomunicanti: dai falliti tre gradi su Borsellino al processo ai carabinieri Mori e De Donno, dai processi Dell'Utri a quelli della strage di Capaci (senza scordare lo scandaloso dibattimento contro Sergio De Caprio, in arte Ultimo) e questo in un quadro probatoriamente pulviscolare ma ad alto tasso di sceneggiatura mediatica.

Già scrivemmo che i processi dovrebbero servire ad accertare i reati, non a fabbricarli: mentre le imputazioni mosse agli ex ministri Giovanni Conso e Nicola Mancino, per esempio, fanno capo a presunte false testimonianze riscontrate nel corso dei processi stessi. Non mancano i conflitti d'interesse. Il pm Ingroia è o è stato titolare di molti di questi processi intercomunicanti. Per non parlare di Nino di Matteo, il collega che lo affianca nell'inchiesta sulla trattativa: è lo stesso pm dei falliti processi sulla strage di via D'Amelio e quello, in particolare, che più dette credito alla panzane raccontate dal falso pentito Vincenzo Scarantino. Ed è lì che pontifica.

INDAGINE ACCORTA L'indagine sulla trattativa, nella sostanza, adotta la stessa tecnica che fu di Luigi De Magistris: ma con molta più accortezza e furbizia. È un blob indistinto che si muove a tentoni e che cerca dei reati anziché processare quelli conclamati, il tutto grazie a carte e verbali polivalenti che si chiudono da una parte ma rispuntano dall'altra.

Il supporto mediatico è una strategia dichiarata, mentre l'incidente e lo scontro istituzionale (il casino, insomma) appaiono come degli obiettivi a margine di una pretestuosa «violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico amministrativo » di cui non frega niente a nessuno. Non è questo a interessare, a Palermo. Il processo, l'unico, è alle intenzioni passate e future. C'è Ingroia: è l'unica notizia.

 

FILIPPO FACCIAntonio Ingroia INGROIA IN AMERICA DA PANORAMAPALERMO - PALAZZO DEI NORMANNI SEDE DELL'ASSEMBEA REGIONALE SICILIANALA SEDE DELLA PROCURA DI PALERMO NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO ANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO MARCELLO DELLUTRI Giovanni Conso

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