FOTTUTI, ALTRO CHE ‘ESODATI’ - LA STRAGE DELLA RIFORMA DELLA FORNERO: I LAVORATORI “ESODATI”, CIOÈ QUELLI CHE HANNO ACCETTATO DI ESSERE LICENZIATI E RIMANERE DISOCCUPATI PER ARRIVARE ALLA PENSIONE IN UN CERTO NUMERO DI ANNI, ORA DOVRANNO ASPETTARE NON 2-3 ANNI, MA FINO A 9!, OSCILLANO FRA 100 E 350 MILA PERSONE, CHE ORA NON SANNO COME ARRIVARE A FINE MESE - MA LA FRIGNERO ORA SE NE SBATTE: “MICA SIAMO QUI A DISTRIBUIRE CARAMELLE”...

Salvatore Cannavò per il "Fatto quotidiano"

Mario Monti chiede al paese di "essere pronto" alle riforme che il suo governo sta portando avanti. Si riferisce in particolare alla polemica sull'articolo 18 e alla riforma del mercato del lavoro. Ma il discorso potrebbe valere anche per i cosiddetti esodati la cui situazione sintetizza come si possano creare veri e propri danni in nome del rigore. Un rigore, tra l'altro, a senso unico se è vero, come documenta la Cgia di Mestre che le nuove aliquote Imu per le seconde case penalizzano redditi intorno ai 25 mila euro e beneficiano, invece, redditi da 100 mila euro (con uno sconto di 14 euro).

Lavoratori esodati è un nome terribile che la stampa ha scelto per descrivere la vicenda di quei dipendenti incentivati a uscire dalla propria azienda o fabbrica con la prospettiva di poter approdare alla pensione in un numero certo di anni. Licenziamenti concordati, dunque, in cui un certo numero di lavoratori ha scelto di rimanere disoccupato in cambio di una quota di reddito sufficiente ad accompagnarli alla condizione pensionistica.

Solo che questo avveniva con le vecchie regole del sistema previdenziale, prima che, in un solo colpo, il governo Monti portasse l'età minima per la pensione a 66-67 anni. Uno "scalone" che ha imposto a molti di quei lavoratori una prospettiva di vita, non breve, da passare senza reddito.

Gli incentivi erano infatti tarati per periodi di due-tre anni e non basterebbero per cinque-sei o addirittura nove anni come raccontano alcuni casi che abbiamo raccolto su "ilfatto quotidiano.it" che qui riassumiamo. Il problema è che non si tratta di pochi casi. Le stime oscillano tra 100 e 350 mila e la differenza è data dal conteggio o meno dei lavoratori "autorizzati ai contributi volontari" che costituiscono una parte cospicua.

Per tutti i casi presi in considerazione dal governo al momento della riforma - lavoratori in mobilità, contributi volontari, in regime di Fondo di solidarietà - il "Salva Italia" aveva individuato deroghe e stabilito un finanziamento (dai 240 milioni del 2013 si saliva ai 1220 milioni nel 2016).

Ma nell'elenco mancava la tipologia specifica dei lavoratori incentivati all'esodo. Questi sono poi stati aggiunti con il "mille-proroghe" ma a saldo invariato. E ora le risorse non bastano e forse non bastano nemmeno per tutti gli altri. E così, al momento, ci sono centinaia di migliaia persone nel limbo in attesa di una soluzione che il ministro Fornero ha annunciato realizzarsi "entro il 30 giugno". Ma che soluzione?

Intervistata dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli, Elsa Fornero non si è mostrata particolarmente sensibile al tema dimostrando di avere più a cura il proprio ruolo di ministro rigorista. "Siamo stati chiamati a fare un lavoro sgradevole non a distribuire caramelle" ha spiegato a Bernardo Iovene che l'intervistava, contestando che la riforma pensionistica nel suo complesso sia solo "contro". "Io mi sforzo di far capire - ha detto - che c'è molto per... molto a favore". Certo, la "riforma della pensione è severa... sì, sì, severa, anzi di più, dura". Ma l'Italia, ricorda, rischiava di finire in fondo al baratro. E noi, i tecnici, l'abbiamo salvata.

Ma torniamo al caso degli esodi rimasti senza pensione. Fornero vuole aggiustare la situazione, ma "non con il vecchio metodo delle promesse". Non si può, "si perderebbe credibilità". Un'ipotesi avanzata è che quei lavoratori ritornino al loro posto di lavoro. Eventualità accademica perché non esiste nessuna azienda disposta a tanto. Alle Poste, ad esempio, i sindacati raccontano che "l'azienda rifiuta di accogliere qualsiasi ripensamento di chi ha già firmato l'uscita incentivata e ha ultimamente chiesto di rimanere in servizio".

"Figurarsi se aderirà a riammettere in servizio chi è già uscito" scrive una nota della Ugl. Il massimo che l'azienda postale è disposta a fare è firmare un Avviso comune con i sindacati per chiedere al governo di estendere da 24 a 36 mesi la copertura contributiva e di utilizzare il Fondo di solidarietà interno per un sostegno al reddito.

Se il rientro in azienda non è possibile, il ministro, sempre a Report, fa intravedere una seconda soluzione, il sussidio di disoccupazione. La nuova "Aspi", del resto, è stata annunciata come in grado di arrivare dove la disoccupazione non è arrivata anche se i criteri sono gli stessi. Ma l'Aspi copre 12 mesi, 18 per gli over 55. Può bastare a chi rimane scoperto per un anno e mezzo, ma per gli altri avrebbe bisogno di una deroga. Senza contare che molti di questi lavoratori, come si legge dalle loro testimonianze, hanno appena concluso il periodo di disoccupazione seguente al licenziamento.

 

 

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