MENTRE LA TELEVENDITA DI RENZIE HA RIFILATO AGLI ITALIANI MOLTO FUMO, FRANCIA, SPAGNA E PORTOGALLO ANNUNCIANO MISURE CHOC - I PIGS DOVRANNO FARE GUERRA SUL 3% CON LA UE

Ugo Bertone per "Libero quotidiano"

Nessuno è stato così pirotecnico e coreografico come Renzi. Ma tutti i premier dell'Europa mediterranea, in queste settimane, hanno cercato di dare una scossa all'economia e, di riflesso, all'occupazione. Facciamo, al proposito, un piccolo tour d'Europa. Giusto una settimana fa, François Hollande ha convocato le parti sociali per annunciare sgravi fiscali e contributivi per 30 miliardi nei prossimi tre anni. In cambio il presidente francese chiede alle imprese investimenti ed assunzioni.

Pochi giorni prima, il 25 febbraio, Mariano Rajoy aveva lanciato un piano ancor più aggressivo. L'imprenditore che assume un nuovo dipendente e s'impegna a non licenziare per tre almeno potrà godere di un maxi sconto sui contributi: solo 100 euro al mese. Ovvero, come ha specificato nel dettaglio lo stesso presidente del Consiglio: «Per un salario lordo di 20.000 euro la spesa contributiva annua per le imprese scenderà in media da 5.700 a 1.200 euro».

Per finanziare il cuneo fiscale, però, il governo spagnolo non è dovuto intervenire sul risparmio. Madrid se lo può permettere perché il debito pubblico è assai inferiore a quello italiano anche se l'emergenza lavoro è assai più drammatica che da noi, visto che il tasso di disoccupazione staziona attorno al 25%. Andiamo avanti. Il Portogallo, impegnato nello sforzo di tentare l'uscita dalla tutela della troika a metà maggio punta tutto sugli investimenti stranieri.

Per questo Lisbona ha abbassato dal 25 al 23% le imposte societarie con l'obiettivo di scendere al 17% nel 2016. I mancati introiti saranno compensati dal taglio delle spese, in particolare una nuova riduzione degli stipendi per gli statali. Insomma, le ricette sono diverse, ma il denominatore comune è uno solo: aumentare la competitività del sistema e dare una spinta all'occupazione grazie all'utilizzo della leva fiscale.

L'Italia, con il cocktail individuato dall'esecutivo, ha scelto una formula mista: sgravi fiscali sia per rilanciare la domanda interna (scelta Irpef), sia per alleggerire il gap di competitività accumulato dalle imprese italiane in questi anni nei confronti della concorrenza, soprattutto tedesca (scelta Irap).

E per sovrammercato, ha aggiunto altri carichi da novanta, a partire dal costo dell'energia fino al pagamento i tutti gli arretrati della pubblica amministrazione. Una pioggia di novità che richiede una pioggia di quattrini dalla copertura, senza voler fare il disfattista, sembra fatta apposta per incontrare il disco rosso da parte di Olli Rehn.

Ma, chissà, le diapositive di Matteo Renzi potranno ottenere quel che non è riuscito ad autorevoli economisti ed alleati: incrinare, se non spezzare la logica dell'austerità imposta all'Europa. Perché, delle due l'una: o Renzi subisce uno stop a Bruxelles, un grosso guaio ad un mese dal voto europeo, oppure si apre una crepa grossa come una casa nella diga eretta da frau Angela Merkel.

Se l'Italia può attivare un fiume di spese con coperture varie e future, con che faccia si può chiedere a Lisbona, Atene o Madrid di stringere la cinghia? L'effetto Renzi, insomma, promette di rimescolare le carte in sede Ue, purché le televendite del premier italiano convincano i potenziali alleati, a partire da François Hollande, cui farà visita sabato.

Non sarà facile, ma una cosa è sicura: in assenza di una scelta europea che favorisca la ripresa dei consumi e decreti la fine dell'austerità, gli sforzi dei vari governi rischiano di essere inutili. Se tutti i Paesi europei s'impegnano in contemporanea a tagliare gli oneri contributivi o le tasse delle imprese non si genera alcun vantaggio competitivo.

Ma queste misure permetteranno di esportare di più oltre i confini dell'Unione Europea. Impresa improba per più motivi, a partire dalla forza dell'euro, in parte frutto della politica monetaria della Bce, che ha annullato i vantaggi dei sacrifici finora compiuti. In queste condizioni, le strategie dei vari Paesi rischiano di tradursi in un'operazione a somma zero quella che Il quotidiano francese Le Monde ha definito «la folle corsa alla competitività degli Europei».

 

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