meloni salvini ghisleri

L'ANALISI DEL VOTO DI ALESSANDRA GHISLERI: "IN QUESTE ELEZIONI ERANO CHIAMATI AL VOTO 12 MILIONI DI ELETTORI. ALLA FINE SI SONO ESPRESSI IN 6 MILIONI CIRCA. MA ALLE POLITICHE I VOTANTI SONO OLTRE 50 MILIONI. A QUESTO GIRO MANCAVA DEL TUTTO LA PROVINCIA, CHE TRADIZIONALMENTE È PIÙ VICINA AL CENTRODESTRA. NELLE GRANDI CITTÀ, IL CENTRODESTRA NON HA MAI SFONDATO. A NAPOLI O MILANO, IL CENTROSINISTRA GOVERNA DA TEMPO. LO STESSO A ROMA, TOLTA LA PARENTESI ALEMANNO. L'ITALIA NON È FATTA DI GRANDI CITTÀ; PIÙ DEI 12 MILIONI DELLE METROPOLI, PESANO SOPRATTUTTO I 35 MILIONI DELLE CITTÀ DI PROVINCIA…"

Francesco Grignetti per "la Stampa"

 

ghisleri

Esce da una delle sue interminabili riunioni con una pila di fogli in mano, Alessandra Ghisleri, la signora dei sondaggi. I dati dell'astensionismo non la meravigliano neanche un po'. «Era un fenomeno atteso».

 

Nel senso che i suoi sismografi da tempo registrano la crescente disaffezione verso la politica. Il che non significa rifiuto. Anzi.

«Direi che le proteste in atto da parte dei No Green Pass segnalino il disagio di un pezzo d'Italia che si sente escluso dal discorso nazionale e vuole invece rientrarvi a tutti i costi».

 

Ma stavolta i numeri fanno paura. O no?

«Dipende. Se facciamo i confronti con passate elezioni comunali, vedo che a Torino cinque anni fa aveva votato il 57,2% al primo turno elettorale. Al ballottaggio, quando Chiara Appendino vinse, si era espresso il 54%. Ora siamo al 48%. Il calo c'è, ma secondo un trend di decrescita che si mantiene stabile da molti anni. Anche a Milano, stavolta ha votato il 47,7%, mentre cinque anni fa era il 54,7%. Praticamente c'è dappertutto un calo tra i 6 e i 9 punti».

bonaccini restyling

 

E non la preoccupa?

«Per risponderle, mi viene in mente il caso Stefano Bonaccini. Il presidente dell'Emilia-Romagna al suo primo mandato fu votato da appena il 37% degli elettori. Era un caso molto particolare perché c'era stato uno scandalo che aveva coinvolto l'uscente Vasco Errani e ci fu un fortissimo astensionismo di protesta. Cinque anni dopo, nel 2020, quando l'elezione sembrò un testa-a-testa tra Salvini e Bonaccini, ci fu di nuovo un'affluenza altissima, attorno al 67%».

 

meloni michetti salvini

E che cosa ci dice, questo caso emiliano-romagnolo?

«Che se in una fase c'è disgusto per la politica, non è per sempre».

 

Il voto ai ballottaggi però è crollato. Motivi?

«Innanzitutto perché il clima si è spostato su temi di carattere nazionale. Non si è parlato di strade o asili nido, ma di Green Pass o Recovery Plan. La scelta dei candidati del centrodestra, poi, è stata molto sofferta, non hanno fatto in tempo a farsi conoscere, si sono trovati in difficoltà anche perché lontani dalla lettura del territorio. E comunque si nota che il voto delle Comunali si va assimilando sempre più a quello delle Regionali. Il che è strano, perché i sindaci dovrebbero essere figure più semplici, accessibili, vicine ai cittadini».

 

letta conte

La sinistra esulta per il gran successo. Ma questo voto quanto può anticipare le elezioni politiche?

«Farei due annotazioni. La prima, in queste elezioni erano chiamati al voto 12 milioni di elettori. Alla fine si sono espressi in 6 milioni circa. Ma alle politiche i votanti sono oltre 50 milioni. A questo giro mancava del tutto la provincia, che tradizionalmente è più vicina al centrodestra. La seconda annotazione è collegata alla prima: in queste grandi città, il centrodestra non ha mai davvero sfondato.

 

gianni alemanno

A Napoli o Milano, il centrosinistra governa da tempo. Lo stesso a Roma, tolta la parentesi di Gianni Alemanno. E poi, certo, ci sono state le "sorprese" Appendino e Raggi. Ma l'Italia, appunto, non è fatta di grandi città capoluogo; più dei 12 milioni delle metropoli, pesano soprattutto i 35 milioni delle città di provincia. Dove magari l'affluenza anche stavolta è stata più alta Attenzione dunque al voto nazionale, che può avere dinamiche molto diverse».

 

E poi c'è una distanza fortissima tra centro e periferia.

«Sicuramente. È meno evidente a Roma, perché i municipi sono realtà molto estese, da duecentomila residenti ciascuna. Ma a Milano o Torino, si nota più facilmente che il voto dei quartieri di periferia è molto più basso che in centro».

APPENDINO RAGGI

 

Roma era comunque il boccone più importante.

«Sì, ma a Roma, dove lo scontro è stato di rilievo più nazionale che locale, l'affluenza al voto nel primo turno è paragonabile alle Europee del 2019. Da questi dati si desume che c'è un trend a scendere dalla partecipazione, ma la volontà di ripristinare il valore politico della rappresentanza. Le proteste di questi giorni ci hanno insegnato che in effetti l'Italia è divisa in due, con un 85% di popolazione vaccinata e con Green Pass, e un 15% che non vuole farlo e però ha la necessità di sentirsi rappresentato.

 

mario draghi

Una minoranza che urla perché vuol far parte di una comunità da cui, per gli ovvi motivi, si sente esclusa. Anche questo elemento è importante, e confluisce nel trend che registriamo di disaffezione al voto. Quello che dobbiamo imparare a leggere è: quale è la richiesta della gente? Quale valutazione danno dei leader? C'è un senso di vuoto di fronte a determinate posizioni».

 

A giudicare dalla bassa affluenza, insomma, il giudizio non è lusinghiero. Ma secondo lei, Ghisleri, avere un governo tecnico con Mario Draghi e praticamente tutti i partiti dentro, ha forse anestetizzato il voto?

«Anestetizzato, non direi. Però questo premier ha posto all'elettore un confronto interessante. La differenza con una figura d'eccellenza quale è il nostro presidente del Consiglio. Il confronto, credo, ha portato molti a fare le debite valutazioni».

GIANCARLO GIORGETTI E MARIO DRAGHI

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