CINA E RUSSIA SI DIVIDONO IL MONDO E SFIDANO OBAMA

Maurizio Molinari per "La Stampa"

Il quinto summit dei Brics si celebra a Durban, in Sudafrica, con Cina e Russia protagoniste di un disegno strategico che punta a sommare risorse economiche e interessi politici per ridimensionare la superpotenza degli Stati Uniti su più scenari regionali: dall'Africa al Medio Oriente fino all'Estremo Oriente.

Alla vigilia degli incontri fra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - le economie emergenti che crescono di più - il nuovo presidente di Pechino Xi Jinping ha scelto Mosca come primo viaggio all'estero per tratteggiare con Vladimir Putin un patto ambizioso, da lui stesso illustrato nel discorso pronunciato all'Istituto russo di relazioni internazionali.

«Il mondo cambia in fretta, non possiamo vivere nel XXI secolo restando imprigionati nel vecchio colonialismo. A garantire i nuovi equilibri saranno più strette relazioni sino-russe» ha detto Xi, contrapponendo l'intesa Pechino-Mosca alla «mentalità della Guerra Fredda» con cui in Cina si identificano in genere gli Stati Uniti.

A dare sostanza a tale direzione di marcia sono due tipi di convergenze. Sul fronte economico Pechino garantisce 2 miliardi di dollari di prestiti alla compagnia energetica Rosneft per raddoppiare le esportazioni di greggio in Cina, all'evidente fine di trasformare le risorse della Russia nel motore della propria crescita, puntando a creare un blocco economico capace di dare credibilità alle tre sfide dei Brics all'America: una Banca per lo sviluppo globale, un Consiglio economico per guidarla e il pensionamento del dollaro come valuta di riferimento per gli scambi internazionali.

Sul terreno strategico l'asse russocinese è all'offensiva disegnando una sorta di divisione di sfere di influenza. In Africa è la Cina la nazione leader, grazie a investimenti diretti che toccheranno i 300 miliardi di dollari nel 2015, portando il totale di quelli dei Brics oltre quota 500 miliardi, mentre in Medio Oriente a guidare è la Russia, come dimostra la crisi siriana che vede Pechino sostenere con il proprio diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'intransigente opposizione di Putin a ogni tentativo di rovesciare il regime di Bashar Assad.

Se Xi plaude ai «niet» russi sulla Siria «perché non si può interferire negli affari interni di Stati sovrani» e «non si deve consegnare la Siria ai jihadisti di Al Qaeda», Putin dà luce verde al ricorso ai petrorubli per sostenere la massiccia penetrazione cinese in Africa.

Ma non è tutto, perché Pechino e Mosca hanno in comune anche il fatto di sentirsi minacciate dallo scudo anti-missile Usa come dagli accordi siglati da Washington con i rispettivi vicini, in Europa dell'Est e in Estremo Oriente. A tale riguardo è interessante notare il sostegno di Putin a Pechino nella disputa sugli isolotti DiapyuSenkaku contesi dal Giappone, alleato di Washington.

Dietro quanto sta avvenendo, spiega Robert Kaplan stratega di «Stratfor», «c'è il disegno cinese di usare la Russia, e anche i Brics, contro gli Stati Uniti come gli Stati Uniti usarono la Cina contro l'Urss ai tempi di Henry Kissinger e Richard Nixon» ovvero «obbligare l'America a fronteggiare non solo la Cina ma più rivali sulla scena internazionale».

Moises Naim, politologo della Fondazione Carnegie a Washington, vede in tale processo «la conferma dello slittamento del potere globale da Ovest a Est, come da Nord a Sud». E a confermarlo, aggiunge Kaplan, «è il fatto che a innescare l'offensiva cinese è la debolezza dell'Europa» perché «Pechino vede i bilanci militari dell'Ue che continuano a scendere e ne trae la conclusione che gli Usa possono contare meno sugli alleati».

Ma Naim, autore del saggio «The End of Power» appena uscito in America, ritiene che «i Brics non possono dormire sonni tranquilli perché se da un lato guadagnano terreno nei confronti di Usa ed Europa dall'altro ne perdono, anche loro, rispetto a un mondo più frammentato, più mobile e con le popolazioni meno disposte a farsi governare passivamente». Pechino e Mosca sono «autocrazie estranee ai sistemi democratici», aggiunge

Kaplan, e questo è un ulteriore elemento di vulnerabilità perché, come dice l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski, «oggi è più facile uccidere 100 milioni di persone che governarle» a causa della proliferazione di partiti, siti web e cellulari. Ciò comporta per la Cina la necessità di guidare i Brics «guardandosi dalle stesse rivoluzioni che minacciano l'Occidente» riassume Naim.

Per Kaplan, autore del saggio «Monsoon», la maggiore spina nel fianco dell'asse russo-cinese è invece l'India: «New Delhi non sarà mai un formale alleato degli Usa ma per numero di abitanti, capacità militari e posizione geografica costituisce il contrappeso naturale della Cina e ciò offre agli Usa la possibilità di giocare nelle acque dell'Oceano Indiano la contropartita tesa a neutralizzare la divisione del Sud del Pianeta in sfere di influenza fra Mosca e Pechino».

 

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