CHE GIRAMENTO DI MARÒ - LATORRE E GIRONE INCONTRANO 16 PARLAMENTARI A NEW DELHI – CICCHITTO: ‘CHI APPLICA LA LEGGE ANTITERRORISMO A DUE MILITARI ITALIANI, STA TRATTANDO ANCHE L’ITALIA COME UN PAESE TERRORISTA’

Andrea Malaguti per "La Stampa"

‘'Rischiate la pena di morte, avete paura?». Silenzio che chiude lo stomaco. Il fuciliere di Marina Salvatore Girone perde per un istante il controllo di sé. Sembra stupirsi di non finire risucchiato al centro della terra dal peso che lo opprime. Quanto durerà questa storia? Si gira istintivamente verso il collega Massimiliano Latorre. Sono sgualciti, scavati, come se qualcuno, ogni giorno, gli togliesse un pezzo di viscere con il cucchiaino. Li accusano di avere ammazzato due pescatori al largo del Kerala. «Siamo innocenti». Gli occhi di Girone sono una feritoia.

I sedici parlamentari seduti attorno al tavolo, in una sala dell'ambasciata italiana a New Delhi, lasciano vagare lo sguardo altrove, neanche fossero loro a rischiare la pelle. Pierferdinando Casini dice: «Ma che domande sono?». Quelle che si fanno tutti. Anche Girone se l'è fatta. Si è dato mille risposte. Ufficialmente ne può usare una sola. «Prima di arrivare a pensare bisogna cercare di risolvere i problemi».

Casini, che si è consegnato il ruolo di leader della missione congiunta nata da un'iniziativa del Movimento Cinque Stelle, smette di trattenere il fiato e lascia uscire un sospiro pieno di cipria da nobildonna dell'Ottocento, mentre Massimiliano Latorre, il lungo, completa il concetto. «Siamo soldati italiani, dobbiamo soffrire con dignità. La presenza di questa delegazione ci conferma che non siamo soli. Grazie».

Cicchitto e Gasparri annuiscono. Sollievo. Manca solo l'inno di Mameli. È così che si fa ragazzi, bravi ragazzi, siamo qui per voi, ragazzi. Qui. Due anni dopo. Perché è da tanto che è cominciata questa gimkana nel buonsenso. Quindici febbraio 2012. «Ci auguriamo di tornare in Italia con onore», sussurra Latorre.

Indossa una divisa. L'hanno addestrato a soffocare le emozioni. Lo fa per disciplina, ma lo sa che è nel pantano fino al collo. Poco prima, nel cortile pieno di buganvillee, si era lasciato andare. «Il Parlamento arriva solo oggi. Sono stati due anni duri. Non solo per la prigione. Mi dicono: nessuno ti condannerà a morte. Perfetto. Ma io non voglio neanche prendere vent'anni da passare in una prigione indiana». Uno scoiattolo schizza sui rami dell'ulivo. È più vero questo amareggiato ragazzo-adulto o quello di marmo della conferenza stampa?

Uno dei carabinieri dell'enclave italiana di Delhi dice che «la cosa peggiore per Massimiliano e Salvatore è il ping pong di notizie contrastanti. Un giorno dicono che li rimandano a casa e il giorno dopo che li potrebbero fucilare». Come ci si libera dell'incomprensibile ragnatela di questo pasticcio indo-italiano?

Il 3 febbraio la Corte Suprema indiana è chiamata a rispondere a un'interpellanza del governo italiano che chiede di sapere come sia possibile che a quasi ventiquattro mesi dalla morte dei due pescatori le accuse nei confronti di Latorre e Girone non siano ancora state formalizzate. E come si possa immaginare di applicare il Sua Act, la legge antiterrorismo. Persino i giornali locali cominciano a pensare che i conti non tornino.

Una tragedia dell'arte destinata a durare almeno fino a primavera, quando il Partito del Congresso e il Partito Popolare nazionalista si sfideranno alle politiche. Fino a quel momento i Fucilieri della Marina faranno parte della campagna elettorale. «Il governo indiano si è cacciato in un groviglio affidando il caso dei marò alla Nia, l'agenzia nazionale di investigazione», scrive l'«Hindustan Times». La Nia non aveva intenzione di occuparsi di Girone e Latorre, quando è stata costretta dal rimpallo di responsabilità dell'esecutivo di Delhi si è mossa nell'unico modo che conosce. Con il Sua Act, appunto.

Fuori dall'ambasciata una distesa di corpi e di macchine se ne frega bellamente del destino dei marò. Solitudini plurali, direbbe Kabir Mohanty, che modellano un gigante di un miliardo e duecentomila persone. Un cartellone sbiadito recita: «Indian Army, nation first». Orgoglio anche qui. Veleno allo stato puro. Mucche che si sdraiano in mezzo alla strada. Aquile. Pavoni. Cani. Mani che chiedono l'elemosina. Una donna col sari blu spinge il marito grasso come una botte su un autobus in cui non entrerebbe più neppure una susina. La lotteria genetica è stata munifica con lei, consegnandole tutti i numeri vincenti. Ha i capelli neri. È flessuosa. E terribilmente fuori posto. Tutto è fuori posto.

Nel pomeriggio la delegazione incontra l'ambasciatore Usa, poi gli ambasciatori Ue. Un modo per chiarire che questa non è una battaglia solo italiana. «Chi applica la legge antiterrorismo a due militari impiegati in rappresentanza del nostro Stato, sta trattando anche l'Italia come un Paese terrorista», dice Cicchitto.

«Siamo qui uniti, solidali e pronti a internazionalizzare il problema», aggiunge Casini. «Nel decreto missioni chiederemo di mettere una norma che ponga in relazione la nostra partecipazione a missioni internazionali e il destino dei marò», chiosa il cinquestelle Daniele Del Grosso. Serve? Vedremo. Serviranno altri mesi.

Fuori dal cancello l'inesauribile serpentone di metallo continua a strisciare sull'asfalto passando di fianco alle gru che alzano aggressivi grattacieli di cemento armato. Un uomo mastica una poltiglia gialla con i denti che non ha più. Una nebbia leggera si incolla allo smog. Prima. Seconda. Prima. Clacson. Le auto procedono a passo d'uomo. Un cartellone stradale dice: Go Slow. Andate piano. Ma qui è il tempo che non scorre. Non scorre più nessuno.

 

 

TERZI E MARO Massimiliano Latorre e Salvatore Girone I DUE MARO GIRONE E LATORRE MARO' - I FAMILIARI DEI PESCATORI MOSTRANO IL DOCUMENTO ITALIANO CONNO ALL'INDENNIZZO L'IMPEGI DUE MARO LATORRE E GIRONE I DUE MARO GIRONE E LATORRE IL MINISTRO TERZI A KOCHI CON I DUE MARO

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