GLI ZOMBIE DELLA SINISTRA A CACCIA DI MATTEO – PRODI, D’ALEMA, BERSANI, ENRICO LETTA, PISAPIA: PARTE LA ROTTAMAZIONE DEL DUCETTO – TUTTI  BIG CHE VOLEVA METTERE DA PARTE RIPRENDONO ENERGIA DALLA SCONFITTA DI DOMENICA – RENZI VITTIMA DELLA SUA SEGRETERIA. IL NAZARENO COME UN BUNKER

 

 

Luca Telese per la Verità

 

Si era preparato a perdere, d' accordo: ma non così male. Da almeno tre giorni Matteo Renzi si faceva forza, e sciorinava il suo mantra preventivo, il suo esorcismo articolato in tre frasi-chiave ripetute a tutti coloro con cui parlava: «Sono andato in vacanza per marcare la distanza da questo voto», «La maggior parte dei sindaci uscenti sono di correnti diverse dalle mie», «Se la prenderanno con me ma è solo un test locale».

 

HAPPY PD DALEMA RENZI BERSANI FRANCESCHINI FINOCCHIARO HAPPY PD DALEMA RENZI BERSANI FRANCESCHINI FINOCCHIARO

Eppure neanche la più nefasta delle previsioni della vigilia aveva rappresentato con chiarezza al leader del Pd quel «vento univoco» che già alle 22.40 veniva annunciato da Enrico Mentana per dare l' abbrivio alla sua proverbiale maratona si La7. «Un vento univoco» che soffia nelle vele del centrodestra, si capisce di lì a poco.

 

Fin dalla tarda serata i primi exit poll avevano informato Renzi che si preparava una piccola Caporetto, ma siccome in politica le cose diventano vere solo quando sono vere, è nelle prime ore della notte che il leader del Partito Democratico ha potuto constatare che per lui si trattava di una vera e propria catastrofe elettorale, in cui cadevano città-simbolo come a Genova, città rappresentative come Parma, città del nord come Verona e città del sud come Catanzaro, città delle regioni rosse come La Spezia o Carrara, e città del centro Italia come l' Aquila. Un massacro.

 

bersani epifani dalemabersani epifani dalema

Anche i dettagli contano: il Pd perde rovinosamente a Carrara nel ballottaggio con il M5s, perde Sesto Sam Giovanni, la «staligrado d' Italia» che aveva resistito anche all' età d' oro del berlusconsmo. Improvvisamente, di fronte a questi dati, le tre frasi esorcistiche si sono dissolte come neve al sole, e tutta la narrazione preventiva renziana si è liquefatta virandosi nel suo contrario: la vacanza di famiglia nella settimana dei ballottaggi, dopo la sconfitta, non sembra più una bella trovata diversiva, ma una condotta spavaldamente suicida da parte di un leader.

 

La sconfitta non è più di una sola corrente o dell' altra, ma di tutto il partito e quindi del suo leader. Il test non è più locale, ma - dopo 111 ballottaggi - di livello nazionale. Non solo: questa per Renzi è la quarta sconfitta di rilievo consecutiva. Furono sconfitta le amministrative di Roma e Torino, appena mascherate dalla vittoria di Beppe Sala a Milano. È stata una sconfitta rovinosa il risultato del referendum Costituzionale, è stata una grande sconfitta politica il naufragio della legge elettorale, con l' affondamento del relativo ed importantissimo patto - voluto da Renzi stesso - sul voto anticipato, ed è una vera e propria sconfitta strategica questo voto nei comuni, che mette la segreteria di Renzi davanti ad un vicolo cieco.

RENZI BERSANIRENZI BERSANI

 

Proviamo a capire perché: Il primo verdetto che esce dalle urne è che tutto quello su cui Renzi aveva puntato le sue migliori carte non esiste più. 1) Va male il modello di un Pd autosufficiente: la sconfitta è attenuata, dove viene attenuata, solo dove il centrosinistra ha - per avventura o per storia pregressa - una coalizione intorno a se. 2) Vanno male le combinazioni competitive: Il Pd perde sia con il centrodestra che - dove sono al ballottaggio con i grillini o i post grillini alla Pizzarotti. 3) Vanno male sia i candidati più legati al segretario che quelli di conio bersaniano, Orlandiano o Cuperliano. Ma a perdere, quando si perde così, è il Pd di Renzi.

 

In questo processo di identificazione-impoverimento il voto è solo lo specchio di un leader che si è gradualmente isolato dal mondo, illudendosi di poter continuare a dare le carte. L' unico risultato controdenza, il voto delle primarie, è stato uno dei passaggi che ha aumentato il suo isolamento: da allora Renzi non parla più nemmeno con Orlando (che a sua volta vede con molto più favore Giuliano Pisapia che il leader del suo partito). Non si tratta solo di un nodo politico, ma di consuetudini, rapporti umani, carattere: come già in altri passaggi cruciali della sua vita, Matteo Renzi se ne sta chiuso nel bunker con i suoi fedelissimi, e questo fa diventare nemici tutti quelli che stanno fuori.

 

Giuliano Pisapia3Giuliano Pisapia3

Infine anche sul piano dell' immagine, l' abbraccio mortale con il Cavaliere non ha pagato, ed è stato uno dei motivi acceleranti della corrosione di una leadership: Il frammento televisivo che è rimasto della settimana pre-voto era il Berlusconi scoppiettante che scherzava sui Cinque stelle ("La maggior parte di loro o non guadagnava un euro prima di fare politica!") a «l' Aria che tira», mentre il silenzio di Renzi e la sua diserzione dei ballottaggi rivelavano un problema più grande.

 

Fin dalla disarmante confessione di Piero Fassino ("E' meglio se non vieni a sostenermi") nel ballottaggio dello scorso anno, sono molti i candidati che hanno chiesto (o fatto capire) al premier di non partecipare ai comizi. Renzi ha disincentivato il suo elettorato a partecipare secondo turno facendo balenare il fantasma dell' inciucio proprio quando avrebbe dovuto motivarlo in senso bipolare alla contrapposizione destra-sinistra. Ha lasciato deflagrare la crisi delle banche venete il giorno del voto.

 

FASSINOFASSINO

Ha focalizzato il suo fuoco contro il M5s, caratterizzandosi come alleato di Berlusconi, ma nelle urne, poi - quasi ovunque - gli elettori sulla scheda dovevano scegliere tra centrodestra e centrosinistra. I suoi fedelissimi parlano a mezza bocca di lui e ti dicono: «Sai com' è Matteo. Tutte queste cose gliele diciamo, ma lui se ne frega e va dietro per la sua strada». E qui c' è l' ultimo problema. Renzi in passato a sinistra è stato odiato, ma anche temuto.

 

Combattuto, ma anche rispettato. Il patto con gli elettori delle regioni rosse si fondava sul fatto che non esisteva una alternativa, che il partito era con lui, e sulla certezza che comunque il renzismo era vincente. Adesso a sinistra ci sono almeno cinque soggetti attivi, che gravitano intorno al Movimento dei democratici e progressisti di Roberto Speranza.

 

enrico letta matteo renzi campanellaenrico letta matteo renzi campanella

Ci sono leader di attacco come Massimo D' Alema, di governo come Pierluigi Bersani, di immagine come Giuliano Pisapia. E poi c' è una rete di «fiancheggiatori» eccellenti - ascoltati a sinistra - come Enrico Letta o Romano Prodi. Adesso la forza con cui Renzi guida il Pd è diventato il suo handicap: nessuno in direzione potrà rovesciare il segretario, ma gli eroi del pantheon democratico, in un modo o nell' altro sono usciti dall' orbita del partito.

 

Il Fatto è contro Renzi, La Repubblica lo ha scaricato, L' Unità ha chiuso. L' ex direttore Sergio Staino diffonde newsletter il cui definisce l' ex sindaco di Firenze «un bugiardo seriale». Bastano un titolo di giornale e cinque nomi in questo o quel convegno per far sudare freddo Renzi. Il partito di Pisapia, che era nato come un progetto satellite, a cui non era data dignità di alleato (perché la legge immaginata da Renzi non prevede volutamente coalizioni) sta crescendo trovando alleanze fino a ieri inimmaginabili da Bruno Tabacci, all' ex ministro montiano Catania.

BRUNO TABACCI GIULIANO PISAPIA INAUGURAZIONE MITO ALLA SCALA FOTO FRANCO CORTELLINO BRUNO TABACCI GIULIANO PISAPIA INAUGURAZIONE MITO ALLA SCALA FOTO FRANCO CORTELLINO

 

Non è più un progetto complementare per togliere fiato ai Bersaniani, ma una forza centrifuga che minaccia la centralità del Pd fino a proporsi come sostituiva. Il «test locale senza importanza», ieri, è diventato l' anno zero in cui il renzismo ha chiuso la stagione della sua narrazione vincente.

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