GRILLOLOGY: CHI HA TRADITO SI DIMETTA - SE RESTANO UNITI È (PIERO) GRASSO CHE COLA

1 - TRASPARENZA E VOTO SEGRETO
Da "www.beppegrillo.it"

Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l'eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il MoVimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto.

Nel "Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento" sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto Trasparenza è citato:
- Votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S.
Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze.

2. L'IRA DI GRILLO: CHI HA TRADITO SI DIMETTA
Fabrizio Roncone per "Corriere della Sera"

Lo sguardo scorre sui ranghi impietriti dei senatori grillini (intanto c'è Pietro Grasso che quasi accenna un inchino, allarga le braccia, e l'applauso così cresce, ci sono le grida di evviva che rotolano dai banchi del Pd, c'è una piccola bolgia di allegria che travolge l'emiciclo di Palazzo Madama).

Vito Crimi, il capogruppo del M5S, è però pallido nonostante le luci gialle dei lampadari, ha gli occhi socchiusi, lentamente abbassa la testa.
Luis Alberto Orellana, che il M5S aveva candidato alla presidenza del Senato, si morde il labbro, stringe i pugni.

Ornella Bertorotta si asciuga una lacrima.
Nunzia Catalfo fa un gesto con la mano, come di chi vuol scacciare un pensiero brutto.
Vincenzo Santangelo si siede, esausto.

I grillini ora sanno cosa è la politica. Cosa significa confrontarsi, scegliere, litigare, decidere, votare e dividersi. Perché si sono divisi.
Lo sanno, lo sapevano da prima di entrare in Aula, che sarebbe accaduto: adesso c'è la certezza dei numeri. Almeno dieci di loro, e forse undici, e magari dodici - dipende dal tipo di calcolo che si effettua sul voto segreto - hanno voluto eleggere Pietro Grasso. Lo hanno votato nonostante l'ordine di Vito Crimi, e si suppone l'ordine di Beppe Grillo e Casaleggio - Crimi è stato per venti minuti filati al cellulare - fosse quello di votare «scheda bianca».

Avreste dovuto sentirlo, Crimi (al voto finale mancavano ancora un paio d'ore). «Noi non facciamo la stampella di nessuno». E, naturalmente, inutile insistere, chiedere. Lui subito molto sprezzante, molto grillino. «Dovete rispettarci! Cos'altro vorreste sapere, eh? Noi siamo diversi, dagli altri! Noi ci stiamo andando a riunire... Noi decideremo per alzata di mano!».

Vanno su, al terzo piano di Palazzo Carpegna. Da tre giorni, in attesa di avere ciascuno la propria stanza, i grillini hanno scelto di fare base nell'aula della commissione Agricoltura.
Entrano, sbarrano la porta (altro che trasparenza, altro che diretta streaming).

Cinque minuti. Ed ecco che cominciano a rimbombare voci alterate. Molto alterate.
Una cronista appunta pezzi di frasi eloquenti. «Dobbiamo mantenere la nostra linea...» (sembra la voce dello stesso Crimi). «Ma guardate che Grasso è una persona perbene!». «Basta! Dobbiamo evitare che la presidenza del Senato vada a uno come Schifani!».

Esce Bartolomeo Pepe (quello che a La Zanzara, su Radio24, disse: «Bersani? Un assassino. Con lui, nessun accordo!»). È nervoso, racconta che sono soprattutto i sei senatori eletti in Sicilia (Francesco Campanella, Mario Giarrusso, Vincenzo Santangelo, Nunzia Catalfo, Fabrizio Bocchino e Ornella Bertorotta) «a spingere per Grasso... temono che l'agevolare un eventuale ritorno di Schifani non gli sarebbe perdonato sulla loro isola». Ornella Bertorotta, in effetti, scrive su Facebook: «Libertà di voto. È questo che abbiamo deciso».

Esce anche Andrea Cioffi.
Questo senatore napoletano è sempre tra i meno ruvidi con noi cronisti (stavolta parlava però con voce tremante).
«Ci siamo confrontati...».

Avete litigato.
«Litigato? Mah... No... Cioè... Vedete... Io...».

Avete litigato, si è sentito da fuori.
«Eh... la verità è che noi siamo ancora... noi siamo come dei bambini... bambini che non hanno esperienza».

La riunione è durata un'ora abbondante. Molti senatori grillini l'hanno vissuta con l'Ipad acceso, leggendo il dibattito che, contemporaneamente, è deflagrato sul web. Un dibattito assai controverso. Prima, i militanti sembravano spingere verso una scelta, auspicando un voto in favore di Grasso; poi, improvvisamente, non appena Grasso è stato proclamato presidente della Camera, il senatore a vita Emilio Colombo ha letto i numeri della votazione e s'è intuito che l'elezione era avvenuta anche grazie al voto di alcuni senatori del M5S, il tono dei militanti è mutato radicalmente.

Su Facebook e Twitter toni sprezzanti. «Venduti alla prima occasione!». «Vergogna!». E insulti, addirittura, a Grillo, sul suo blog.
Lui, alle 23,03, risponde con un messaggio: «Nella votazione di oggi è mancata la trasparenza. il voto segreto non ha senso, l'eletto deve rispondere delle sue azioni con un voto palese. Per questo vorrei che ogni senatore del M5S dichiari come ha votato».
Poi, la conclusione, praticamente un ordine: «Nel codice di comportamento del M5S al punto "trasparenza" è scritto: votazioni in Aula decise a maggioranza dai parlamentari. Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo, spero ne tragga le dovute conseguenze».
Molto chiaro, vediamo ora che succede.

3 - LA SCOMUNICA DI GRILLO "CHI HA TRADITO SE NE VADA"
Andrea Malaguti per "La Stampa"

È il ventunesimo punto, quello che il papa ligure non ha scritto sul programma del MoVimento, a mettere in crisi la muraglia cinese del nuovo mondo e scatena l'ira funesta di Beppe Grillo. Una crepa di buonsenso autarchico che si insinua nel monolite 2.0 nel momento esatto in cui la democrazia smette di scivolare sul web e si trasforma nella vita reale. Quando il sassolino da appoggiare sulla bilancia può decidere se a guidare il Senato debba essere una bandiera dell'antimafia o un signore incardinato al sistema e dal passato mille volte discusso. Volete Gesù o Barabba? Grasso o Schifani?

Il popolo dei cyberguardiani si divide e a sorpresa sceglie Gesù, sconfessando la linea dell'equidistanza dalla casta. Il rabbioso pontefice di Genova annuncia la scomunica per tredici cittadini-iscariota con un durissimo tweet notturno: «Nel voto di oggi è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l'eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini. Il nostro codice dice: votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari. Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori. Spero ne tragga le conseguenze». Che fai, li cacci?

Un passo indietro aiuta a capire. Il giudice di Licata Pietro Grasso e il palermitano Renato Maria Giuseppe Schifani sono sempre stati su lati opposti sulla lavagna dei Cinque Stelle. E nessuno ha mai avuto dubbi su chi fosse il buono e chi il cattivo. Non puoi fischiettare guardando in alto quando il tuo voto è destinato a incoronare il Diavolo o l'Acqua Santa. Così, non bastano presunti ordini dall'alto o discutibili strategie collettive per cancellare l'idea individuale del bene e del male. «I grillini sono come Scientology», giurava incautamente Silvio Berlusconi arrivando a Palazzo Madama inseguito dai fischi. Non poteva immaginare che di lì a poco tredici franchi tiratori l'avrebbe smentito. La setta non c'è più. O comunque è fuori controllo.

È il triplo carpiato rovesciato di Pierluigi Bersani - che curiosamente azzecca una mossa - a costringere la pattuglia antisistema a fare i conti con la propria coscienza. Boldrini e Grasso, non sono Franceschini e Finocchiaro, non li puoi respingere a priori. Per questo lo scontro interno al MoVimento esplode sotto traccia alla Camera e con evidenza sorprendente al Senato, dove la seduta d'urgenza convocata prima del ballottaggio Grasso-Schifani si trasforma presto in un gigantesco Far West. Le grida invadono il corridoio al terzo piano di Palazzo Madama sopperendo alla mancanza della diretta streaming. I siciliani sono compatti. Schifani non lo vogliono. E non vogliono neppure passare per quelli che se ne sono lavati le mani. «Votiamo Grasso. Guardate il web. Sono i nostri elettori a chiederlo».


«Se vince Schifani al ritorno in Sicilia ci fanno un mazzo così». Il Sud è con loro. Il Nord svicola. Ma l'accusa di cinismo-pilatesco o, peggio, di vicinanza «a chi puzza di malaffare», è arrivata così violenta e all'improvviso da non lasciare il tempo a nessuno di celare la sofferenza. Il portavoce Vito Crimi (dopo una lunga e misteriosa telefonata) insiste per il sostegno al proprio candidato, il venezuelano-pavese Luis Alberto Orellana.

«Tra Grasso e Schifani vincerà comunque Grasso», riflette. Gli pare che il rischio sia calcolato. «Non faremo la stampella di nessuno, il nostro atteggiamento non cambia», dirà ai media da vero talebano. Ma sarà lo stesso Orellana a fornire una versione diversa. «Ci affideremo alla nulla o alla bianca. Poi, nel segreto dell'urna, ognuno farà quello che crede». Libertà di voto?

Il siciliano Bartolomeo Pepe risolve il dubbio con un post su Facebook. «Amici, libertà di voto. Senza contrattazioni e senza trucchi. Borsellino ci chiede un gesto di responsabilità». Grillo si aspetta il contrario. È il caos. Il napoletano Andrea Cioffi, i capelli ispidi e la giacca di due misure più grandi, continua a sostenere che «esiste una linea comune» ingollando acqua. Non ci crede neanche lui. Sono bastati due giorni per consegnare la certezza che anche la democrazia-orizzontale-delle-ideeche-valgono-più-dei-singoli cammina sulle gambe di uomini e donne che non puoi gudare col joystick. Il pidiellino Lupi parla di primo inciucio «BersaniVendola-Grillo» e chiede le dimissioni del papa ligure (da che cosa?) nel momento in cui Vito Crimi lascia il Palazzo amareggiato.

«L'unica decisione presa all'unanimità è stata quella di non votare Schifani. Dentro l'urna il voto è segreto e qualcuno ha agito secondo coscienza». E' ancora Bartolomeo Pepe a chiudere il cerchio: «Da persone libere, siamo stati coerenti con l'articolo 67 della Costituzione». Libere? Allons Enfants de la Patrie. Il Pd esulta. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. «Il MoVimento ha perso la sua verginità», ulula Calderoli. Magari è un bene. Ma chi glielo spiega a Grillo? Chi glielo dice che i suoi fedeli non capiscono più la loro guida?

4 - ORELLANA: "NON AVEVAMO L'ORDINE DI VOTARE BIANCA"
Andrea Malaguti per "La Stampa"

Senatore Orellana, ha sentito che cosa ha detto Calderoli?
«Che cosa?»

Che avete perso la verginità. E non per amore.
«Una fesseria».

Per Formigoni siete crollati?
«Chi?».

Formigoni.
«In questo Parlamento gli unici ad avere idee chiare e condivise siamo noi, Si figuri se mi preoccupa Formigoni».

Quello che dicono i suoi colleghi 5 Stelle la preoccupa invece?
«Guardate che non c'è stata nessuna spaccatura. Anzi. L'idea di fondo e r a chiara: nessun appoggio a Schifani».

Pareva di aver capito: nessun appoggio a nessuno.
«Non siamo telecomandati. Ognuno di noi ha una propria sensibilità. Segue la propria coscienza. E certamente Pietro Grasso non faceva, e no fa, parte del vecchio apparato».

Dunque le piace?
«Non ho idea di come si comporterà alla guida del Senato. Ma ho idea di come si è comportato Schifani in passato. In un modo che a me non è mai piaciuto».

Grasso l'ha votato anche lei?
«....». Silenzio imbarazzato.

Senatore, svicola?
«Lasci perdere. Piuttosto vorrei sottolineare una cosa che non è piaciuta a me».

Dica.
«Questi modi da vecchia politica. Noi siamo stati chiari dall'inizio. Avevamo una linea e dei candidati. Gli altri hanno cercato accordi con chiunque giorno e notte. Poi il Pd è saltato fuori all'ultimo momento con due nomi. Non ci hanno neppure dato il tempo di riflettere. Viva la coerenza».

Voleva una consultazione sul web?
«Volevo la possibilità di una analisi più matura. È anche per questo che dal nostro capogruppo è arrivato solo un invito a votare scheda bianca o nulla. Di sicuro il suo non era un ordine. Noi non ragioniamo così».

 

 

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