LA GUERRA DEGLI INDRONATI - GLI STATI UNITI STANNO COSTRUENDO “BASI NINFEE” IN MEZZO AL DESERTO AFRICANO, PER COMBATTERE AL QAEDA CON POCHI SOLDI (E ANCORA MENO SOLDATI) A COLPI DI DRONI

Francesco Battistini e Guido Olimpio per ‘Il Corriere della Sera'

Vi daremo un ospedale. Anzi, tre: uno a Fawar, due più piccoli a Dhehiba e a Remada. E ci metteremo due milioni e mezzo di dollari. E vi manderemo i medici, le apparecchiature. E impianteremo pure un centro per la chirurgia d'emergenza... Un anno fa il nuovo ministro tunisino per la Sanità, Abdellatif Mekki, salito al potere dopo Ben Ali, decise di fare 600 chilometri e un sacco di promesse nel più dimenticato e periferico dei deserti. Il sindaco di Remada, Beshir Akrut, che da quelle parti non aveva mai visto qualcuno del governo, faticava a crederci.

Oggi ha cambiato idea: quand'è comparso anche l'ambasciatore americano, Gordon Gray, a sostenere «l'aiuto a un'area disagiata del Sud»; quando il premier tunisino Larayedh ha incontrato il generale David M. Rodriguez, veterano dell'Afghanistan e comandante dei 3.600 soldati americani di Africom; quando infine il presidente tunisino Moncef Marzouki ha decretato che l'area di Remada diventasse d'interesse militare, allora sì che il sindaco ci ha visto chiaro. Era partita l'operazione Ninfea. La costruzione della più importante base americana in Africa.

Non hanno messo un cartello lavori, una gru, un cantiere. E prima della deviazione verso Remada, di qui il Grande Erg, di lì la Libia, sullo sterrato dove comincia l'ondulée , la Guardia nazionale ha piazzato tre soldati e una transenna con un cartello zebrato di rosso: «Accès interdit».

Le betoniere vanno a rilento, con discrezione. «Quegli ospedali non sono destinati ai tunisini», ipotizza il giornale Akher Khabar : un po' perché a pagarli sarà il Pentagono, e poi perché ci sono zone del Paese che avrebbero ben più bisogno d'un intervento umanitario. Le chiamano «basi-lilypad»: ninfee nella sabbia dal Golfo di Guinea al Corno d'Africa, piccoli punti d'appoggio che l'amministrazione Obama considera più adatti a questa parte di mondo in ebollizione, a questo conflitto a bassa tensione, contro questo nemico jihadista che si muove come un esercito, ma colpisce come un terrorista.

Una è già spuntata in Niger, altre in Mauritania, nel Burkina Faso e nel nord del Mali: qualche hangar per i droni, un pugno di soldati, un po' di finti aerei da turismo stracarichi d'attrezzature elettroniche, il tutto coordinato da Stoccarda e da un centro a Gibuti. Washington ha un accordo strategico con Parigi e spesso i francesi coprono la presenza americana.

Anche a Remada, dove c'è già una pista d'atterraggio, gli uomini Cia hanno l'ordine di sparire (e non farsi fotografare dai giornali algerini, com'è capitato). Del resto, non c'è granché motivo d'andare in giro: il villaggio è la fine della terra, 5 mila abitanti e un Café Bleu frequentato soprattutto dalle mosche, una caserma scrostata dei tempi di Bourghiba, un viavai di libici, il contrabbando intorno a vecchi pozzi di petrolio mal usati.

Ogni tantissimo, perché non è più aria, in questo profondo Sud cala qualche pullman di turisti per vedere le rocce dove Hollywood girò «Guerre stellari - La minaccia fantasma», fotografare la cittadina di Tataouine che ispirò gli sceneggiatori e il loro fantascientifico pianeta Tatooine, tirare subito dritto per evitare spiacevoli incontri...

La guerra dei droni voluta da George Bush, come la guerra ai cloni inventata da George Lucas, è già cominciata. E gli emissari dell'Impero avranno anche qui una missione precisa: pattugliare, spiare, respingere, nella stessa area che servì al rifornimento d'armi dal Qatar durante la rivolta libica.

Uno studio della Heritage Foundation rivela che Washington sta riconsiderando la sua presenza militare in Nord Africa e che le due «ninfee» principali, in Marocco e in Tunisia, permetteranno interventi rapidi in qualsiasi punto del continente: di questo s'è parlato nel recente tour magrebino del segretario di Stato americano, John Kerry. Alcuni reparti Usa di rientro dall'Afghanistan saranno addestrati a operare nel deserto, il Pentagono ha lanciato un bando per arruolare contractor fra ex militari dei Paesi arabi: saranno usati come «nemici» nelle simulazioni.

Nell'oasi libica di Ghat, un gruppo di uomini Delta Force lavora già da mesi con le forze speciali di Tripoli e d'Algeri: sono lì, oltre che per controllare la via verso la Siria, per intercettare un po' di quei 20 mila Manpads - gli antimissile portatili, capaci d'abbattere un aereo di linea - spariti dagli arsenali di Gheddafi. Gli americani si starebbero installando anche a Ben Gardane, a Médenine, a Zarzis per controllare le acque libiche.

E un colonnello Africom, con esperti di topografia, marines e apparecchiature satellitari, si troverebbe già sui monti di Chaambi, alla frontiera algerina. «Gheddafi, Mubarak e Ben Ali hanno sempre detto no agli americani - spiega un fedelissimo dell'ex presidente tunisino -. Ma agl'islamisti è bastato poco, per diventare realisti: hanno ceduto diritti sulle riserve energetiche in cambio di sicurezza contro Al Qaeda. La chiave sono stati alcuni viaggi di John McCain (l'ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, ndr ), che ha buoni rapporti coi nuovi dirigenti».

Poiché nulla è ufficiale, piovono smentite. Otto, dal governo tunisino. Due, dall'ambasciata americana a Tunisi. Lo scorso settembre è stato però il vecchio e malato Abdelaziz Bouteflika, il presidente algerino, a strappare il velo: «L'Algeria non accetterà alcuna base militare ai suoi confini, anche se nel nome della lotta al terrorismo». Un altolà. La paura è la piazza, nei Paesi che hanno dato il maggior numero di «martiri» alla Siria. E dove la minaccia d'una nuova guerra santa, altro che guerre stellari, è agitata come un fantasma.
(ha collaborato Farid Adly)

 

 

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