RED CARPET PER HOLLANDE IN ISRAELE - “MAI L’ATOMICA ALL’IRAN” E “BUDINO” SOSTITUISCE OBAMA – EBREI E SAUDITI LAVORANO A UN PIANO D’ATTACCO CONTRO TEHERAN!

Alberto Mattioli per "La Stampa"

«Tamid esha'er haver shel Israel!», sarò sempre amico di Israele. Così, in ebraico. La frase è di François Hollande, da ieri in visita di tre giorni in Israele e Palestina. I maligni dicono che il Président è paradossalmente venuto a cercare nell'angolo più tormentato del mondo un po' di pace dai suoi guai domestici.

Però la tournée arriva in un momento importante: mercoledì riprendono a Ginevra i negoziati fra l'Iran e il «5+1» (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu più la Germania) sul programma nucleare di Teheran. E la Francia è stata protagonista dell'ultima tornata dei colloqui, anzi secondo molti è stata l'intransigenza francese ad affondare un accordo che era ormai a portata di mano. Per il Quai d'Orsay non è vero; per altri, è stato solo un gioco delle parti; di certo attualmente sul dossier Parigi è percepita da tutti come il «falco». Anzi, è l'unica cosa sulla quale israeliani e iraniani sono d'accordo.

Da qui la straordinaria cordialità dell'accoglienza riservata a Hollande in Israele. Shimon Peres l'ha paragonato a Léon Blum, Benjamin Netanyahu ha annunciato che avrebbe steso il «tappeto rosso» al suo «amico intimo» François (che ha incontrato per la prima volta il 31 ottobre 2012).

Hollande ha ricambiato fin dal primo dei suoi molti discorsi (ne farà uno anche alla Knesset): «Non ammetteremo mai che l'Iran possa avere l'arma nucleare. Perché è una minaccia per la sicurezza di Israele, ma anche per il mondo. Noi cerchiamo un accordo, noi vogliamo un accordo, perché pensiamo che la diplomazia sia preferibile a ogni altra via o soluzione.

Ma questo accordo sarà possibile solo se l'Iran rinuncerà definitivamente all'arma nucleare». Musica per le orecchie degli israeliani, molto irritati in questo periodo con Washington e in particolare con il segretario di Stato, John Kerry, che oltre a essere più possibilista dei francesi sull'Iran chiede concessioni nella trattativa con i palestinesi (però anche Hollande ha chiesto a Gerusalemme dei «gesti, specie sugli insediamenti»).

Il gioco di sponda con Parigi viene quindi considerato interessante, anche perché i francesi sono notoriamente in ottimi rapporti, non solo politici ma anche d'affari, con l'Arabia e le monarchie del Golfo, spaventate dalla bomba iraniana.

L'attività diplomatica è in ogni caso assai intensa. Mercoledì Netanyahu vola a Mosca per vedere Putin (il cui ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ripete che un compromesso con Teheran «è una buonissima occasione che non bisogna mancare») e venerdì riceve Kerry. Gli iraniani fanno pretattica. Il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, ammette che «è possibile arrivare a un accordo». Ma il suo vice Abbas Araghchi, si aspetta «dei negoziati difficili».

2. ISRAELE E RIAD TEMONO L'ACCORDO E LAVORANO AI PIANI D'ATTACCO-SAUDITI PRONTI A CONCEDERE IL PROPRIO SPAZIO AEREO AI JET
Maurizio Molinari per "La Stampa"

Lo spazio aereo saudita come trampolino per l'attacco israeliano al nucleare iraniano: ad alzare il velo sull'avanzamento della convergenza strategica fra Riad e Gerusalemme è il «Sunday Times» mentre da Washington filtrano dettagli su un coinvolgimento anche degli Emirati Arabi. Sarebbe il re saudita Abdullah ad aver autorizzato i militari ad offrire a Israele lo spazio aereo per accorciare la rotta dei caccia verso gli impianti nucleari.

È un piano aiutato dalla geografia: Israele e Arabia Saudita si «guardano» a cavallo del Golfo di Aqaba e a dividerli sulla terraferma è la Giordania, alleata di entrambi. L'autorizzazione di Riad riguarderebbe, per il quotidiano britannico, sorvoli di jet, impiego di droni, uso delle cisterne per i rifornimenti e ricorso ad elicotteri per il recupero dall'Iran di piloti abbattuti. Sono indiscrezioni che disegnano una cooperazione israelo-saudita - forse con tacito avallo di Amman - assai avanzata.

Le missioni di «estrazione e soccorso» in particolare implicano il posizionamento di unità di emergenza a ridosso della zona di operazioni e ciò implica che Riad conceda a Gerusalemme - con cui non ha relazioni diplomatiche - l'accesso a proprie basi. Simon Henderson, responsabile degli studi sul Golfo al «Washington Institute», aggiunge due dettagli.

Primo: «Esiste una cooperazione di basso profilo fra Emirati Arabi e Israele» che estende ad altri Paesi del Golfo la strategia saudita e può consentire di avere più punti di entrata in Iran. Secondo: «L'accelerazione saudita è frutto del disappunto per il mancato intervento Usa in Siria». Riad, secondo Henderson, legge la volontà Usa di compromesso con Teheran sul nucleare come una conferma della decisione di non attaccare Assad, arrivando a concludere che Washington sta «cambiando atteggiamento» verso l'asse Iran-Siria avversario dei Paesi sunniti.

É una tesi che deve molto al principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore a Washington e capo dell'intelligence. «La volontà saudita di cooperare all'attacco all'Iran - spiega Henderson - segue la scelta di Riad di avere in Siria un alleato diverso dagli Usa nell'addestrare i ribelli sunniti, puntando su Pakistan e Francia».

Si tratta di un riposizionamento di Riad che Jon Alterman, direttore del Medio Oriente al Centro di studi strategici internazionali (Csis), spiega con «il timore che le politiche Usa stiano portando ad un dominio dell'Iran sul Golfo che è da sempre l'incubo peggiore». «I sauditi vogliono fermare l'Iran adesso - concorda Bernard Haykel, arabista della Princeton University - perché temono che non facendolo saranno costretti a combattere gli sciiti in casa». Per il «Sunday Times» potrebbe essere l'accordo a Ginevra sull'Iran ad accelerare i preparativi israelo-sauditi. Da qui le parole di Netanyahu alla «Cnn»: «Se arabi e Israele in Medio Oriente dicono cose simili significa che sta succedendo qualcosa».

 

 

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