I NOMI CAMBIANO, LE TASSE RESTANO: TUTI I BALZELLI E I RINCARI CHE CONTINUIAMO A SUBIRE DA 15 ANNI

Roberto Mania per "La Repubblica"

L'hanno chiamato pomposamente federalismo fiscale, abbiamo scoperto che si traduceva prosaicamente in: più tasse per tutti. È il frutto avvelenato del fisco creativo della seconda Repubblica che - certo - insieme alla ubriacatura a corrente alternata per le devoluzioni ha dovuto fare i conti con il debito monstre prodotto dalla prima Repubblica dei partiti.

Siamo arrivati così a una pressione fiscale che sfiora il 45 per cento. Tasse, tasse e sempre tasse. Con una babele di acronimi orribili (Ici, Irap, Irpef, Tarsu, Tia, Imu, Ires), altri improponibili e dal futuro già segnato (Tares che è anche una pistola, usata dai poliziotti americani, per sparare scariche elettriche) fino ad approdare ai confortevoli ma assai nebulosi anglicismi: Service tax. E cioè?

Dal 1996 al 2011, in quindici anni, le entrate tributarie dei governi locali (Regioni, Province e Comuni), bilanci dello Stato alla mano analizzati dal centro studi della Cgia di Mestre, sono letteralmente esplose: + 114,4 per cento, pari in termini assoluti a una crescita di circa 102 miliardi di euro. Sono usciti dalle tasche degli italiani per andare (più o meno) nelle casse dei governi locali ai quali lo Stato centrale ha via via attribuito più competenze ma anche tagliato più trasferimenti. I Comuni, mediamente, sono con l'acqua alla gola.

Quelli praticamente falliti come Taranto, Catania e la stessa Roma sono stati salvati. Dallo Stato centrale, però. Con le tasse di tutti, senza che nessuno abbia mai pagato pegno.
Si è cominciato con l'Ici, agli albori della seconda Repubblica, era il 1992. L'imposta comunale sugli immobili.

Che però è stata prima abolita (Silvio Berlusconi ci vinse la sua penultima campagna elettorale) proprio quando arrivava (si fa per dire) il federalismo fiscale, per essere sostituita dall'Imu che però non piace più e diventerà Service tax, di cui faranno parte la Tari, che prenderà il posto della Tarsu o della Tia (le imposte sui rifiuti), e la Tasi, ossia la «misteriosa» (copyright di Massimo Bordignon sul sito lavoce. info)
imposta sui servizi indivisibili.

I criteri per il prelievo della Service tax saranno fissati dai singoli Comuni con alcuni paletti stabiliti dal governo centrale. Alla fine una girandola di sigle che - chissà perché - fa venire in mente la celebre frase del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Appunto.

Una tassa nuova con le vecchie dentro sembra un buon metodo. Già sperimentato. Con l'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive), ad esempio, la tassa più odiata dagli imprenditori italiani. Che nel 1998, assorbì i contributi sanitari, la tassa sulla salute, l'Ilor e l'Iciap. Sull'Irap e sull'Irpef poi - lo sappiamo a spese nostre - le Regioni possono intervenire con la loro "addizionale" che vuol dire far pagare di più soprattutto per colpa dei buchi nella sanità.

Meccanismo che non va confuso con quello della "compartecipazione" (i vari livelli di governo si distribuiscono l'entrata) che vale anche, per esempio, per le accise sulla benzina. Sempre tasse sono. Con più esattori, però. E sempre gli stessi contribuenti.

Tasse e tariffe. Perché altrimenti come si fa a finanziare i servizi locali, dai trasporti alla raccolta dei rifiuti, dalla fornitura della luce a quella dell'acqua? A questo servono le tariffe. E per colpa della crisi, delle politiche di austerity imposte dalla Commissione di Bruxelles e dalla Bce di Mario Draghi, e il conseguente drastico taglio dei trasferimenti dal centro alla periferia, le tariffe locali si sono impennate.

In un anno - dati dell'Uniocamere - sono aumentate del 4,9 per cento, ben oltre il tasso di inflazione che, nell'arco dell'ultimo anno, si è attestato intorno al 3 per cento. Ed è nei trasporti che l'incremento del costo del servizio è stato tra i più marcati: in media +5,3 per cento con un picco del 9,3 per cento nei collegamenti extra urbani. Solo di poco inferiore l'aumento delle tariffe per la fornitura dell'acqua: + 6,7 per cento. E + 4,7 per cento quello per i rifiuti.

Che cosa resta del liberale principio "no taxation without representation"? L'illusione che quando si va alle urne (nazionali e locali) qualcuno prima o poi mantenga la promessa di abbassarle le tasse senza sostenere di non poterlo fare per colpa del buco lasciato in eredità dal suo predecessore. E senza cambiare solo il nome alle vecchie tasse.

 

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