proteste in paraguay

GROSSI GUAI IN PARAGUAY - LE FORZE DI OPPOSIZIONE AL PRESIDENTE HORACIO CARTES ASSALTANO E DANNO FUOCO AL PARLAMENTO DOPO LA MORTE DEL 25ENNE RODRIGO QUINTANA, DURANTE LE PROTESTE SCOPPIATE AD ASUNCION CONTRO IL GOVERNO (VIDEO) - DAL VENEZUELA AL BRASILE, ECCO COME STA SCOPPIANDO LA “CONTRORIVOLUZIONE” DELL’AMERICA LATINA

 

1 - PARAGUAY NEL CAOS: A FUOCO IL PARLAMENTO

Luigi Guelpa per “il Giornale”

HORACIO CARTESHORACIO CARTES

 

In Paraguay le forze di opposizione sono convinte che il 25enne Rodrigo Quintana, il giovane ucciso durante le proteste scoppiate venerdì ad Asuncion, sia l' equivalente di Mohamed Bouazizi, il ragazzo che si diede fuoco a Sidi Bouzid, in Tunisia, innescando la primavera araba.

 

In realtà il Paraguay è collocato geograficamente agli antipodi, in pieno autunno, ma la morte di uno dei simboli delle proteste di piazza, rappresentante del movimento anti-governativo «Liberal Radical Autentico», potrebbe incendiare ancora di più gli animi. Violenze e tensioni sono esplose dopo il voto con cui il Parlamento ha riformato la Costituzione permettendo al presidente in carica, il conservatore Horacio Cartes, di poter essere rieletto nel 2018.

 

Quella di mettere mano alla carta costituzionale è una pratica diffusa in buona parte dell' Africa nera, dove si è creato il profilo del «presidente a vita», da Mugabe (Zimbabwe) a Biya (Camerun), passando per Dos Santos (Angola) e Obiang (Guinea Equatoriale).

Il Paraguay non si considera terzo mondo, non accetta la mossa a sorpresa di Cartes, temendo di rivivere i 35 anni della dittatura del generale Alfredo Stroessner.

 

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Per queste ragioni in migliaia sono scesi in strada, a volto coperto, attaccando il palazzo del Congresso e appiccando un incendio al primo piano, quello che ospita la sala bicamerale del Parlamento e gli uffici di vari deputati. I danni sono stati ingenti e i feriti almeno 70 (18 dei quali giornalisti), fra i quali almeno tre senatori.

 

Purtroppo gli scontri si sono trasferiti nel centro della città, fino alla sede del Partido Liberal Radical Autentico, assaltata dalla polizia. È stato il leader del movimento, Efrain Alegre, a comunicare la morte di Quintana, ucciso da Gustavo Florentin, agente che attualmente si trova in stato di fermo, assieme ad altre 220 persone. «I militari sono entrati urlando, vi ammazziamo tutti», ha raccontato Alegre.

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A questo punto diventa davvero limitativo definire quella del Paraguay, 7 milioni di abitanti, una semplice crisi istituzionale. Dal 1992 la rielezione del Presidente era vietata per proteggere il Paese dalle dittature. La controversa votazione sulla rieleggibilità si è tenuta nella sede del Senato, poiché la sala plenaria era occupata dai rappresentati del Partido Liberal, contrari alla riforma.

 

La legge prevedeva il voto favorevole di 30 senatori, ma l' emendamento è passato con sole 25 preferenze. Cartes da parte sua è apparso sabato mattina sugli schermi di Canal 13, chiedendo alla cittadinanza «di non lasciarsi coinvolgere da coloro che da mesi promettevano violenza e spargimenti di sangue. Ci sono malfattori che vogliono scardinare la stabilità del Paese». Nel suo stesso partito però ci sarebbe una corrente pronta a chiederne le dimissioni.

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Il Paraguay «ha avuto la miglior crescita economica di tutto il Sudamerica negli ultimi 30 anni», aveva rivelato poco tempo fa, proprio al Giornale, il ministro dell' Industria Gustavo Leite, di fatto collocando sulle mappe una nazione conosciuta fino a quel momento per le gesta dei suoi alfieri dello sport (José Luis Chilavert) e della letteratura (Augusto Roa Bastos).

 

2 - CONTRORIVOLUZIONE AMERICA LATINA

Mimmo Candito per “la Stampa”

 

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È un' autentica tempesta politica, la cronaca di questi ultimi giorni in America Latina. La «Revolución», che eppure è da sempre un tradizionale marchio ribaldo del subcontinente, questa volta non ha alcuna bandiera da consegnare alle proteste popolari, ai moti di piazza, ai saccheggi e ai morti ammazzati nelle strade delle città in rivolta.

E però da Nord a Sud, dal Venezuela all' Argentina, dall' Ecuador al Paraguay, dal Brasile al Messico, non c' è angolo, quasi, del Sud America che non venga investito da una ondata di proteste contro governi e Presidenti in carica.

 

E allora, se non è la Revolución, se non c' è di mezzo né il Che e nemmeno Fidel, se Pancho Villa non c' entra, né Bolivar e neanche San Martín, allora che cosa sta accadendo in America Latina? A suo modo, ogni Paese dà una propria risposta.

 

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Prendiamo il Brasile, che da solo vale quasi quanto la somma di tutti gli altri. A scendere in piazza, e a protestare contro il presidente Michel Temer, sono stati in questi giorni quasi 100 milioni, per una crisi politica ed economica che sta cambiando la storia recente d' un Paese che sembrava destinato a farsi leader mondiale - già inserito a pieno titolo nel gruppo in ascesa dei Brics - e che oggi deve invece misurarsi con 13 milioni di disoccupati, con una caduta del Pil del 3 per cento, con un Presidente mal sopportato nato dall' impeachment della titolare Dilma Roussef, e con uno scandalo, il «Lava Jato», al confronto del quale il nostro «Mani Pulite» sembra un episodio da educande.

 

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La Revolución non c' entra, e la rabbia non ha fatto ancora morti per strada. A differenza, invece, di quanto è accaduto in Paraguay, dove la protesta contro il tentativo del presidente in carica, Horacio Cortés, di modificare la Costituzione, e consentirsi una rielezione, ha spinto i manifestanti ad assaltare il Senato, metterlo a fuoco e fiamme, e a scontrarsi con la polizia, chiamata perfino a una carica di cavalleria per tentare di contenere la folla.

 

Questi progetti di riforma costituzionale sono una tentazione ricorrente dei Presidenti sudamericani, senza poi particolari distinzioni tra destra e sinistra: una volta insediati, la voglia di «fare il bene del popolo» li sollecita ad immaginare che il potere che hanno ricevuto meriti di ottenere l' estensione di (almeno) un altro mandato, e accendono tensioni e rivolte che non sempre finiscono pacificamente.

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È anche il caso di quanto sta accadendo in Venezuela, dove la deriva autoritaria del regime del presidente Maduro, improbabile successore di Hugo Chávez, aveva raggiunto il punto più basso l' altro ieri, quando la Corte suprema aveva esautorato il Parlamento - controllato dagli oppositori del regime - e di fatto aveva chiuso il ciclo della instaurazione di una dittatura, senza più distinzioni di poteri.

 

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Ma ieri, con un atto perfino impensabile, Maduro si è vestito di una grisaglia impeccabile e, serio in volto che pareva un vero democratico, si è presentato davanti alle telecamere nazionali per dire che non se ne fa niente, che lui non lo avevano nemmeno avvisato, e che non può essere, bisogna ripensarci. L' austero proclama ha sorpreso fedeli e nemici, ma il sistema resta chiuso in una spirale sempre più soffocante, con una penuria d' ogni bene di prima necessità, una inflazione ormai vicina al 1000 per cento, e una conflittualità sociale che sfiora continuamente la guerra civile.

 

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E poi c' è l' Equador che vota oggi il nuovo Presidente, con il rischio per Julian Assange, il papà di WikiLeaks, d' esser sbattuto fuori dal comodo rifugio dell' ambasciata di Londra e finire nelle mani degli americani; e c' è l' Argentina che marcia contro il presidente Macri e i suoi decreti anti-migrazione, e c' è il Messico schiacciato dal muro di Trump e dalla prospettiva di una crisi di delocalizzazione che spingerebbe alla perdita del lavoro milioni di operai delle fabbriche «yanqui», e c' è il Nicaragua dei sandinisti ingolositi di potere, e il Salvador della vecchia guerra per bande, e tanta altra tensione, e rabbia, e proteste popolari, dovunque si guardi. Ma Revolución no, questa non c' entra.

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La spiegazione sta soprattutto nella crisi diffusa di un continente che aveva vissuto speranze esaltanti grazie alla crescita dei prezzi delle materie prime e oggi ne sconta la caduta senza aver approntato riforme e interventi che modificassero le vecchie strutture sociali ereditate dalla cultura politica del tempo della colonia: in ogni frontiera, il mancato radicamento di una borghesia nazionale ha consegnato il potere all' esercizio di una lotta tra oligarchie dove il confronto si fa scontro di fazioni che puntano a perpetuare la gestione degli interessi di parte, sorda a qualsiasi progettualità pur vagamente «nazionale». La Revolución è un progetto collettivo, e per ora, invece, ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto .

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