LET IT SNOWDEN - L’EX DIRETTRICE DEL ‘’NYTIMES’’ JILL ABRAMSON: ‘’IL CASO SNOWDEN CI HA INSEGNATO CHE I MEDIA DEVONO PUBBLICARE TUTTO’’ – ‘’OBAMA? PEGGIO DI BUSH. È IL PIÙ OSSESSIONATO DALLA SEGRETEZZA’’ - L’APPELLO A SNOWDEM: ‘’CHIAMAMI, GIUSTO PER CAPIRE COSA POTREMMO FARE INSIEME”

Paolo Mastrolilli per “la Stampa”

 

jill abramson jill abramson

«Edward, chiamami!». Jill Abramson è gelosa, perché non ha mai incontrato l’ex agente della Nsa Snowden. E’ arrabbiata, perché «la Casa Bianca di Barack Obama è la più segreta con cui abbia lavorato», e questo «tradisce l’idea dello stato che avevano i nostri padri fondatori». Ed è delusa, perché «i media hanno perso interesse per il tema dello spionaggio dei cittadini e la violazione delle loro libertà civili».
 

L’occasione per incontrare l’ex direttrice del «New York Times» è una lecture organizzata da Emily Bell, responsabile del Tow Center for Digital Journalism alla facoltà di Giornalismo della Columbia University, nell’ambito di una serie di conferenze intitolata proprio «Journalism after Snowden».

 

Pochi possono parlarne meglio di Jill, che era capo della redazione di Washington del «New York Times» l’11 settembre 2001, caporedattore quando scoppiò il caso Wikileaks, e direttore quando esplose lo scandalo Snowden. E’ venuta a difendere le soffiate: «Il mio pensiero si è evoluto, ora credo che i media dovrebbero pubblicare tutto, tranne rari casi di guerra in cui le informazioni potrebbero danneggiare il Paese, o mettere a rischio la vita di persone».

 

snowdensnowden

Lei è stata nella posizione di prendere queste decisioni: «Un venerdì sera, mentre ero sul treno per andare nella mia casa di campagna in Connecticut, mi chiamò il direttore nazionale dell’intelligence, Clapper, per chiedermi di non pubblicare un articolo sulle loro intercettazioni in Yemen, che avevano captato una telefonata del nuovo capo di al Qaeda Zawahiri. Mi avvertì che se il pezzo usciva, avrei avuto il sangue sulle mie mani. Pubblicammo l’articolo, ma senza il nome di Zawahiri, e sbagliammo, perché non avremmo fatto alcun danno».

 

Jill era arrabbiata con Bush ai tempi della sua amministrazione, perché per un anno l’aveva costretta a non pubblicare la notizia che la Nsa faceva intercettazioni senza chiedere l’autorizzazione. Ora è ancora più arrabbiata con Obama: «Credo che abbia sentito la pressione di dover essere duro col terrorismo quanto Bush, ed è andato anche oltre. Ha fatto aprire otto cause per perseguire i leaks, tre contro giornalisti del “Times” come Jim Risen, che ora rischia la galera. Non era mai successo prima, e non è così che i padri fondatori avevano immaginato il nostro Paese. Per loro la libertà di espressione era il fondamento della democrazia, contrapposta al potere assoluto della monarchia britannica».
 

obama tony abbott koala obama tony abbott koala

Abramson rimpiange di aver bucato l’inizio del caso Snowden: «Non voleva lavorare col Times, proprio perché avevamo accettato di pubblicare articoli incompleti, su richiesta del governo. Poi però il direttore del Guardian, Rusbridger, mi chiamò per chiedermi di custodire la parte dei documenti relativa ai servizi britannici, perché sapeva che sarebbe stato bloccato dal suo governo. Li mettemmo in cassaforte al Times, ma non avevamo neppure il codice per leggerli. Poi Alan ce lo diede, e cominciammo a lavorarli in una stanza senza finestre, dove era vietato entrare con i cellulari perché la Nsa poteva trasformarli in microfoni spia».

 

Se tornasse indietro, Jill sarebbe ancora più aggressiva: «Anche i giornalisti sono patrioti e responsabili, ma il compito dei media è controllare il governo, rendendolo accountable davanti alla gente. E poi ora, con i social media e tutto il resto, come nascondi le notizie? I nomi che non pubblicammo noi, li rivelò subito Wikileaks». La sua impressione è che il governo, proprio a causa di questa proliferazione, stia diventando sempre più geloso dei suoi segreti.

 

george w. bush 2001:2008george w. bush 2001:2008

Dice che lo Stato non dovrebbe perseguire neppure i suoi funzionari che diventano delatori, «perché non fanno danni». Il problema, piuttosto, è che i media stanno diventando troppo timidi: «L’interesse è scemato.

 

Un po’ dipende dal fatto che i giornali per natura tendono sempre a guardare alla prossima grande storia, e si stancano della vecchia. Forse è colpa dell’agenda politica che giornalisti come Glen Greenwald hanno mostrato di avere, ad esempio quando ha fondato il suo sito. Molto però dipende dal clima di intimidazione creato dal governo, per cui tanti colleghi mi dicono che non riescono più a parlare con le loro fonti». Perciò Jill si aspetta una chiamata da Snowden: «Così, giusto per sentire cosa potremmo fare insieme».

 

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