KAZAKI AMARI PER IL PD – LETTA VS RENZI: “CAVALCA LA VICENDA ALFANO PER FARMI CADERE” – IL SINDACO: “VADA A RIFERIRE IN AULA”

1 - ED È LITE TRA LETTA E RENZI "MATTEO, VUOI FARMI CADERE" "ENRICO, HAI PERSO SERENITÀ"
Fabio Martini per "la Stampa"

La maledizione, l'eterna maledizione dei capi di governo italiani all'estero, si ripropone alle sei della sera nel centro di Londra. Enrico Letta, nel suo gessato grigio tasmania, a sottilissime righe bianche, si presenta all'ingresso della Chatam House, uno dei pensatoi più prestigiosi del mondo, dove è atteso per una relazione sui rapporti tra Italia e Gran Bretagna, ma in quegli stessi minuti, a Roma, il governo è sull'orlo del precipizio dopo le comunicazioni del vicepremier Alfano al Senato. Alla Chatam, davanti allo schieramento dei cronisti italiani in attesa di una battuta, qualsiasi essa sia, Letta ovviamente non può smentire la sua fama. Prima sorride, poi dice a mezza bocca «va tutto bene» e appena sente un giornalista che dice «niente domande italiane, vero?», lui finalmente sorride sincero: «Ecco!».

Certo, mezzora più tardi, davanti al pubblico inglese della Chatam House, Letta non può non rispondere alla domanda di un giornalista inglese che gli chiede se il governo italiano reggerà alla vicenda kazaka e ad una eventuale condanna di Silvio Berlusconi: «Non ho dubbi che il governo andrà avanti e supererà questi ostacoli». Enrico Letta usa un lessico forlaniano quando le cose vanno bene, figurarsi quando vanno male. E ieri le cose si sono messe male dopo la relazione, giudicata da più parti, di basso profilo di Angelino Alfano.

Ma soprattutto - ecco la vera novità della giornata, destinata ad avere ripercussioni - Enrico Letta e Matteo Renzi per la prima volta hanno seriamente litigato. Ovviamente per telefono. Prima con uno scambio di sms, poi in viva voce. Enrico Letta si è convinto e lo ha detto a Renzi - che il sindaco stia «"cavalcando" in modo improprio la vicenda Alfano», per indebolire il governo, o peggio per farlo cadere. E' la tesi anche di una parte del centrodestra, ma Renzi si è risentito della dietrologia lettiana: «Ora sarà colpa mia se hanno espulso una bambina di sei anni, figlia di un dissidente del Kazakiastan! Tu hai perso la serenità, Enrico». Lo scambio si è infittito e l'ultima telefonata è finita male.

Ad alimentare le dietrologie del premier ha contribuito successivamente una dichiarazione proprio di Renzi che, nel corso di un dibattito durante il quale era stato attento più di altre volte a smorzare i toni, aveva detto: «Prendo atto che il vicepremier va alle 20 alla Camera: dopodiché, la vicenda riguarda il presidente del Consiglio, sia lui a valutare quello che è accaduto. Immagino andrà in aula egli stesso e dovrà prendere posizione sulla vicenda, dovrà dire se le considerazioni di Alfano lo avranno convinto o no».

Una dichiarazione lineare che però, a Roma, alimentava nuove dietrologie, col timore del segretario del Pd Guglielmo Epifani che l'imminente votazione sulla mozione di sfiducia Sel-Cinque Stelle, nei confronti di Alfano possa trasformarsi in una Waterloo per i gruppi parlamentari del Pd, dove la posizione critica di Renzi nelle ultime ore sta conquistando consensi. Ecco perché il Pd sta provando a disinnescare quella votazione, sondando l'ipotesi che Alfano possa autonomamente farsi da parte.

Ma anche Matteo Renzi ha qualche motivo per sospettare le mosse della coppia Epifani-Letta. I due si sono parlati anche ieri per telefono per una valutazione della situazione e poi nel corso della giornata il segretario del Pd, rispondendo ad una domanda sulla possibile candidatura di Letta a premier alle prossime elezioni politiche, ha detto: «Dico sì, ma molto dipenderà da come andrà la vicenda del governo: oggi Letta ha un impegno difficilissimo e deve avere il nostro sostegno. Dico ovviamente sì ma deciderà lui». Ovviamente Renzi non ha paura di confrontarsi con Enrico Letta, purché - si ragiona a Firenze - il confronto sia misurato dalle Primarie e non si decidano candidature a tavolino.

2 - RENZI PUGNALA LETTA, PD NEL CAOS
Laura Cesaretti per "il Giornale"

«L'assemblea del gruppo Pd prevista per questa sera è rinviata ad altra legislatura». Il messaggino che girava ieri pomeriggio sui cellulari dei parlamentari democrat era l'opera di un burlone (insider) ma la dice lunga sul clima che si respira nel partito del presidente del Consiglio. Il quale, da Londra dove incontra Cameron, fa sapere di essere «ottimista sulla stabilità del governo», che «supererà questi ostacoli». Ma sa bene che la tensione interna è alle stelle.
Ufficialmente dal Pd non dovrebbero arrivare voti alla mozione di sfiducia ad personam presentate da Sel e M5S contro il ministro degli Interno Angelino Alfano: «Neanche per sogno», assicura il renziano Paolo Gentiloni. Ma la linea della difesa a tutti i costi del governo di larghe intese vacilla ogni giorno di più, e ieri puntuale è arrivato un nuovo duro strappo di Matteo Renzi, sul dossier più scottante: «La vicenda della kazaka Alma Shalabayeva riguarda il presidente del Consiglio dei ministri, che dovrà andare alla Camera, prendere posizione e decidere se le motivazioni di Alfano lo hanno convinto o no», dice il sindaco di Firenze, perché «la questione in gioco è la credibilità del Paese».

Una presa di posizione che preannuncia un'escalation del dissidio dentro il Pd, che forse non arriverà al voto di sfiducia ma indebolisce ugualmente il governo. La notte democratica è stata agitata e qualcuno ha fatto sapere agli alleati del Pdl che ora il Pd non può garantire che un gruppo di dissidenti non decida comunque di dare un segnale e votare contro. Letta, che sperava di stare fuori dal caso kazako, è stato molto chiaro con i dirigenti del suo partito, che gli facevano presente il mal di pancia interno e le difficoltà a difendere Alfano, chiedendogli di «staccare il destino del ministro da quello dell'esecutivo» e di sacrificare uno scalpo importante per consentire al Pd di compattarsi a sostegno del governo (e tacitare anche Repubblica e il suo cannoneggiamento).

«Ci ha spiegato che non esiste, che se cade Alfano nel Pdl vincerebbero i falchi e la maggioranza salterebbe, e che il rapporto di fiducia e lealtà che ha con il vicepremier non è sostituibile». Dunque il Pd non ha scelta, se non vuole aprire la crisi. Il segretario Epifani cerca di tenere buoni i suoi usando toni duri contro Alfano («Se sapeva deve dimettersi») e ribadendo però che la crisi va evitata. Ma rischia di alimentare la confusione: «Se questa è la linea, allora deve chiederci di votare la mozione di sfiducia», tuona il senatore Esposito.

Se il Pdl fa quadrato attorno all'esecutivo, dice che «deve andare avanti» e ribadisce il proprio «totale e pieno sostegno» al vicepremier, il Pd traballa vistosamente. Il bersaniano Zoggia fa la voce grossa contro Renzi: «Il Pd è chiamato a una prova di coesione sul governo» e «non è consentito a nessuno fare più uno sull'anti-berlusconismo».

E minaccia: «Questo percorso», ovvero il governo delle larghe intese, «o si fa assieme o ne va anche del nostro stare assieme». In ballo c'è l'esistenza stessa del Pd, di cui Renzi vuol fare il leader: se non è una minaccia di scissione anti-renziana, poco ci manca. «Se non ci spacchiamo su Alfano ci spaccheremo sulla vicepresidenza della Camera alla Santanchè, o sul prossimo problema: basta aspettare, prima o poi la partita congressuale del Pd si scaricherà tutta contro il governo», sospira fatalista un parlamentare vicino a Franceschini.

 

 

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