GUERRA DI CLASSE 2013: PRENDI LA SOCIETA’ E DIVIDI PER SETTE

QUI IL TEST DAL SITO DELLA BBC:

http://www.bbc.co.uk/news/magazine-22000973

 

1 - A LONDRA PIÙ CLASSI (SOCIALI) PER TUTTI DAI PRECARI AI NUOVI RICCHI, ORA SONO SETTE
Alessandra Baduel per "la Repubblica"

Il signore con la lobbia, l'impiegato con la bombetta, il lavoratore con la scoppola: queste erano, finora eterne e incontrastate, le tre immagini delle classi sociali inglesi, distinte fin dal cappello in "upper", "middle" e "working class". Ma ora in Gran Bretagna le classi sociali sono diventate sette, con l'élite seguita da due "middle class" e con i "worker" tradizionali sovrastati dai lavoratori arricchiti e seguiti dai lavoratori emergenti del terziario. L'analisi che lo certifica è autorevolmente prodotta dalla Bbc con i professori Mike Savage della London School of Economics e Fiona Devine dell'Università di Manchester, che hanno analizzato i dati forniti da 161mila persone.

Lo studio non si è basato solo su occupazione, istruzione e reddito, ma sull'intrecciarsi di tre dimensioni differenti, economica, sociale e culturale, valutando i tre "capitali" che una persona può avere. Il primo, materiale, computa introiti, risparmi, valore dell'abitazione. Il secondo analizza quantità e status sociale delle proprie conoscenze. Il terzo, quali e quanti interessi e attività culturali esistono nella vita di una persona. Il risultato è una foto della Gran Bretagna del 21º secolo.

L'"élite" continua ovviamente ad avere il massimo dei tre capitali, fra belle case, buone e vaste amicizie, ma anche qualificati e approfonditi interessi culturali. Che sono invece ciò che fa un poco difetto al membro della "established middle class", la classe media "arrivata", ben messa per beni e conoscenze, molto ampia con il suo 25% della popolazione, ma che resta seconda in cultura, come di sicuro gli ex "upper class" ora "élite" non mancheranno di notare a ogni occasione. E invece piccolo e ben distinto il gruppo successivo della classe media "tecnica", economicamente prospero, ma fuori dai riti del benestante classico, segnato com'è da una «marcata apatia culturale» e un netto «isolamento sociale».

Completamente diversi i "nuovi lavoratori benestanti": giovani, socialmente e culturalmente attivi, ma quanto a soldi «a livelli mediocri». In un party o un'inaugurazione immaginari, è probabile che arrivino ben vestiti, però pronti a godersi più del normale tramezzini e cocktail. E questa fascia intermedia, non più "working class" né "middle class" tradizionale, è quella più interessante secondo Fiona Devine. «Sono gruppi», spiega, «che non vedono più se stessi come classe media o lavoratrice».

Finite le nuove distinzioni fra le ex lobbie e le ex bombette, si apre il capitolo del vero lavoratore, con la storica, orgogliosa "working class" ormai spezzettata. Il primo gruppo, "tradizionale", è solo il 14% della popolazione. Punta più al pub e alla partita che all'inaugurazione e ha bassi punteggi in tutte le categorie, ma ha case di ragionevole valore. Con un'età media di 66 anni, è il gruppo più anziano.

Sotto questi rappresentanti di un mondo passato, emergono i "lavoratori del terziario". Giovani e nuovi abitanti urbani, vantano tasche vuote e capitali culturali e sociali in ottimo stato. Puntano anche loro alle inaugurazioni, magari di tipo diverso da quelle delle fasce alte. Ed è facile immaginare che siano la base di lancio per un nuovo artista, o gli artefici del successo di un nuovo quartiere.

Come spiega ancora Fiona Devine, loro e i «nuovi ricchi» saliti al quarto posto sono i figli della "working class" tradizionale ormai sessantenne. Ultimi, arrivano i "proletari precari", coloro che, come le "élite", non sono mai mancati: un 15% di poveri veri, con poco o niente di qualsiasi cosa, precari nel lavoro e nella vita. Esistevano anche ai tempi di scoppola, bombetta e lobbia, ma non c'era un cappello per distinguerli. Adesso hanno conquistato un posto in graduatoria, l'ultimo.


2 - GIUSEPPE DE RITA, PRESIDENTE DEL CENSIS: "MA I NUMERI NON SPIEGANO IL DISAGIO"
G. Cad. per "la Repubblica"

Giuseppe De Rita sembra scettico sull'utilità dell'indagine demoscopica britannica. Anche così, suggerisce il presidente del Censis, manca una comprensione profonda della società.

Professore, come valuta la nuova immagine di società delineata nel Great British Class Survey?
«Il punto di vista usato è sempre quello quantitativo, ma a volte non è sufficiente. Il disagio sociale, per esempio, andrebbe affrontato più con strumenti antropologici che sociologici. È come un taglio che attraversa tutte le classi e riguarda tutte le società occidentali».

Che ne pensa dell'introduzione di nuove classi?
«In realtà ci sono cinque diverse articolazioni di ceto medio, che registrano anche il movimento verso l'alto di alcune fasce sociali. Ma alla fine non mi sembrano articolazioni in grado di spiegare la società».

La ricerca inglese le sembra inutile?
«Guardi, la ricerca italiana già negli Anni ‘70, con i rapporti Censis, con gli studi di Sylos Labini, aveva indicato questo processo, la "cetomedizzazione". È come la formazione di un lago di ceto medio, che comprende il 70-80 per cento della società».

Quali elementi restano al di fuori dell'analisi?
«I comportamenti, che nella nostra società sono sempre più individuali. Il disagio, la depressione, lo sbandamento giovanile, sono fenomeni che colpiscono tutte le classi».

Insomma, la descrizione di una società non può essere solo numerica.
«Nei dati manca il disagio del cittadino, che non si sente se stesso, ma solo lo spettatore di un paesaggio. La nostra società è in preda a una crisi di voyeurismo».

 

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